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Troppo presto per Cynthia, ma l’establishment democratico ha tremato

Andrew Cuomo stravince su Cynthia Nixon, ma altri senatori in carica sono stati sconfitti da volti nuovi come quello di Alessandra Biaggi

Supporter di Alessandra Biaggi durante una manifestazione anti Trump (Foto ripresa dal profilo FB Alessandra Biaggi)

Sbaglia chi liquida l'esperienza dell'ex star di Sex and the City come un esperimento politico non riuscito. Sono diversi i segnali che fanno pensare a qualcosa di diverso: non solo l'adozione, da parte di Cuomo, di parte dell'agenda della rivale, ma anche i risultati locali delle primarie. Che hanno incoronato candidate progressiste come Alessandra Biaggi e Julia Salazar, e hanno registrato la sconfitta di molti senatori di lungo corso, quasi tutti membri dell'Independent Democratic Conference

Il sogno di Cynthia Nixon è sfumato ieri sera intorno alle 10, quando si è capito che la sfidante di Andrew Cuomo non era riuscita a convincere i newyorkesi democratici a votare contro l’establishment. Non che non fosse un risultato scontato: i sondaggi parlavano chiaro da settimane, ma lei, dal canto suo, continuava a crederci, contando su coloro che – sempre di più anche a sinistra – sono rimasti delusi da decenni di politiche poco audaci, e che hanno finito per aumentare sperequazione sociale e divario tra poveri e ricchi.

Cynthia Nixon e Andrew Cuomo.

Il risultato parla chiaro: 66% contro 34%. Ma sbaglia chi liquida l’esperienza dell’ex star di Sex and the City come un esperimento politico non riuscito. Sono diversi i segnali che fanno pensare a qualcosa di diverso: innanzitutto, il fatto stesso che Cuomo, noto per non essersi mai fatto intimorire dai propri rivali democratici nelle precedenti primarie, abbia tenuto in giusta considerazione quest’ultima sfidante, al punto da aver adottato parte della sua agenda (quindi slittata più a sinistra), e aver speso più di 8 milioni di dollari in tre settimane per contrastarne l’efficace, anche se molto meno costosa, propaganda sui social network.

“Questo è solo l’inizio”, ha scritto la candidata progressista su Facebook nel messaggio di ringraziamento a seggi chiusi e sconfitta riconosciuta. Parole che non sembrano solo retorica. Anche perché, in realtà, la tornata elettorale di ieri ha visto almeno due veri “colpacci” della sinistra socialista americana: la vittoria di Julia Salazar nelle primarie per la conquista di un seggio del Senato nel 18esimo Distretto (a Brooklyn), e, per la stessa competizione relativa al 34esimo Distretto, il trionfo di Alessandra Biaggi. Entrambe giovani, entrambe donne, entrambe sostenute dalla candidata socialista “apripista” Alexandria Ocasio-Cortez, entrambe dimostratesi in grado di battere politici democratici di lungo corso e di grande influenza: nel primo caso il senatore Martin Dilan; nel secondo il senatore Jeffrey Klein.

Quest’ultimo, in particolare, è stato a capo della Independent Democratic Conference, e, in quella veste, è stato uno degli uomini più potenti e influenti di Albany, che peraltro partecipava ai blindatissimi negoziati di bilancio dello stato. Un risultato ancora più sorprendente se si pensa che Klein ha investito per la sua campagna più di 2 milioni di dollari, più di quanto abbia fatto Cynthia Nixon per la sua corsa a candidata Governatrice.

Quanto a Salazar, la sua ascesa non è stata bloccata neppure dal recente articolo al vetriolo pubblicato sul magazine online Tablet, che ha sostanzialmente riscritto il profilo della candidata: non certo, sostiene Tablet, un’immigrata dalla Colombia che ha sempre dovuto lottare per mantenersi, ma una giovane donna nata in Florida e proprietaria di un fondo da centinaia di migliaia di dollari. Non solo: il giornale ha anche ricordato un passato da repubblicana anti-abortista, e l’arresto, nel 2011, basato sulle accuse di frode bancaria lanciate dall’ex moglie di un vicino. Ma non è finita: a inizio settimana The Daily Caller ha annunciato la pubblicazione di un’inchiesta che identificava nella Salazar la donna che accusò il portavoce del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di molestie sessuali. Un dossier che avrebbe distrutto politicamente chiunque.

Ma Jeffrey Klein e Martin Dilan non sono gli unici influenti senatori democratici ad essere stati sbaragliati in questa tornata di primarie: si aggiungano alla lista anche i senatori Tony Avella e Jose Peralta del Queens; Jesse Hamilton a Brooklyn; Marisol Alcántara a Manhattan e David Valesky a Syracuse. Vinti, rispettivamente, nella competizione con John Liu, Jessica Ramos, Zellnor Myrie, Robert Jackson e Rachel May. Tutti gli sconfitti, tranne Martin Dilan, sono peraltro membri della Independent Democratic Conference, che riunisce senatori distaccatisi dal gruppo democratico per collaborare con i repubblicani. Non a caso, proprio Alessandra Biaggi ha esultato: “Abbiamo tagliato la testa del serpente I.D.C.”.

Un quadro che conferma come, perlomeno a livello locale, sia in effetti in corso, in certa misura, un rinnovamento della classe politica democratica, spesso portato avanti dalle nuove leve della sinistra progressista e socialista alla Bernie Sanders. In effetti, molti degli sfidanti dei senatori usciti sconfitti dalle consultazioni si sono allineati politicamente con la Ocasio-Cortez, e hanno sostenuto il tentativo (fallito) della Nixon di sottrarre a Cuomo la poltrona da Governatore.

Tentativo fallito, si diceva. Ma l’esperimento politico che c’è dietro non lo è per nulla. Piuttosto, si può dire a posteriori che era ancora troppo presto per spostarlo da un livello locale a un livello statale. Ma, pur con tutte le cautele del caso – bisognerà attendere le elezioni generali di novembre per inquadrarne i possibili sviluppi -, ad oggi l’establishment democratico farebbe meglio a tenere in considerazione l’avvertimento di Nixon: questo potrebbe essere davvero “solo l’inizio”.

 

 

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