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No alla politica bellicista di Trump, ok: ma con l’Iran dei mullah qual è l’alternativa?

Diplomazia e dialogo con chi mostra disponibilità all’una e all’altro. Ma con individui che vogliono sgozzarti non per quello che fai, ma per quello che sei?

Il presidente USA Donald Trump nell'illustrazione di Antonella Martino

Un Iran che ad ogni pié sospinto minaccia la distruzione dello stato d’Israele, e promette bagni di sangue nei confronti di chiunque non si assoggetti ai diktat delle sue “guide spirituali”, è un interlocutore con cui avviare dialogo e diplomazia? E davvero si può credere che, facendo lucrosi affari, si favorisce una sia pur timida e lunga, complessa, transizione verso la democrazia?

Okay: la pace è bella, la guerra è brutta. Doppio okay: occorre favorire il dialogo, e non fare ricorso a una politica bellicista e muscolare. Triplo okay: da quel bellimbusto che attualmente è inquilino alla Casa Bianca ci si deve aspettare di tutto.

Il generale iraniano Qasem Soleimani, ucciso giovedì notte a Baghdad da un attacco di droni ordinato dal presidente Donald Trump

Forse ho finito il catalogo (banale e scontato) delle motivazioni di quanti inorridiscono di fronte all’azione militare USA che ha causato la morte di Qassem Soleimani. Se però ce ne sono altre, sottoscrivo, quindi risparmiamoci l’elenco. Inutile anche denunciare il cinismo di Trump, che con questa mossa ha messo una pesante opzione in favore della sua elezione: economia più patriottismo sono una quasi certa garanzia di riconferma alla Casa Bianca; anche perché il campo democratico appare in stato più che confusionale: mai visto che un ex presidente (Barack Obama) delegittimi il suo vice-presidente in corsa per la nomination (Joe Biden).

La questione non è (o non è tanto) condannare Donald Trump, il suo modo di fare o non fare; di essere o non essere. La questione è riuscire a offrire qualche alternativa credibile, non astratta.

Un tempo non troppo lontano in tanti sfilavano per strade e piazze all’insegna del “Meglio rossi che morti”; e si trattava di uno slogan di terribilità evidente (ma non sempre colta) per gli stessi “rossi”: dal momento che si urlava che peggio dell’esser “rossi” c’era solo la morte. Ma al di là di questo, chi non aveva alcuna intenzione di morire, e neppure di farsi “rosso”, aveva un’altra possibile opzione?

Individualmente ognuno ha il diritto di fare quello che crede: anche di farsi scannare, pur di non commettere un qualsivoglia gesto di violenza. Ma quando si governano popoli, si hanno responsabilità di Stati? Se è consentita la digressione, ha una sua pregnanza l’affermazione attribuita a Cosimo de’ Medici che “gli Stati non si governano con i paternoster”.

Diplomazia e dialogo hanno un senso quando l’interlocutore mostra disponibilità all’una e all’altro. Ma quando diplomazia equivale a guadagnar tempo e dialogo si riduce: parlate pure, ma si fa quello che dico io?

Trump e la guerra con l’Iran nell’illustrazione di Antonella Martino

Credo che nel caso dei nazisti e di Hitler si possa riconoscere che il 30 settembre del 1938 a Monaco Chamberlain e Daladier si illusero di aver raggiunto un accordo che scongiurava la guerra in Europa. E’ un richiamo estremo? Forse; ma serve solo per dire che se l’interlocutore è un cinico, cieco, fanatico, blandirlo spesso è solo una perdita di tempo. Che dialogo e che diplomazia si possa mai instaurare con individui il cui unico fine e desiderio è quello di sgozzarti non per quello che fai, ma per quello che sei, è difficile da comprendere.

Un Iran che ad ogni pié sospinto minaccia la distruzione dello stato d’Israele, e promette bagni di sangue nei confronti di chiunque non si assoggetti ai diktat delle sue “guide spirituali”, è un interlocutore con cui avviare dialogo e diplomazia? E davvero si può credere che, facendo lucrosi affari, si favorisce una sia pur timida e lunga, complessa, transizione verso la democrazia?

Quello che non va fatto (quello che fa e ha fatto Trump) è ben chiaro. Ma, al di là delle intenzioni e degli auspici, cosa va fatto, si può fare?

Finora si è assistiti inerti e indifferenti al quotidiano massacro del popolo iraniano da parte di chi lo opprime; si è lasciata la “casta” che ha il potere a Teheran di fare quello che più le piace e le conviene. Non una voce, da una qualsivoglia cancelleria, si è levata per esprimere dissenso, condanna. Poi arriva l’elefante che devasta la cristalleria, ed ecco che ci si sveglia e ci si accorge che c’è un rischio di conflitto. Definire tutto ciò infantile è poco.

Si prenda il caso della Libia: chi non è per soluzioni muscolari; chi trova ripugnante la politica condotta da Francia, Russia, Turchia, Regno Unito, Cina; chi non canta “Tripoli bel suol d’amore”, oltre ad auspicare e dare buoni consigli, nel concreto e nel fattuale cosa pensa si possa e si debba fare?

Serve a poco spulciare e piluccare questa o quella frase di leader della nonviolenza, quello che hanno detto o proposto due, cinque, dieci anni fa. Perché ogni loro affermazione può facilmente esser controbattuta da altre affermazioni (sempre loro). E per dirne di uno, Marco Pannella, che si è strenuamente battuto per evitare il secondo conflitto in Irak, e perché sia a Saddam che agli altri boia, venisse risparmiata la vita; in altra occasione ritenne di giusto e opportuno trascorrere il Capodanno in una trincea di Osijek, con indosso una divisa croata. Questo solo per dire che ogni frase, ogni gesto, vanno contestualizzati e hanno valore per il momento e la situazione in cui quella frase è pronunciata quel gesto si compie. E’ sempre qualcosa di relativo, legato al momento. L’assoluto appartiene al singolo. Per chi “governa” c’è l’opportunità, che ha una sua etica, a patto non scivoli nell’opportunismo.  

Orribili le bombe di Hiroshima e Nagasaki, e i loro effetti; ma lo scrittore William Styron, che era nei marines in Pacifico, e con migliaia di altri combatteva isolotto per isolotto, confessa gratitudine per quella bomba; ad Alessandra Farkas del “Corriere della Sera” dice «La “bomba” mi ha salvato la vita. Ero un giovane tenente di Marina e mi stavo preparando all’ invasione del Giappone. Sapevo di rischiare grosso perché le perdite tra gli ufficiali del mio grado erano enormi ed ero convinto che nessuno di noi sarebbe tornato. A risparmiarci, in extremis, fu il “fungo”. Ed è per questo che non ho mai potuto avere lo stesso punto di vista degli altri sulla sua presunta atrocità. E’ un olocausto che nessuno avrebbe mai osato augurare all’umanità, eppure era l’unica arma di Truman per porre fine alla guerra perché, senza, i giapponesi non si sarebbero mai arresi».

Mi ripeto: questo non lo dico per giustificare in alcun modo Trump e chi in quel suo modo di fare si riconosce. Ma sommessamente dico che dobbiamo tener presente non solo l’oceanica folla ai funerali di Qassem Soleimani (e vai a capire, quanto “spontanea”), ma anche il 43 per cento di americani che sostengono l’azione del “comandante in capo”. E occorre trovare il modo (i modi) per favorire le democrazie in un mondo pieno di dittatori e di oppressori; finora non abbiamo saputo trovare alternative valide. E’ questo il nostro problema.   

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