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Cosa c’è dietro i “sei anni di galera per i furbi” di Luigi Di Maio

Non è uno scherzo. O un incubo. E’ la vita sociale politica in Italia, quale si sta formalmente istituendo in questo A.D. 2018.

Il vice premier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio annuncia da un balcone l'avvenuta inclusione del reddito di cittadinanza nella manovra economica del governo (Immagine da youtube)

Perché è ovvio, che se ad un povero si offre la possibilità, “con una firma”, di sfamarsi senza troppo patire, il povero la firma la mette. E poi si vede. Per chiunque sia abituato a vivere a contatto con la varia umanità, questa è una dinamica di elementare evidenza.

Il ministro Di Maio promette, o assicura, a sentirlo, “sei anni di galera a chi imbroglia”, riferendosi ai beneficiari del Reddito di Cittadinanza. Sorvoliamo sulla “serie di misure” che, se inosservate, metterebbero capo alla disvelata furberia e all’inesorabile castigo.  

Perché un Ministro che, in Parlamento, per dar conto della responsabilità politica di una scelta, si presenta con “una serie di misure”, penalmente presidiate, senza nemmeno accennare al sintetico contenuto di una di esse, in termini politici, è poco al di sotto di un ciarlatano. E, probabilmente, molto al di sotto. Perché ci sono ciarlatani che, a volte, riescono pure simpatici; e chi invece lo fa con la galera, guasta l’umore solo alla vista.    

E sorvoliamo, conseguentemente, sulle ragioni per cui, pur essendo prevista nello stesso Disegno di Legge la pena della reclusione “da un anno e sei mesi, a sei anni”, per il caso di dichiarazioni infedeli sui requisiti formali richiesti, il Ministro, fra le due, offre la maggiore cifra tonda. Ci interessa ancora meno.

Sono poveri, giusto? Hanno bisogno, giusto?

Ecco, i poveri, se sono poveri, possono anche arrangiarsi, per esserlo meno. Da sempre. E senza scomodare l’intero Ottocento letterario (ci sarà pure su Wikipedia, suppongo).

E se il nipote farà ricorso alla nonna, o viceversa, per essere, stando a quanto si legge nella Relazione al Disegno di Legge,  un po’ meno “schiavi”, o per “sopravvivere al problema occupazionale” con qualche minore affanno, non ci sarà da stupirsene. Accadrà, se si muove dall’essere “schiavi” o se si tratta di “sopravvivere”.

Ma è esattamente questo, l’effetto che il Governo persegue.

Un controllo poliziesco di massa, che fa leva sulla debolezza. Tenendosi bene alla larga da ogni azione politica che si provi ad agire sulle cause di quella debolezza: d’altra parte, si legge ancora nella Relazione, la causa è “un punto di non ritorno con cui il capitalismo globale deve fare i conti”.

Stiamo a posto: le responsabilità per il lavoro rimangono fisse, “senza ritorno”, sul “capitalismo globale”. Siamo al Governo, ma si passi ad altro.

Roba vecchia: si sa già tutto, di come è composto questo letame politico-normativo; di cui è composto lo scopo cui mira il Reddito di Cittadinanza.

Uno scopo usurario. L’unica abilità richiesta, è stare sempre ben attenti a ricercare il giusto punto di equilibrio, fra la “necessità” del “cliente”e la “concessione” del “beneficio”. La forza di una minaccia credibile, a fronte di una “mancanza” pressocché indotta, assicura, infine, con una perfetta circolarità, l’infame dipendenza.

Perché è ovvio, che se ad un povero si offre la possibilità, “con una firma”, di sfamarsi senza troppo patire, il povero la firma la mette. E poi si vede. Per chiunque sia abituato a vivere a contatto con la varia umanità, questa è una dinamica di elementare evidenza.

Sei anni di galera. Pagliacci.

A leggere le vostre stesse cifre, “le persone che si trovano al di sotto della soglia di povertà relativa sono 9.563.000, pari al 15,8 per cento della popolazione”, aggiornate al 2013. Quanti potranno essere “i poveri furbi” da “mandare in galera”?

Sappiamo che questo intervento, riguarderà un numero di persone minore, circa 6,5 milioni. Meno male.

Vogliamo prevedere che i “furbi” siano il 5%? 325.000 persone “in galera”? Nonostante altrove abbiate già scritto che per revocare il titolo di “asilante” (status assai simile a quello di “povero furbo”), sarà sufficiente una sentenza di condanna in primo grado, per la reclusione vera e propria, sono ancora necessari i tre (o più) gradi di giudizio. Per fortuna dei “poveri furbi”.

Certo, si potrebbe sempre quintuplicare la capacità penitenziaria di questo Paese, attualmente ferma alla miseria di soli 50.000 “posti” (anche se ci sono circa 57.000 reclusi).

Fatica non scoraggiante, per chi sogna la DDR (modello di Stato post-bellico: così evitiamo di farci obiettare che qui non ci sono Purghe). Dove, non molti erano i morti, ma tutti erano “controllati”: attraverso le comunicazioni, i tesseramenti alimentari, e rigidissime barriere alla frontiera.

Vale a dire: per chi si ispira palesemente ad uno Stato dominato da un gerarchia di affamatori e suppliziatori, le centinaia di migliaia di “cittadini reprobi”, da “rieducare” con gli schiavettoni, potrebbero essere un desiderio solo momentaneamente represso.

Tuttavia, diciamo che, ora come ora, sarebbe complicato. Vogliamo, perciò, fare il 3%? E sarebbero 195.000 “galeotti”. L’1%? E sarebbero ancora 65.000. Pagliacci.

E’ solo un grande rutto, dunque?

Assolutamente no. Per il “controllo”, sono sufficienti due righe su un Registro di una Procura, e la notificazione di un foglio fronte/retro. Tre minuti in tutto. Non ci sono morti, nè feriti. Quanto meno, in termini fisici. E così il “dispositivo” potrà essere esteso ad una indeterminata moltitudine, senza alcun limite: sia perché non vi è il limite “fisico”; sia perché, per “accertare “un’ipotesi”, non occorre che si supponga un falso clamoroso.

Basta che qualcosa non corrisponda a prima vista; o che ci sia un’incongruenza sulle cifre, magari frutto di una carente comunicazione fra diversi Uffici Pubblici. Poi, dopo sei mesi o un anno (o di fatto, anche più, perché ci sono i tempi “interlineari”, fra una scrivania e l’altra del Palazzo), può pure arrivare l’archiviazione.

Però, il 20, o 30% (stima prudente, senza “vincoli fisici”), da 1 milione e mezzo a due milioni di presunti “poveri furbi”, avranno avuto il fiato sul collo. Saranno stati sottoposti “a controllo”.

Nel frattempo: Misure di Prevenzione, “estese” anche alla P.A. Intercettazioni più “efficaci”. “Agenti infiltrati”. Whistleblowing (delazioni anonime sui luoghi di lavoro). Da.spo. pure nei Pronto Soccorso. “Interdittive” Antimafia per le imprese, a decisione (anche) del Prefetto.

Non è uno scherzo. O un incubo. E’ la vita sociale politica in Italia, quale si sta formalmente istituendo in questo A.D. 2018.

O, se volete, è la vita sociale e politica italiana che sta assumendo le movenze e i volti di un incubo (almeno, però, conosciamo il finale: una cinquatina d’anni di miserie indicibili, e ce ne usciamo).

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