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Anche al tempo del coronavirus, in Italia tutti “farabutti che l’hanno fatta franca” 

Riflessioni dopo aver letto su "La Repubblica" il Procuratore Luigi Patronaggio sulla sicurezza nazionale: sempre la politica è repressione e l'emergenza la norma?

Una copia della terza edizione "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria (1738-1794)

La Trimurti dell’Autolegittimazione Permanente, dell’ “Anti” -terrorismo-mafia-corruzione- come unica postura che un’Idea regressiva di società, di responsabilità, può consentirsi. E consentire.... Al Triplice Grugno della Trimurti, si affianca un’altra maschera: “Il Contenimento Dell’Epidemia”. Così che, ad ogni incertezza succeda un’unica, poliziesca, “disciplinare” e definitiva certezza... Ciascuna “inosservanza”, con l’invocato rilievo penale, non viene fatta valere, culturalmente e politicamente, per il suo reale “danno”, ma per il suo valore simbolico: espiatorio. Come un “Capro Collettivo”

Si chiede, pensoso, il Dott. Luigi Patronaggio su Repubblica:“il sistema giustizia è in grado di affrontare gravi problemi di sicurezza nazionale? Ieri l’altro il terrorismo e la mafia, e ancora ieri la corruzione ed oggi il contenimento dell’epidemia, ovvero si deve continuare a procedere senza progettualità e senza convergenze di energie e di saperi, lasciando il contrasto a gravi fenomeni criminali a politiche talvolta incerte e contraddittorie?”

L’occasione meditativa viene dalla depenalizzazione della inosservanza ai provvedimenti sulla “restrizione sanitaria” (domiciliare condizionata, di locomozione ecc). Appena introdotta dall’ultimo Decreto-Legge del Governo. A suo avviso, non solo non si doveva sostituire il reato con il cd illecito amministrativo, ma, anzi, si sarebbe dovuto introdurre un nuovo reato ad hoc, e più grave del precedente: “una nuova fattispecie penale, punita con la pena della reclusione…con la possibilità di arresto facoltativo da parte della polizia giudiziaria, da scontare agli arresti domiciliari”. Male anche “non avere previsto il sequestro del mezzo, da affidare in custodia allo stesso contravventore”.

Non stupisce l’evocazione contingente di maggiori pene, di sequestri, di pronta e salvifica durezza. E come potrebbe, se la cultura istituzionale largamente dominante si è venuta risolvendo in una Superstizione Fondamentale, in un medievale appannaggio baronale, che più deve, e più prende; meno fa, e più sopraffà?

Tuttavia, un certo fremito si avverte ugualmente al sentire l’altra evocazione: quella che dal passato si proietta al presente, e pare preparare il futuro: come di una mitopoiesi inappagata e, anzi, sul punto di conseguire la sua Armonia Definitiva.

La Trimurti dell’Autolegittimazione Permanente, dell’ “Anti” -terrorismo-mafia-corruzione- come unica postura che un’Idea regressiva di società, di responsabilità, può consentirsi. E consentire.

Perseguitando i Mannino, gli Incalza, i Penati, quella Superstizione Fondamentale ci ha dato i Di Maio, i Toninelli, i Grillo e i Casaleggio; i Salvini. Cercando spasmodicamente e, spesso inventando, il corrotto, ci ha soggiogato al sicuro incapace. Volendo disconoscere la ricerca del consenso e il suo necessario dinamismo, ha consegnato la società italiana ad una finzione democratica, appiattita sul nullismo di invettive effimere, di allusioni e di farneticazioni su qualsivoglia precedente certezza.

Non più certezza morale: perché tutti sono “farabutti che l’hanno fatta franca”.

Non più certezza culturale: perché impazza un incessante sabbah di analfabeti, che non ha arrestato la sua sudicia danza, i suoi postribolari “questo lo dice lei”, nemmeno di fronte alla santità dei vaccini.

Non più certezza democratica: perché avendo liquidato i partiti di massa, dobbiamo ora agonizzare fra un Parlamento-scatola di Tonno e un Parlamento tetraplegico, ormai colmo delle quarte e quinte file di un truce permanente cabaret digital-televisivo; Parlamento che, in questa prospettiva, sarà comunque meglio mandare al macero: per non urtare nemmeno eventuali e residue finzioni estetizzanti, una volta reso, com’è, per di più storpio e orribilmente mutilato.

E ora, puntuale come le maledizioni bibliche, al Triplice Grugno della Trimurti, si affianca un’altra maschera: “Il Contenimento Dell’Epidemia”. Così che, ad ogni incertezza succeda un’unica, poliziesca, “disciplinare” e definitiva certezza.

“Arrestare l’epidemia è un obbligo che oggi non può essere eluso: ognuno con i suoi strumenti e i suoi mezzi, con estrema fermezza, ma sempre nel rispetto delle garanzie e delle libertà democratiche”.

Rispetto delle garanzie e delle libertà democratiche: prendiamolo per quello che è: uno scioglilingua.

Pare incombere, semmai, una “fase finale”, strutturata e durevole: costituita da una sorta di confluenza fra Trojan Horses (è una panoplia inquisitoria lungamente costruita, ma qui valga uno per tutti), per “catturare l’untore” e Misure di Prevenzione: debitamente riadattate in chiave di Emergenza Sanitaria Permanente, e mutuate dal duttilissimo schema Antimafia-Antiterrorismo-Anticorruzione.

Dal “momento emergenziale” alla sua stabilizzazione, sappiamo, è un attimo: un ciclo di alcuni anni potrebbe essere implementato con relativa facilità: il vaccino, uno, due anni; ma, anche dopo conseguito il vaccino, vi “potrebbe essere” l’attitudine mutagena, per gli anni a venire, e così via.

Una tale pretesa, con una tale potenzialità “proiettiva”, si affaccia mentre domande angosciose sui numeri, sui morti, sulle diagnostiche, sugli strumenti, sulla distribuzione, e su ogni altro aspetto della responsabilità istituzionale tormentano, si ampliano, si induriscono; e, mentre queste si misurano, però, con una diffusa e corale comprensione del carattere quasi misterioso, cosmico e inafferrabile di un Nemico Nuovo e forse Antico.

E nonostante tale “complessità di dare/avere”, ecco che, nei termini di una consueta, proterva, subliminale ma incombente “riduzione repressiva”, si ricambia quel contegno popolare con la colpevolizzazione di massa, implicita nella pretesa penalista (La Legge è “generale e astratta”); e dove una appena sorvegliata sensibilità, equilibrio e lealtà democratici imporrebbero, se non il dialogo, almeno altrettanta sospesa pazienza di quella ricevuta, invece, l’Apparato alza la voce: e proietta (invertendone il segno) non improbabili inadempienze pubbliche ed istituzionali, su complesse, e (nel loro preteso valore univocamente “antisociale”) discutibilissime, “inadempienze” personali e private.

Ciascuna “inosservanza”, con l’invocato rilievo penale, non viene fatta valere, culturalmente e politicamente, per il suo reale “danno”, ma per il suo valore simbolico: espiatorio. Come un “Capro Collettivo”.

Che non sia “operativa”, per il momento, può minimamente confortare. Che venga ideata, preoccupa, invece; e ferisce e sdegna.

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