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Destra o sinistra? Le oscillazioni dei Cinque Stelle per arginare Salvini pigliatutto

Lo scenario post-europee ha presentato una sfida difficile al Movimento Cinque Stelle. Da cui ci si può aspettare una nuova virata a destra. Ma quanto?

di Giuseppe Vatinno

L'allora premier Giuseppe Conte tra i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini in conferenza stampa (Palazzo Chigi).

Un mese fa le elezioni europee in Italia hanno restituito un quadro che fino ad un certo punto era prevedibile qualitativamente, ma non quantitativamente. I risultati delle politiche del 2018 si sono invertiti: il primo partito è diventato la Lega mentre i Cinque Stelle sono passati al terzo posto con il Pd risalito al secondo. Il M5S nel 2018 aveva fatto il 32.7% ed ora è sceso al 17.1% mentre la Lega che era al 17.4% è salita al 34.3%, con il Pd che è passato invece dal 18.8% al 22.7% (ma con meno voti).

Dietro i numeri, naturalmente, ci sono delle dinamiche sociali che è interessante cercare di interpretare. Senza andare troppo nei dettagli (e comunque sarebbe un lavoro interessante) si può osservare, tramite i sondaggi, che il fenomeno dell’erosione del consenso ai Cinque Stelle da parte della Lega parte in realtà da subito dopo le elezioni del 2018, e la vicenda della nave Diciotti è per Salvini una vera manna dal cielo che gli permette di fare in qualche mese un balzo di circa dieci punti percentuali mentre Di Maio sostanzialmente tiene, pur incominciando a perdere qualche punto percentuale.

C’è anche da osservare come, fin verso febbraio 2019, i Cinque Stelle scelgono una politica moderata di collaborazione con l’alleato leghista. A cominciare dalla vicenda della Tav, si assiste invece a quella che lo stesso Di Maio ha definito la “fase 2”, e cioè una contrapposizione netta su tutti i temi con Salvini. Uno scontro quotidiano che ha il suo apice quando il leader pentastellato chiede e ottiene la testa del sottosegretario leghista Armando Siri che risulta indagato per corruzione.

Tuttavia, nonostante questo vero e proprio cambio di strategia comunicativa, il divario resta ed è accentuato dal voto delle urne.

Le interpretazioni sono state due.

La prima è che la composizione dell’elettorato del M5S è in realtà più di “destra” che di “sinistra”, e che quindi lo spostamento a sinistra che ha caratterizzato la seconda fase della politica pentastellata non è stato gradito a questo elettorato sostanzialmente conservatore con punte elevate di anti-europeismo che sconfina nei “no euro”. Un elettorato che ha anche dimostrato di non gradire politiche di “buonismo” sui migranti.

Tali conclusioni sono supportate anche dall’analisi SWG dei flussi dei dati che vedono un passaggio, rispetto alle politiche, di elettori pentastellati alla Lega (14%) più che al Pd (4%), con un’alta astensione (34%).

La seconda interpretazione, che è poi quella propugnata da Alessandro Di Battista in prima battuta ma anche da Roberto Fico, è che invece Di Maio sia stato troppo accondiscendente nella prima fase verso Salvini e che questo abbia fatto perdere voti.

D’altra parte la vittoria oltre ogni aspettativa della Lega segnala una chiara tendenza in atto in Italia e cioè quella del consenso ormai quasi di massa al sovranismo antieuropeista che in Europa, nel suo complesso, non ha invece sfondato.

L’Italia quindi si dimostra ancora una volta un caso particolare visto che premia come primo partito un movimento dichiaratamente sovranista ed ostile alla Ue.

In questo mese ormai trascorso dalle elezioni europee la dinamica tra i due partiti del governo gialloverde si è sostanzialmente stabilizzata in una nuova fase collaborativa, pur essendoci ancora tensioni dimostrate ad esempio sulla vicenda dei finanziamenti a Radio Radicale in cui la Lega si è schierata a favore (seppur con un netto ridimensionamento economico da 12 a 3 milioni di euro) mentre i Cinque Stelle si sono schierati contro.

Questo ha portato, poi, appena qualche giorno dopo, al voto contro dei Cinque Stelle in Commissione vigilanza Rai a Marcello Foa per il doppio incarico alla presidenza e a Rai Com.

Ma al di là di queste tensioni definibili fisiologiche, possiamo dire che i rapporti paiono essersi normalizzati.

Per l’opposizione, invece, c’è da registrare la sostanziale tenuta, nel Partito Democratico, del nuovo segretario Nicola Zingaretti, che, pur prendendo meno voti alle Europee che alle Politiche, recupera e supera i Cinque Stelle a causa del minor numero di votanti.

Cosa c’è da aspettarsi per il futuro?

Salvini non è passato all’incasso in Italia, ma chiede giustamente il Commissario Ue che probabilmente sarà Giancarlo Giorgetti e nel frattempo attende e vive per così dire di rendita. Il governo appare sostanzialmente solido ma il prossimo scoglio già si disegna nettamente nel procelloso mare della politica italiana ed è quello della finanziaria autunnale.

Allora la Lega chiederà i soldi per i suoi progetti politici, in primis la devolution regionale e il taglio delle tasse, e se non gli verranno dati potrebbe mandare a gambe all’aria il tavolo e chiedere le elezioni anticipate che la vedrebbero probabile vincitrice.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella finora si è mostrato molto prudente sul voto anticipato ed è peraltro alle prese con un delicatissimo problema istituzionale che riguarda le note vicende del Consiglio Superiore della Magistratura scosso da dimissioni e inchieste giudiziarie.

I Cinque Stelle ora stanno riorganizzando profondamente il Movimento, strutturandolo maggiormente sul territorio e creando anche quelle aree tematiche che poi dovranno costituire l’asse portante dell’interazione tra i vertici politico istituzionali e i militanti finora riuniti nei Meetup.

Probabilmente ci sarà anche un nuovo “direttorio”, mentre sempre solida è la presenza della Casaleggio tramite la piattaforma Rousseau.

Poi, dal punto di vista strettamente politico, c’è da aspettarsi un nuovo spostamento a destra del Movimento, ma quanto a destra sarà il punto dirimente perché tarato parametricamente proprio su Salvini.

Da un certo punto di vista su alcune tematiche Di Maio potrebbe essere tentato di superare a destra il leader leghista, per quanto ciò sembrerebbe a prima vista difficile se non impossibile.

Ma la storia del Movimento mostra chiaramente che a livello europeo l’istinto sovranista era ed è molto forte come è evidente la vicinanza ideologica a Nigel Farage, il papà della Brexit U.K. ed anche con Steve Bannon, l’ex consigliere del Presidente Donald Trump, c’è stata in passato buona sintonia con un incontro con Davide Casaleggio.

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