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Lee Iacocca, un modello; Trump e Salvini, un altro

Lee Iacocca, uomo di azione generosa e responsabile, paragonato a chi nel governo usa l’ostilità come principio politico e vuole i porti chiusi

Lee Iacocca (1924-2019)

All the success I’ve had, all the jobs I’ve saved and the lives I’ve influenced would never have happened if my parents had been turned away at Ellis Island

(“Tutto il mio personale successo, tutto il lavoro che ho promosso e mantenuto, e le vite al cui svolgimento ho contribuito, non ci sarebbero mai stati, se i miei genitori fossero stati respinti a Ellis Island”). 

E’ una frase solenne.

E tuttavia, potrebbero essere parole mute per la maggior parte di noi. Di quale tempo sono? Di quale uomo? Quale proposito, o istanza morale, intendono riaffermare, con tanta solennità?

Non ne sapremmo molto, se queste non fossero quelle che la famiglia di Lee Iacocca ha voluto si ricordassero come “le” parole del loro grande e famoso congiunto, scomparso da qualche giorno.

Lee Iacocca: Ford, Chrysler, quanto a dire, “L’Automobile”, il cuore e l’icona industriale del XX Secolo. Chi fa, per chi vuole fare.

E tanto ci ha tenuto che ne ha curato la pubblicazione anche sul New York Times di domenica scorsa. Affinchè fissassero, in ciascuno che leggesse, in ciascun distratto o confuso, l’idea, alta, ariosa, vitale, che mai si deve rinunciare alla fiducia nel futuro, con la scusa, forse involontaria o forse no, di aver paura del presente.

Perciò, si è voluto che esse risuonassero testimonianza autorevole: a carico di chi le bancarotte, ed in senso stretto, le ha fatte, ad opera di chi le bancarotte le ha sapute evitare; contro i muri, contro le chiusure dei porti: perchè Ellis Island è stata, prima di tutto, un porto aperto.

I “parents”, mamma e papà, di Lido, detto Lee, erano Nicola e Antonietta Perrotta, di San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento. Dunque, “terroni”; oppure, “dago”, nel coevo insulto in voga fra i locali miserabili del tempo: che pare potrebbe derivare dalla corruzione di “they go” (“finalmente, se ne vanno”), o di “dagger”, coltello (visto che, per taluni, chi emigra è sempre volto alla pronta violenza di mano).

Trump? Certo. Non è chi non veda una smagliante differenza fra un tale pensiero, e il corrente inno alla meschinità, alla mediocrità inerte e parassitaria, rilanciata sotto le insegne, vecchie, decrepite e tuttavia mai dome, delle paturnie paranazionalistiche, dei miraggi socio-tribal-assicurativi, del benessere a costo zero. Miraggi: dato che l’ostilità come principio politico, con ineluttabile necessità storica, se non superata e ricondotta alla condizione di malattia sotto controllo, e comunque in vista della sua radicale estirpazione, prima o poi e, in genere, più prima che poi, il conto lo presenta: e sempre è stato, e sempre sarà, conto di lutti e di miserie. Immancabilmente coperto, per qualche ingannevole momento, da un’effimera patina di fuochi d’artificio, di tweett e di paiettes.

Ma non solo Trump, com’è noto.

La bancarotta come stile di vita, il vellicare la meschinità, l’adunare i timorosi, cantare come un inno la viltà piagnucolosa, in questo tormentato tempo storico-politico, paiono suscitare emulazioni a tre un soldo anche in Italia.

Sono oggi la politica del Governo in carica.

Lo hanno fatto pure altri? Male anche per gli altri. Se lo hanno fatto: giacchè, bisogna pur mantenere chiara una linea discriminante, fra una politica contestabile e una sobillazione di massa.

Non è questione di ultimo episodio, o di penultimo, o del prossimo venturo. Di “Sea Watch”, o di “Diciotti”.

Si tratta di un contrabbando delle emozioni che, per ora, sembra aver trovato una sua stabilità; e che tende a trarre da ogni persona il peggio di sè. I grandi mutamenti, le cupe stagioni, non si determinano per l’avvento di un qualche Cavaliere Nero: ma quando il buon padre di famiglia, dopo una vita essenzialmente condotta senza aver mostrato alcuna vocazione cannibalesca, trova possibile, non disdicevole o, addirittura, encomiabile, dire, scrivere, partecipare al tripudio di schifezze antiumane che si possono leggere dappertutto. E mentre guarda, vede altri come lui, indotti all’abbandono di ogni remora morale, e si gonfia, unisce le proprie alle altrui violenze verbali: cioè, di cuore e di testa.

E un’attitudine tenace, eclettica, onnicomprensiva: che può passare dall’esporre un cappio in Parlamento al ridurre il Parlamento ad un’accolita di followers; dall’antiliberalismo in nome del leoncavallismo, a quello in nome del trumpismo/putinismo; dal Lenin implicito e nascosto a quello esplicito e riproposto; dal disprezzo del meridionale italiano, a quello di ogni meridionale del pianeta; dal rutto di Borghezio a quello di Casa Pound.

Non si butta via niente. Purchè ci sia sempre qualcuno da presentare come un Male. Anche se le cifre, 500.000, anzi no: 90.000; c’è un’invasione; anzi: no, gli sbarchi sono diminuiti del 98% (morti e dispersi, a parte), descrivono una realtà che non c’è.

Quello che c’è, è un contrabbando, appunto.

Ecco, Lee Iacocca, uomo di azione generosa e responsabile, prima e più di ogni altra epigrafe, che una vita tutta fra gli uomini avrebbe certo reso possibile, lascia detto questo: che occorre essere contro quel contrabbando psico-politico; contro chi, a Ellis Island come altrove, allora e in ogni tempo, avrebbe voluto il porto chiuso, e stare accanto a chi lo tenne aperto. E noi con lui.

A proposito di...

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