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Quell’orrendo “spettacolo” su Desireè, che attira corvi e sciacalli

Una ragazza di 16 anni stuprata e dograta, viene lasciata morire a Roma dagli assalitori. Dopo gli arresti di immigrati irregolari, si scatena il circo della politica

Cittadini manifestano nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, dove è stata uccisa Desirée (Immagine da youtube)

Scrivere “immigrati irregolari”, s’intende, non è una qualificazione neutra. “Persone”, lo è. “Presunti responsabili”, lo è (lo sarebbe). “Immigrati clandestini”, sciorinato sul cadavere di Desireè, è il gracchiare sinistro del corvo; l’ululo famelico dello sciacallo, che già pregustano il loro immondo banchetto.

Evidentemente, non è irragionevole, se un quartiere presenta univoci segni di degrado, rilevarlo, e preoccuparsene. Nè retorico dirsi attoniti, di fronte ad una micidiale manifestazione di violenza e di malvagia dissolutezza, come quella che ha travolto l’inerme e giovanissima Desirèe Mariottini. Essendo l’atteggiamento interiore di qualsiasi persona assennata, e moralmente autentica.

Ma l’orientamento di una società, sappiamo, nel corso del tempo non è mai dipeso solo da giudizi assennati e da sentimenti leali. E’ spesso deciso da parole, da valutazioni, da calcoli, non sempre veicoli di un giudizio assennato o di un sentimento leale.

L’orientamento di una società, indotto e sorvegliato da parole cariche di interessata suggestione, si può tradurre in decisione politica. E la decisione della Pòlis è tutto.

Quali parole, si sono levate a volteggiare sulle spoglie della povera Desirèè?

Consideriamo tre dichiarazioni: del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, del Sindaco di Roma, Virginia Raggi, del Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Tutte consegnate a Twitter

Dico subito che qui non si propone filologia a buon mercato; ma solo un tentativo di analisi, sul presupposto che ogni parola rechi o un pensiero, se è stata ben meditata; o un abitudine o “abito” mentale, se fluisce spontaneamente. In entrambi i casi, le parole ci danno informazioni significative.

Subito si può rilevare come le tre dichiarazioni abbiano in comune una parola: “Grazie”. Ma solo Salvini la scrive tutta in maiuscolo. A chi si rivolgono?

Cominciano a distinguersi. Salvini “alle Forze dell’Ordine”, in maiuscolo; Raggi “alla Procura e alle forze dell’ordine”, queste ultime in minuscolo, e la prima in maiuscolo; Zingaretti “alle forze di Polizia”, il generale in minuscolo, il particolare in maiuscolo.

Desirèe Mariottini

Perché, si dicono grati? Per “il fermo di due persone”, Raggi; “di due presunti responsabili”, Zingaretti; di “due immigrati clandestini”, Salvini. Per ora, fermiamoci qui.

Nessuna di queste parole è sincera. Ciascuna è strumentale ad un interesse, che riduce l’efferato omicidio della ragazza a strumento di propaganda. Perciò, sono parole ciniche, e moralmente indifferenti. Tuttavia, con alcune, non trascurabili, varianti e distinti gradi di manipolazione.

Ciascuno di costoro, se si fosse limitato a scrivere “Grazie”, semplice e diretto, avrebbe idealmente espresso l’assennatezza e la lealtà cui accennavamo all’inizio; al turbamento e alla ferita, avvertiti da ciascuno, di fronte ad un possibile sbocco di verità, succede un pur doloroso lenimento: come quello che la conoscenza sempre permette. E supponendo, si capisce, di poter dare per certe, prove e colpevolezza, già a 48 ore dal fatto. Ma solo Zingaretti, pare rammentare, apparentemente, tale buona e consacrata regola di prudenza: “presunti responsabili”.

Invece, essi hanno ritenuto di selezionare i destinatari della loro gratitudine. Secondo una “linea” di carattere partitico e politicista.

“La Procura e le forze dell’ordine”, per la Raggi, sono un ammiccamento al “giudiziario”, inteso unicamente come propulsore di punizione e non di giudizio; cioè, alla “causa prima” del M5S.

Su un piano analogo, “Le Forze dell’Ordine” di Salvini: ma, escludendo la Procura, il Ministro dell’Interno, “messaggia” la sua distanza da quello stesso “giudiziario”, che pur dovrebbe essere ai suoi occhi meritevole: giacché le indagini, nel corso delle quali agiscono “Le Forze dell’Ordine”, non esistono senza il presidio del Pubblico Ministero; ma egli è invischiato nella vicenda “Diciotti”, è stato costretto a pagare i 49 milioni dei finanziamenti pubblici indebiti (sia pure in rate cinquantennali); perciò, anch’egli impropriamente delimita, anche di più.

Zingaretti, si riferisce alla sola Polizia, replicando e precisando la stessa esclusione di Salvini. Forse una mera disattenzione; o forse no.

Ma le “Forze dell’Ordine” di Salvini, se comprendono la “Polizia” di Zingaretti, non si esauriscono in essa: includono la Guardia di Finanza e i Carabinieri. Salvini rimanda alla sua “difesa” della Benemerita, nella sua polemica con Ilaria Cucchi. Lo fa con scoperta tendenziosità: e, infatti, chi pone in questione l’Arma, in quanto tale? Salvini sembra l’ANM, quando strepita ad ogni critica verso un qualsiasi magistrato.

Anche solo fin qui, lo strazio alto e tragico di Desireè risulta ridotto a fare da quinta: in uno spettacolo abbastanza miserabile, a dire il vero.

Non basta, però: dobbiamo ancora un pò proseguire.

Tutti e tre, sebbene non sia nella loro possibilità, nè nei loro doveri, ci tengono a porsi senz’altro quali garanti di una punizione. 

Chi ha fatto questo pagherà”, Raggi: che aveva comunque acquisito la corrispondenza certa fra “fermati” e colpevoli; allo stesso modo di Salvini, col suo “paghino fino in fondo”; ma pure Zingaretti, scrivendo dopo “presunti responsabili”, “ora giustizia e pene che meritano”, pone nel nulla quel suo timido accenno di civiltà; il suo “che”, pronome relativo, è riferito ai “presunti responsabili”, i quali, se già “meritano” “pene”, ovviamente, non sono più “presunti”; ecco perché, prima, ho scritto “apparentemente”.

Sia Raggi che Zingaretti, rappresentano il massimo grado di Amministrazione territoriale, ciascuno per la sua competenza urbanistica ed edilizia. Però, tale è la coatta mimica della “denuncia” come instrumentum regni, che pare esservi unicamente l’urgenza dell’accusare: comunque, purchessia. Tanto che, a chi è Sindaco di Roma da oltre due anni, Presidente di Regione Lazio da cinque e mezzo, verrebbe da chiedere: vi state per caso accusando da soli? 

Ma c’è un gran finale, nel quale, se Raggi finisce con lo svanire nell’ombra della sua stessa inconsistenza; se Zingaretti balbetta e arranca verso una ottuso e gregario inseguimento impressionistico, è Salvini a rimanere, e ad espadersi, sulla scena.

Scrivere “immigrati irregolari”, s’intende, non è una qualificazione neutra.

Persone”, lo è. “Presunti responsabili”, lo è (lo sarebbe). “Immigrati clandestini”, sciorinato sul cadavere di Desireè, è il gracchiare sinistro del corvo; l’ululo famelico dello sciacallo, che già pregustano il loro immondo banchetto.

Secoli di guerre di religione (non) hanno insegnato che attribuire un carattere generale, a partire da una condotta particolare, e spiegare questa come fosse espressione di quello, pone nel nulla ogni criterio di distinzione.

Nega il giudizio, prepara l’ordalìa.

Da “due immigrati clandestini fermati”, a “immigrati clandestini”, a “immigrati”, a “colpevoli”, il passaggio mentale è istantaneo. Con avvelenamenti subliminali analoghi a quelli che conducono da “siciliano” a “mafioso”; o da “napoletano” a camorrista”; e da calabrese a “’ndranghetista”. Specie se i”colpevoli”, sono sin d’ora presentati come “vermi”.

Attributo, quest’ultimo, che coniugato a simile costruzione, e sulla bocca/tastiera di un Ministro, equivale ad un annuncio di venture vendette, a soffiare sul fuoco perchè divampi.

Ma tutto questo, con Desireè, che c’entra? Niente: assolutamente niente.

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