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Brexit o non Brexit? Gli elettori del Regno Unito al voto tra rabbia e confusione

Alla vigilia delle elezioni britanniche, i conservatori in vantaggio nonostante gli errori di Boris Johnson e grazie al radicalismo del laburista Jeremy Corbyn

Manifestanti anti Brexit a Londra (Foto M. T. Antoniozzi)

È solo questione di poche ore alle elezioni Generali in Regno Unito, che avranno luogo il 12 dicembre. Nell’osservare l’atmosfera di questo periodo di propaganda politica e paragonandolo con le elezioni tenutesi nel 2017, lo scenario politico si è estremizzato: i conservatori, da una posizione di centro-destra, si stanno spostando sempre di più verso posizioni di netta destra estremista; allo stesso modo, i labouristi da una posizione di cento -sinistra sembrano avvicinarsi sempre di più verso una posizione di sinistra radicale. Entrambi i maggiori partiti britannici stanno toccando gli estremismi ideologici. Boris Johnson (leader Tory) ha condotto una campagna elettorale all’insegna della ‘hard Brexit’: ‘lacrime e sangue dunque, pur di separarci da questa Europa cosi diversa da noi’ è il mantra con cui si rivolge ai suoi elettori. Jeremy Corbyn (leader laburista) ha ribadito nel suo manifesto politico la necessità di riscrivere le regole dell’economia che a suo dire ‘deve seguire i dettami del socialismo radicale’ a cominciare dalla nazionalizzazione dell’acqua e dell’energia.  Insomma, qualsiasi sarà il risultato, questo Natale farà trovare ai britannici di sicuro sacche di carbone sotto l’albero.

Nonostante il conservatore ‘Boris’ abbia collezionato una serie di insuccessi, in base ai sondaggi, il suo partito sembra essere in una posizione favorevole registrando il 43% dei voti, che, nel sistema maggioritario si traduce nell’ottenimento di circa 359 seggi. 

Sarebbe un vero successo se si considera che il leader Tory ha commesso molti errori: non è riuscito a mantenere fede alla sua promessa di portare al più presto al termine la Brexit, da incauto politico ha più volte minacciato di voler uscire dalla EU anche senza deal, rischiando cosi una diminuzione dei salari dell’8% (come valutato dagli esperti di qualsiasi orientamento politico), e ha addirittura, sospeso i poteri del parlamento.

Ma sembra che nonostante le sue promesse siano corroborate da esplicite menzogne e rinfrancate solo da un senso di humor, la popolazione britannica si sia assuefatta a tale scorrettezze politiche e gli concede ancora la fiducia .

Mentre i due grandi partiti pur di inseguire consenso la sparano grossa, il terzo partito in termini di voti, i Liberali Democratici, campeggiati dalla nuova leader Jo Swinson, dimostra una maggiore coerenza politica basata su dati di realtà piuttosto che promesse fantasiose. I ‘lib dems’ nel loro manifesto di propaganda politica hanno con costanza e veemenza da sempre dato supporto al movimento anti-brexit. La loro pianificazione economica è moderata e forse la più sensata: soffice aumento di tasse, particolare attenzione a tematiche riguardanti i cambiamenti della società (gap economico e generazionale) e misure per contrastare il cambiamento climatico. Ma si sa che nella logica del voto strategico, dettato dal sistema maggioritario i ‘Lib Dems’ non hanno nessuna possibilità di vittoria; in base ai sondaggi, la loro percentuale si attesterà non oltre il 13% di voti che potrebbe equivalere a 25 seggi. Di certo una loro più consolidata presenza in parlamento potrebbe essere utile per smussare gli estremismi dei due maggiori partiti e essere utile per creare una forte opposizione ad un possibile ‘hard Brexit’.

Manifestazione pro UE

Nonostante i sondaggi diano per vincitore il partito conservatore, in base alle osservazioni del professore Vernon Bogdanor, del King College di Londra la situazione non è cosi semplice: “Per i Tory è necessario avere una vittoria piena per poter governare, mentre i laburisti potrebbero andare al governo con molti meno voti perché sono disposti a creare alleanze con altri partiti come lo Scottish National Party ( SNP)”. Infatti il SNP, che dovrebbe ottenere intorno ai 43 seggi, ha dimostrato una volontà di coalizione con i laburisti (previsti 211 seggi ) dopo che questi ultimi hanno promesso al partito scozzese la possibilità di un altro referendum, solo dopo due anni di governo, per la indipendenza della Scozia dal UK.

“I laburisti cominceranno la nazionalizzazione entro i primi 100 giorni di governo” ha dichiarato John McDonnell, deputato laburista. Questa particolare interesse alla nazionalizzazione sembra rappresentare per i laburisti un antidoto politico da sventolare contro la promessa Brexit. Un antidoto con cui riconquistare i voti di quella parte della popolazione, con bassa scolarizzazione, disoccupata o classe operaia, che da colonna portante del partito laburista in questi ultimi anni vota conservatore. Si perché, paradossalmente le classi meno abbienti si trovano a loro agio nel confortevole abbraccio dei partiti Brexit: “Per noi della classe operaia, ha molto più valore la promessa della Brexit piuttosto che quella della nazionalizzazione dei servizi. La nazionalizzazione può rappresentare una limitata scelta dei servizi o una riduzione della produttività. Cosi ad un beneficio immeditato potrebbe fare seguito un disastro economico. Invece il messaggio della Brexit è chiaro e ha effetti immediati e duraturi”. Così si esprime George Spencer, operaio per di una piccola ditta di costruzioni che vede nello straniero una possibile concorrenza e il rischio di un abbassamento della paga oraria. Non è della stessa idea invece il suo capo, il proprietario della ditta di costruzioni, che, invece con l’arrivo di mano d’opera straniera ha incentivato il uso profitto. 

Il grande dilemma di questa elezione è il nord est della Scozia, la ‘Illinois della UK’. La regione che comprende Glasgow, da sempre una roccaforte del patito laburista per la forte presenza di una numerosa classe operaia, ora si trova a dover fronteggiare una economia in ginocchio a causa della forte austerity messa in atto dal governo conservatore già diversi anni fa. Qui forti sono stati i tagli al sistema sanitario, un impoverimento del sistema scolastico e dei servizi in generale. Lo stato di sofferenza economica, il basso livello di istruzione, l’elevata media della età degli abitanti, sono i perfetti ingredienti per trasformare, in questo periodo storico, anche la più granitica popolazione laburista in un elettorato conservatore. Solo l’allontanamento degli stranieri (Brexit) con cui dividono i magri servizi socio-sanitali-educativi può dare loro l ‘illusione che la austerity diventi meno pungente.

“La nostra area è sempre stata laburista ma siamo stati abbandonati, abbiamo subito un costante aumento della disoccupazione sin dagli anni ’70,  e un susseguente epidemia di un tossico dipendenze nei giovani e meno giovani, con un aumento di decessi” cosi parla il Reverendo  Brian Casey “seppellisco troppi morti causati dalle droghe”.  “Questo è il risultato della povertà e ingiustizia sociale, qui registriamo un 35% di astensione al voto e molti voti da laburisti sono diventati conservatori” aggiunge McLean, curatrice di un centro per il recupero dalle tossicodipendenze.

Quindi una nuova elezione, questa del 2019 in UK, alla ricerca di una politica che possa garantire un miglioramento economico e sociale ma che segnala una grande confusione: chi meglio potrà proteggerci? La Destra o la Sinistra? Nell’inquietudine sollevata dai dubbi e nella difficoltà di trovare spiegazioni e risposte al malessere del paese creato da politiche nazionali, il dito viene puntato contro esterni capri espiatori: la EU e gli immigranti.

Più che una elezione nazionale sembra essere lo sfogo di una popolazione accecata dalla rabbia sociale che, non dotata di sufficienti strumenti per capire, colpisce a casaccio.

  

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