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Matteo Renzi parla di una idea di giustizia. Ma quanto è viva questa idea?

Ci vuole un’Idea alta, coraggiosa, lungimirante, di società, di umanità, di istituzioni, di responsabilità, per dirsi alternativi

Matteo Renzi nel 2018 (Foto Pier Carlo Padoan, da Flickr)

“Siamo una forza riformista, non cediamo al populismo nella giustizia”.  Così Matteo Renzi, a contornare di qualche suspance il nodo politico della prescrizione, e la sua soluzione. Vedremo, se le scaramucce avranno un approdo, e quale: uscita dalla maggioranza, per Italia Viva, seguita da “appoggio esterno”; oppure, no. Se volete cacciarci, ditelo. No, se volete andarvene, ditelo voi. E via così.

Qui interessa, però, un’intersezione, che definisce il senso di quella protesta di civilizzazione politica: “non cediamo al populismo nella giustizia”. 

Pochi giorni fa, il dott. Nicola Gratteri, ha rievocato la nota vicenda della sua proposizione, quale Ministro della Giustizia, nel Governo Renzi: “Io le do carta bianca, le riforme delle quali lei mi parla, io verró in Parlamento, mi siedo accanto a lei, queste cose devono passare”. Poi il Presidente Napolitano, anche questo si è ricordato, pose il veto, e non se ne fece nulla. 

Poco prima, il Procuratore, aveva rassicurato, per così dire, che un migliaio di persone ristrette in carcere e poi assolte, in un anno, costituiscono una cifra “fisiologica”. E che, anche se le critiche per la “cultura carceraria” seguita nel Distretto di Catanzaro sono venute pure da suoi autorevoli Colleghi (come il dott. Lupacchini, che, peraltro, ha pagato le critiche a Gratteri con il suo trasferimento disciplinare a Torino, e il suo “demansionamento”, da Procuratore Generale a Sostituto), questo significa che “io e miei uomini stiamo lavorando bene”.

Lupacchini aveva detto: “Il distretto con il maggior numero di casi indennizzati è quello della Corte di Appello di Catanzaro, che per il sesto anno consecutivo si è confermata nei primi tre posti, con 158 persone che nel 2017 hanno subito un’ingiusta detenzione. Seguono i distretti di Roma con 137, e di Napoli con 113”.

Inoltre, Catanzaro “nel 2017 si è registrata la cifra monstro di 8 milioni e 900 mila euro, ben più del doppio di quanto si è speso per i casi della Capitale, cioè poco più di 3 milioni e 900 mila euro. Eppure i numeri in assoluto di procedimenti e processi celebrati nel distretto di Catanzaro e in quello di Roma sono incommensurabili, sicché è di tutta evidenza come la percentuale giochi a sfavore del nostro distretto”.

Nel frattempo, delle 335 ordinanze cautelari emesse nell’Operazione Rinascita-Scott, a margine della quale le critiche erano state mosse, ad oggi, oltre 150, sono state variamente modificate (annullate, revocate, modificate in meglio). Circa una su due.

Questo per dire della intersezione, e del senso delle parole. Che significato può mai avere la frase di Renzi, “non cediamo sul populismo nella giustizia”, se questo era il modello?

 Per carità, chi vuole, può essere d’accordo, con queste cifre, con il “fisiologico” e con i trasferimenti disciplinari per “omesso omaggio”: ma sarebbe bene, in sede politica, spiegare cosa si intende per “populismo nella giustizia”, giusto per non rimanere nel vago: per non dire nell’equivoco. 

Pensa, Renzi, che quella sua proposta, la “carta bianca”, e “queste cose debbono assolutamente passare”, non abbiano alcun valore definitorio della sua “Idea di Giustizia”? 

Perché, il punto è proprio questo: che idea si ha della Giustizia, da quelle parti? Bonafede, sappiamo. Davigo, pure. Ma chi si dice alternativo, dovrebbe poter spiegare perché pensa di esserlo.

Dietro ogni norma, ce n’è (almeno) un’altra. La Prescrizione non è la linea del Piave. È importante, certo; ma è solo una parte, dell’Idea.

Se anche, d’incanto, venisse abrogato “il blocco”, tutto e nella sua massima estensione, magari ripristinando il testo della cd Riforma-Orlando (sospensioni dopo le sentenze di primo e secondo grado, ma limitate nel tempo, anziché sine die, come ora si vuole), avremmo per questo un Sistema Penale (sostanziale e processuale) giusto? No: non giusto: costruito sull’uomo e per l’uomo? E non su elucubrazioni, ossessive e ciarlatane, ossessivamente ciarlatane?

Un’idea realmente alternativa di Giustizia, sarebbe quella di misurare “ciò che serve”, non a partire da pericoli futuri e immaginari, ma dalle nequizie consumate su vite in carne ed ossa.

Il “Legislatore” dovrebbero essere le sofferenze di Casi-Simbolo. Prescrizione troppo corta, per avere i 29 anni del Processo Mannino? Misure di Prevenzione Antimafia, per avere la macellazione della Famiglia Cavallotti, lo scempio delle gestioni Saguto? Nuove norme Anticorruzione, per avere le dieci assoluzioni di Ettore Incalza? Tutela del segreto istruttorio, per avere licenza di lapidare la Prof.ssa Capua? Più ampi poteri d’indagine, per avere agio di massacrare Stefano Cucchi? 

Ecco. Questo sarebbe un criterio “fisiologico”. Considerare “ció che serve” al Sistema Penale sul fondamento delle sue colpe, reali e comprovate, e non delle sue “necessità”, ipotetiche, se non congetturali (la criminalità, la corruzione, l’effettività delle pene, l’utilità probatoria ecc), e sfacciatamente sottratte alle loro stesse smentite.

Ci vuole un’Idea alta, coraggiosa, lungimirante, di società, di umanità, di istituzioni, di responsabilità, per dirsi alternativi. Per dare un senso alle parole e alla politica che le ispira.

Scegliere fra due tumori, non è mai stata un’alternativa.

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