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La legittima difesa e la licenza di uccidere dei barbari ciarlatani

Ad Arezzo il signor Fredy Pacini spara, uccide un ladro e ne soffre. Ma intanto il governo non tace e continua a far politica con il dolore degli altri

Fredy Pacini, oltre ad avere un difensore, gode, come tutti, di una norma costituzionale che lo presume non-colpevole fino a sentenza definitiva. Nonostante proprio questo Governo lavori a manipolazioni legislative che, di fatto, condurranno all’abrogazione di quella santa presunzione

Quell’uomo è morto e ho il cuore spezzato”

In queste parole, pronunciate dal Sig. Fredy Pacini, tragiche, sincere (non c’è motivo di dubitarne), ci sono tutte le ragioni che impediscono “di stare”. “Con”, o “contro”. Perché le tragedie si vivono. Mentre si svolgono, gli altri possono solo abbassare lo sguardo, e tacere. Dopo, a sommovimento placato, semmai meditare, con rispetto, e ancora serbando il silenzio, di fronte alla morte, all’irrevocabile.   

Ma il Governo della Repubblica, e la maggioranza che lo sostiene, con il concorso, in questa materia, anche di FDI, loro, invece, non tacciono.

Fanno comizi digitali a sangue caldo. Loro “stanno”. Con Fredy Pacini? Nemmeno per sogno. Fanno politica ciarlatana. Chiama al telefono, il Ministro Salvini. E, dopo un primo cortese rifiuto, richiama; finchè la tempra dolorosa e inerme di un uomo non cede alla petulanza programmata: aprendo una breccia al compiaciuto e compunto riciclaggio delle altrui sofferenze. 

Si appropriano di quella tragedia. Ne estromettono i cuori, uno “spezzato”, l’altro ormai immoto, che avrebbero dovuto rimanerne unici protagonisti: questo stanno facendo.

Perciò, nulla qui sarà detto sulla vicenda. Autopsia. Colpi di pistola. Loro tramiti. Traiettoria. Fori d’ingresso e di uscita dal corpo attinto, loro forma e dimensione. Distanza fra sparatore e bersaglio. Condizione dei luoghi. Tempo e modi dell’effrazione. Disposizione e movimento degli effrattori; e così via. Costituiranno oggetto di accertamenti, che non si possono certo svolgere sui social, o su un giornale.

La Difesa, ne siamo certi, offrirà il suo decisivo contributo di verità. Anche sui presupposti, di fatto, e psicologici, della reazione omicida: il numero dei furti pregressi, o dei loro tentativi, subiti dal Sig. Pacini prima di questo. Se trentotto, come si è detto nell’immediatezza; o sei, come hanno precisato i Carabinieri di Arezzo.

E andiamo alle ciarlatanerie.

Fredy Pacini, oltre ad avere un difensore, gode, come tutti, di una norma costituzionale che lo presume non-colpevole fino a sentenza definitiva. Nonostante proprio questo Governo, con il beneplacito dell’ANM (“Il Governo appare orientato ad operare nel percorso da noi sempre sostenuto”), lavori a manipolazioni legislative (fra le altre, su prescrizione e appello), che, di fatto, condurranno all’abrogazione di quella santa presunzione.

Ed è la prima ciarlataneria. Perché quelle manipolazioni, che solo per il gusto di condire il danno con la beffa possono essere soprannominate riforme, hanno lo scopo di rendere ogni accusato, un perenne accusato; e, se poi costui volesse tentare di rimediare ad un’ingiusta condanna, anche di rendere gravissimamente vessatorio il suo diritto ad impugnarla.

Varrà per tutti. Compreso Fredy Pacini.

L’obiezione, si può supporre, è che il disegno sulla “Difesa Sempre Legittima”, mira proprio ad escludere, non solo la possibilità del processo, ma anche delle stesse indagini preliminari:, quando l’aggressione e la difesa abbiano avuto luogo nel domicilio.

Ed è la seconda ciarlataneria.

La legittima difesa, scuserete due parole di latinorum, richiede, in primo luogo, che sia necessaria; cioè, che l’atto di difendersi, in sè considerato, sia necessario, perché impellente o “attuale” è il pericolo; se non c’è pericolo impellente, nessuna reazione difensiva è ammessa.

In secondo luogo, occorre che la difesa sia proporzionata all’offesa; e siamo al “come” ci si può difendere.

Già nel 2006, si era intervenuti sul “come”; si può usare un’arma, legittimamente detenuta, o altro strumento idoneo alla offesa/difesa: a) quando l’aggressione si svolge in un luogo di privata dimora, o nelle adiacenze (“appartenenze”) di esso; b) quando l’aggressione cade sulla persona (ma era già così) e, qui la novità, anche se cade sui beni: purché “non vi sia desistenza”, e si possa temere che, dai beni, si passi ad aggredire la persona.

Sicché, anche in questa seconda ipotesi, è comunque la tutela della incolumità personale che funge da riferimento fondamentale. Ed è limite di elementare civiltà: la vita umana, prima dei beni; che sono importanti, ma non quanto la vita.

Ora, che dicono, questi ciarlatani? Che introducendo un bel comma, (il IV dell’art 52 CP, nel Disegno di Legge che unifica i d.d.l. nn. 5, 199, 234, 253, 392, 412, 563, 652), ogni e qualsiasi aggressione, che abbia luogo entro un luogo di privata dimora,  legittima ogni e qualsiasi reazione.

Sarebbe la cd “Legittima difesa domiciliare”.

Non servirebbe più l’impellenza del pericolo; non la proporzione fra offesa e difesa; e nemmeno che si tratti aggressione alla persona, direttamente, o che perché approdo di un’azione inizialmente volta solo su beni. Niente di niente. Una volta consumata “l’intrusione”, il luogo di privata dimora diviene territorio sottratto alla giurisdizione dello Stato.

E’ una sesquipedale ciarlataneria, perché, alla prima occasione, non resisterebbe alla Corte Costituzionale: in ciò, peraltro,  confortata anche dalla CEDU; l’art 2, della Convenzione, per parte sua, infatti, richiede che la reazione nociva sia “assolutamente necessaria”: perciò, ogni norma “interna” che intendesse aggirare questo sacrosanto paradigma, sarebbe destinata al cestino.

Ma per stabilire se ci sia la necessità della reazione, inaggirabile, ci vogliono gli accertamenti giudiziari. Quelli che le Ciarle di Governo annunciano di voler “risparmiare” alla persona che, volta a volta, si presume aggredita.

Si pensa anche di escludere ogni accertamento sull’ “eccesso colposo”, introducendo il concetto di “grave turbamento”: così indeterminato da imporre il classico arbitrio del “tot capita, tot sententiae” (“ogni giudice, una decisione diversa”) e, perciò, da ricondurre, dritto filato, questa paccottiglia normativa alla Corte Costituzionale.

A parte ogni altra considerazione; per es.: lo stesso concetto di “turbamento”, presuppone che ci sia stato un “qualcosa in più”; che, però, non sarebbe punibile, proprio per questo stato d’animo; ma, allora, determinare un “di più”, è come misurare la distanza da un punto; e, così, si finirebbe con l’ammettere univocamente proprio l’esistenza di quello stesso “limite”, o punto –la “necessità”- che si afferma di voler cancellare senza ulteriori indugi. Ancora ciarle.

In unComunicato dell’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale”, dello scorso Luglio, si può leggere: La causa di giustificazione della legittima difesa non ha mai avuto nulla a che fare, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, con una licenza di uccidere”.

Licenza di uccidere. Scritto, e formalmente comunicato da posati studiosi: non da ragazzini in cerca di sensazioni forti.

Siamo tornati, con moto retrogrado, alle soglie del XVIII Secolo.

Ciarlatani. E barbari.

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