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Mike Bloomberg massacrato dai suoi rivali nel dibattito democratico più scoppiettante

Al dibattito democratico di Las Vegas l'ex sindaco di New York e imprenditore miliardario Mike Bloomberg diventa il bersaglio preferito dai candidati

Mike Bloomberg, Elizabeth Warren, and Bernie Sanders at the Nevada Democratic debate.

Il messaggio è forte e chiaro: bisogna distruggere la campagna elettorale di Bloomberg prima del Super Tuesday. L'ex sindaco di New York è stato attaccato un po' da tutti per via delle sue leggi discriminatorie, la sua ricchezza personale, e alcune presunte aggressioni sessuali su delle donne. Mike è inoltre sembrato arrugginito sul palco dopo più di dieci anni fuori dai giochi politici. Riuscirà ora, a suon di dispendiose campagne televisive, a riprendersi da questa serataccia?

Vista la location del nono dibattito democratico, qualcuno potrebbe aver sospettato che le urla provenienti dal Paris Theater di Las Vegas fossero dovute a un incontro di box più che a un confronto tra i candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti. Quello andato in scena ieri sera è stato il dibattito più divisivo, feroce, e per certi versi entusiasmante, delle primarie democratiche. Il motivo è stato l’esordio sul palco del miliardario newyorkese Mike Bloomberg, qualificatosi in extremis Martedì mattina dopo aver ottenuto almeno il 10% in quattro sondaggi nazionali. 

Fin dal primo minuto, i cinque candidati sul palco hanno fatto capire a Bloomberg di essere un ospite non gradito. Bernie Sanders, conscio di essere diventato il favorito per la nomination, si è lanciato in un attacco contro l’eleggibilità di Bloomberg, accusandolo di aver introdotto misure discriminatorie come lo “stop and frisk” quando era sindaco di New York. Elizabeth Warren lo ha invece imputato per aver zittito alcune donne utilizzando degli “accordi di non divulgazione” per difendersi da accuse di aggressioni sessuali. Persino Amy Klobuchar, che rappresenta insieme a Bloomberg l’ala moderata del partito, ha suggerito a Mike di non nascondersi dietro le sue dispendiose pubblicità televisive. Insomma, un all out contro il povero Mike che non metteva piede in un confronto politico dal lontano 2009.  

Questa lunga assenza dalla politica si è fatta sentire, facendo trapelare attimi di inadeguatezza e improvvisazione. Bloomberg non è riuscito a congedare tempestivamente le accuse della Warren su un tema delicato come quello delle donne, e ha fallito miseramente nel tentativo di difendere la bontà dello stop and frisk. In aggiunta, si è momentaneamente rifiutato di pubblicare le sue dichiarazioni fiscali, imitando così il comportamento che addotto Trump nelle primarie Repubblicane del 2016. Un avvio certamente non positivo per Mike, che ora proverà a riprendersi per il Super Tuesday del 3 Marzo a suon di pubblicità televisive. 

C’è però una nota positiva nella serata di Mike Bloomberg, ed è quella del confronto imbastito con Sanders sul macro tema del socialismo contro il capitalismo. Sanders ha attaccato Bloomberg dicendo che i milionari come lui non dovrebbero esistere, ma Mike ha risposto dicendo che quei soldi lui se gli è guadagnati lavorando duramente. Bloomberg è stato bravo a trasformare l’accusa di Bernie in un motivo d’orgoglio, giocando la carta del sogno Americano. In parole povere, la narrativa del sogno Americano si basa sul sacrificio e sul lavoro duro per ottenere il successo. Questo concetto è ben radicato nella mente della stragrande maggioranza degli Americani, ed è il cuore pulsante del capitalismo e dell’individualismo statunitense. Toccando questa tematica, Bloomberg spera di raccogliere il consenso di tanti Democratici moderati, indipendenti, e forse addirittura alcuni repubblicani che hanno il terrore di ritrovarsi un presidente socialista. 

I candidati per la nomination democratica nell’illustrazione di Antonella Martino

Inoltre, prendendo una posizione cosi netta su un tema cosi divisivo, Bloomberg e Sanders hanno ulteriormente amplificato la polarizzazione del campo democratico e allo stesso tempo avviato la procedura per la monopolizzazione della corsa alla nomination. In un mondo ideale, Bloomberg e Sanders si ritroverebbero soli dopo il Super Tuesday. Bernie dalla parte dei socialisti democratici, spinto da modi, gesti, e termini populisti, e Mike dalla parte dei democratici moderati, con a cuore gli interessi delle elite. Ma la partita sembra essere molto più complessa di questa. Come diceva giustamente l’ex candidato democratico alla presidenza Andrew Yang, i candidati in corsa non hanno il carattere per fare un passo indietro e men che meno per spartirsi dietro a soli due candidati. Si prospetta dunque una lotta all’ultimo delegato, con il rischio concreto di una brokered convention. 

Lo scambio di battute tra Amy Klobuchar e Pete Buttigieg dimostra quanto ancora sia aperta la partita per l’ala moderata del partito. Pete ha attaccato Amy per aver sostenuto alcuni giudici eletti da Trump e per aver votato la conferma di alcuni ufficiali alla protezione doganale, che poi si sono rivelati colpevoli della famigerata separazione dei bambini immigrati dalle loro famiglie al confine con il Messico. Amy ha contrattaccato dicendo che Buttigieg non ha mai dovuto prendere decisioni importanti perché non è mai stato eletto al Congresso. Ma Buttigieg le ha ricordato che non serve essere stati a Washington per saper gestire situazioni complesse. È evidente che questi due candidati non si possono attaccare sul piano ideologico, e quindi decidono di attaccarsi su quello dell’esperienza.  

Chi di esperienza ne ha tanta è un’altro candidato moderato in corsa per la nomination: Joe Biden. L’ex vice presidente ha avuto una serata relativamente positiva. È riuscito a tirare qualche fendente verso Bloomberg, colpendolo prevalentemente sul tema dello “stop and frisk” e dimostrandosi ancora una volta il favorito per ottenere il voto della popolazione afro americana. Ma una cosa che dovrebbe preoccupare Biden è il fatto che nessuno lo attacca più. Se non fosse per le domande dei moderatori, Joe passerebbe l’intera serata in totale silenzio. Mentre una volta era lui quello che doveva difendersi, ora è Bernie Sanders. L’unico momento degno di nota è quando si appresta a pronunciare la sua dichiarazione finale e dal pubblico si alza un urlo: “hai deportato 3 milioni di persone”, in riferimento alle politiche migratorie dell’era Obama. Non un buon segnale per Joe, nello stesso Stato in cui tra due giorni si va al voto…..

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