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Castelnuovo di Porto: tra domanda di futuro e politica del capro espiatorio

Lo sgombero del centro rappresenta il segno di un salto di qualità, sottile ma significativo, nell'uso politico e simbolico della questione profughi

Lo sgombero di Castelnuovo di Porto (screenshot YouTube).

Ciò che colpisce di più degli eventi di Castelnuovo è la gratuità della degradazione perpetrata ai danni di rifugiati che rappresentavano un’esperienza positiva di integrazione. Il fatto che i rifugiati siano stati trattati in modo degradante, come se fossero cose da prendere e spostare non è un effetto collaterale accidentale dovuto ad imperizia o pressappocaggine; piuttosto, è difficile non vederlo come una scelta deliberata, per quanto priva di qualsiasi scopo funzionale

La scorsa settimana Matteo Salvini, il ministro dell’Interno italiano, sulla base della nuova legge su sicurezza e migrazione che porta il suo nome, ha decretato la chiusura del centro di prima accoglienza rifugiati di Castelnuovo di Porto, un piccolo paese vicino Roma. Come risultato di ciò, circa 100 residenti della struttura sono stati immediatamente evacuati; gli altri residenti seguiranno la stessa sorte entro la fine di gennaio.

Ciò che è particolarmente significativo di questo evento non è la decisione in sé – la chiusura del centro era stata auspicata anche da osservatori indipendenti, in ragione delle condizioni di degrado in cui versa, ed in funzione di migliori soluzioni – ma il modo con cui è stata esercitata. Lo sgombero è stato effettuato senza preavviso; i rifugiati messi su autobus e spediti verso destinazioni sconosciute, in uno degli altri centri di accoglienza sparsi in Italia. Persone che frequentavano le scuole del posto, che erano riusciti a trovare una qualche occupazione, in cura presso le strutture sanitarie locali, persino un giovane promettente calciatore impegnato con la squadra locale, hanno visto i loro sforzi volti a costruirsi una nuova vita cancellati da un momento all’altro. Come detto dal sindaco di Castelnuovo di Porto, “in un solo giorno sono stati distrutti anni di lavoro di integrazione”.

Ciò che colpisce di più degli eventi di Castelnuovo è la gratuità della degradazione perpetrata ai danni di rifugiati che rappresentavano un’esperienza positiva di integrazione. Il fatto che i rifugiati siano stati trattati in modo degradante, come se fossero cose da prendere e spostare non è un effetto collaterale accidentale dovuto ad imperizia o pressappocaggine; piuttosto, è difficile non vederlo come una scelta deliberata, per quanto priva di qualsiasi scopo funzionale. Al contrario, la decisione di chiudere il centro, per il modo con cui è stata esercitata, ha evidenti effetti economici e sociali negativi che non possono non essere evidenti sia a chi ha preso la decisione che all’opinione pubblica. Da un lato, i lavoratori del centro perderanno il loro lavoro; d’altro, una parte rilevante dei rifugiati espulsi si ritroverà priva di qualsiasi supporto e sarà dunque destinata a gonfiare le sacche dell’immigrazione clandestina – e ciò equivale a dire: più insicurezza, più economia irregolare, più sfruttamento, più criminalità e più risorse pubbliche necessarie per contrastare queste tendenze. Pertanto, la dichiarazione di Salvini secondo cui il danaro risparmiato con la chiusura del centro servirà agli italiani, non può che essere considerata altro che una boutade propagandistica.

Ad uno sguardo attento, Castelnuovo rappresenta il segno di un salto di qualità, sottile ma significativo, nell’uso politico e simbolico della questione profughi. Prima di tale evento, la linea dura di Salvini in tema di migrazione aveva trovato la sua più concreta espressione nella chiusura dei porti italiani alle imbarcazioni ong impegnate nel salvataggio dei migranti nel Mediterraneo. Per quanto si possa ritenere la chiusura dei porti una scelta odiosa e illegale (il diritto internazionale prescrive che il più vicino porto sicuro debba fornire assistenza a chi è in condizione di pericolo in mare), va comunque riconosciuto che essa riflette un approccio difensivo, una retorica che qualifica il respingimento degli immigranti come forma di protezione dell’identità e dell’interesse degli italiani. Rispetto a tale retorica difensiva, Castelnuovo introduce una innovazione – i migranti non sono più una forza esterna dalla quale proteggersi; essi vanno attaccati, degradati, distrutti perché in questo modo si rende migliore la vita degli italiani. In breve, i rifugiati non sono più connotati come una minaccia, ma come un capro espiatorio.

Una tale escalation nella politica simbolica dei rifugiati delinea lo stesso percorso compiuto dal nazisti nei confronti delle minoranze. Inizialmente, il regime nazista operò per differenziare e separare gli ebrei e le altre minoranze dal resto della popolazione, con il fine dichiarato di difendere la “purezza ariana” di quest’ultima. Questa fase preparò il passaggio successivo, in cui gli ebrei e le altre minoranze divennero oggetto di una strategia di aggressione e persecuzione, deliberatamente e sistematicamente volta alla loro distruzione. In questa prospettiva, non è da considerare un’esagerazione quanto affermato da diversi commentatori – tra cui Camilleri, il noto scrittore italiano – che hanno evocato le deportazioni naziste per dare il senso di ciò che sta accadendo a Castelnuovo.

La trasformazione della politica dei rifugiati in una politica del capro espiatorio sta suscitando indignazione, profonda preoccupazione e protesta in una parte del paese. D’altra parte, non si può non riconoscere come la strategia di Salvini sia in sintonia con i sentimenti profondi di un ampio segmento della società italiana. Il consenso verso il suo partito di estrema destra – la Lega – è in costante aumento: i sondaggi stimano che più di un terzo degli italiani intenda votare per la Lega alle prossime elezioni. Ciò accade in parallelo al fatto che il Movimento 5 stelle, l’altra forza populista alleata di governo della Lega – sta vedendo diminuire il proprio appeal, malgrado il fatto che la sua proposta di punta – il reddito di cittadinanza – sia ora legge e diventerà operativa nel giro di poco.

Il fatto che il populismo salviniano centrato sull’identità risulti vincente non solo rispetto i partiti tradizionali, ma anche nella competizione con il populismo orientato in senso sociale dei 5 Stelle segnala come la società italiana non sia attratta né dalla retorica populista in quanto tale né da proposte politiche che mettono al centro i bisogni sociali (come è, almeno nelle intenzioni, il reddito di cittadinanza). Piuttosto, l’opinione pubblica sembra rivolgersi a quella forma specifica di populismo che fornisce una risposta – simbolica piuttosto che funzionale – alla “fame di senso” in cui le persone sono attanagliate. 

Se così stanno le cose, ci si deve chiedere che cosa renda la retorica salviniana – e con essa la gratuita crudeltà di Castelnuovo – capace di soddisfare la fame di senso di una parte così consistente di società.

Una possibile risposta a tale interrogativo è la seguente. Sacrificare il capro espiatorio non è percepito da chi compie tale atto come una crudeltà ma come il modo di ripristinare/raggiungere una condizione ideale di purezza e benessere. In questo senso, il salto della politica simbolica dalla difesa alla persecuzione rappresenta l’accesso ad una nuova sfera di discorso e pratica socio-politica, dove si genera e riproduce la credenza magica secondo la quale la distruzione dell’altro-nemico è in sé e per sé un valore per l’in-group: il modo di rendere migliore la vita della comunità. L’antico motto latino “Mors Tua, Vita Mea” trova piena attuazione ed al contempo viene radicalizzato: la tua morte non serve per la mia sopravvivenza; è la fonte stessa della qualità della mia vita.

Non è necessario scomodare la psicoanalisi per cogliere il significato ultimo di questo salto simbolico: è un modo disperato, ma molto efficace, per mantenere in vita la speranza del futuro; vale a dire, la convinzione che un futuro è possibile. In ultima analisi, la politica simbolica di Salvini alimenta nelle persone la speranza della speranza, il sentimento, cioè, che le cose possano cambiare, che sia possibile qualcosa per rendere migliore la propria vita. Più le persone si sentono in balia di un mondo inafferrabile, opprimente e inospitale, più il muovere persecutoriamente verso un oggetto identificato come il male diventa un modo seducente per sfuggire al sentimento di radicale impotenza. In breve, disprezzare la dignità umana e i bisogni/diritti fondamentali di rifugiati inermi non ha l’obiettivo di trovare soluzione ad un qualche problema reale (al contrario, così facendo si aggiungono nuovi problemi ai vecchi); piuttosto, è il modo con cui si alimenta nelle persone il sentimento inebriante che, tramite la forza politica che le rappresenta, esse sono in grado di – e stanno operando per – rendere la loro vita migliore, vale a dire: per generare futuro.

Ciò solleva un ulteriore fondamentale interrogativo: i partiti tradizionali e più in generale le democrazie liberali sono in grado di sfidare la politica simbolica del populismo identitario nella sua capacità di dare risposta alla domanda di futuro? Sono in grado di trovare un modo per soddisfare questa domanda, tuttavia in modi che siano rispettosi della dignità umana e dei vincoli di realtà? In ultima analisi, la sfida sta nel costruire una visione del futuro che sia appetibile per le persone ed allo stesso tempo sostenibile, capace cioè di generare soluzioni perseguibili, sostenibili, umanizzanti.

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