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Muri, muraglie e barriere nella disfida elettorale medioevale di Donald Trump

Domanda proemiale: sono prigionieri quelli che sono fuori i muri o quegli che se ne cingono?

Una protesta a Berlino, nel settembre del 2016, contro la promessa elettorale di Trump di costruire un muro al confine col Messico (Foto da Flickr)

In tutte le società antiche e medioevali le mura erano sempre esistite a difesa da assalti di conquistatori esterni. Appunto: antiche e medioevali...

Sempre mi è farfugliato nella mente il quesito da quando entravo nel castello turrito della Margana, Hospitale dei Cavalieri Teutonici, e dagli spalti merlati ammiravo la libera distesa del grano, bionde onde rilucenti, e mi estasiavo alle libere fiumare e alle cime incontaminate di fronte, giù lo sguardo nello spacco dei merli. Qui c’era la difesa della roccia elevata. In quelli libreschi della cavalleria medioevale, quello per esempio danese di Krongorg ad Helsingor, detto di Amleto, aveva un ampio fossato e un ponte levatoio. Quello, sì, a prova di entrata, come non lo sono quelli del signor Trump e di Israele. Celebri i tunnel sotterranei scavati dai Palestinesi e anche dai Messicani.

Mura medioevali a Siena

Dalla origine delle città diffuse come società chiuse a difesa di comuni proprietà ed interessi, si è resa necessaria la costruzione di mura di protezione dagli attacchi di conquistatori esterni. E servirono fino a quando gli assalitori erano gruppi isolati. Si resero vana illusione, quando il nemico era numeroso ed agguerrito. La domanda iniziale giunge a proposito: il nemico con l’assedio poteva affamare le città, mentre non aveva problemi di vettovagliamento. Le Lunghe Mura di Atene del 487 a.C. non impedirono a Sparta di vincere la trentennale Guerra del Peloponneso e di abbatterle nel 404 a. C. Così la gara ad intersecare muri tra Siracusani ed Ateniesi assedianti non impedì alle navi degli Ateniesi assalitori di marcire nel porto di Ortigia e di perdere la guerra con la battaglia dell’Asinaro del 413 a.C. Fu la lotta che dissanguò l’Atene della Lega Attica e la Sparta della Lega dorica. Le avrebbe scalzate il predominio di Tebe.

Si trattava sempre e comunque di mura di difesa da un “nemico” assalitore e conquistatore esterno.

Per questo motivo nel 215 a.C. l’imperatore cinese Qin Shi Huang, quello del mirabolante esercito di terracotta di X’ian, avviò la costruzione della Muraglia che durò per secoli e fu ripresa e proseguita ancora nel XIV secolo dalla dinastia Ming. Oggi dalla misurazione con raggi infrarossi e GPS risulta 8.859 Km, che con ramificazioni, trincee e difese naturali raggiunge i 21.196 km. Chi l’ha visitato può concordare con l’UNESCO che nel 1987 l’ha dichiarata patrimonio dell’Umanità e nel 2007 è stata inserita fra le Sette Meraviglie del Mondo Moderno. Essa servì a difendere la Cina dall’invasione dei Manciù e dei Mongoli. Soltanto alla fine, assorbita la Mongolia, il cosiddetto Salice Palisade, fu costruito dai Qing in Manciuria, non per difesa, ma per controllo e ostacolo alle migrazioni.

Questo scarno promemoria era necessario per ribadire che in tutte le società antiche e medioevali le mura erano sempre esistite a difesa da assalti di conquistatori esterni.

L’uso improprio delle mura per chiudere dentro i confini i propri cittadini ed impedire che espatriassero avvenne con la costruzione dal 1961 al 1989 del Berliner Mauer da parte della DDR o Germania dell’Est, ufficialmente da essa giustificato come Antifaschisticher Scutzwall. Siamo alla nascita della lunga ed ideologica Guerra Fredda, come progetto di egemonia politica, militare ed economico mondiale. Si trattava di un sistema di recinzione in calcestruzzo di 156 km, alto 3,6 metri. Sappiamo delle vittime procurate e della successiva illusione del suo entusiastico e televisivo abbattimento con vendita di pezzi per ricordo e cimelio. Fu l’avvio della caduta, assieme al muro, delle ideologie, che nel bene e nel male avevano reso possibile un equilibrio globale e avevano assicurato nella dialettica degli opposti decenni di pace. Tacciamo della vergognosa svendita della Germania Est sotto il cancelliere Helmut Kohl con la semplice annessione a quella federale e la fine delle speranze di uguaglianza e di riscatto degli antecedenti comunisti. Ne sappiamo ancora oggi qualcosa noi Siciliani con la brutale annessione plebiscitaria al Regno di Sardegna e il travaso tout court delle leggi e del diritto del conquistatore. La lunghissima carriera di Kohl, più lunga di quella di Bismarck, si sarebbe chiusa con lo scandalo dei fondi del partito. Ironia della sorte una compatriota dell’Est, Angela Merkel, ha governato e governa nella Repubblica federale tedesca.

Betlemme, 27 dicembre 2018: murales sul muro di separazione (Foto Karin Troiani)

Se i comunisti invocavano l’antifascismo per giustificare il loro muro, più raffinati sono gli Israeliani che chiamano il loro muro “barriera o muro di separazione israeliana” e così soltanto viene identificato dalla patriottica Wikipedia. La costruzione cominciò nel 2002 con il nome di “security fence”, chiusura di sicurezza israeliana o barriera antiterroristica. I Palestinesi chiamano la barriera muro della vergogna o muro dell’annessione o muro dell’apartheid muro, di separazione razzista. Esso annette le colonie israeliane e quasi la totalità dei pozzi e si discosta in alcuni tratti fino a 28 km dalla linea verde. Il tracciato di 730 km alterna muro e reticolato con barriere e porte elettroniche. Esso continua ad espandersi nonostante la condanna dell’Assemblea dell’ONU del 2003 e quella della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia del 2004. Per chi lo ha visto dalla parte palestinese essa offre uno spettacolo surreale per la mastodontica altezza e la solidità del muro che si perde infinito alla vista. A renderlo più umano la serie dei colorati murales.

In attesa che qualche Stato ex-comunista dell’Unione europea pensi di erigere il proprio muro, pur ricevendo sovvenzioni da Bruxelles, non ci resta che parlare dell’”AMERICAN PROUD” di Trump, sul quale gioca d’azzardo, assieme ai razzisti palesemente assassini, per rasserenare l’anima buona dei possidenti dell’America delle pianure e dell’interno, fermi assertori del II emendamento del 1787, ancor prima dell’epopea del selvaggio West: «Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata, non sarà violato il diritto del popolo di tenere e portare armi», non solo per lo Stato libero, ma per ammazzare il vicino o il compagno di scuola.

Parlare però del muro del Mexico come invenzione geniale di Trump, sarebbe farlo troppo intelligente.

A scanso di equivoci e di accensioni esclusivamente razziste bisogna dire come stanno realmente le cose. Anche i governanti statunitensi non sono meno ipocriti degli Israeliani e per non usare il termine “muro” che hanno esecrato a Berlino e del quale hanno fatto il loro vessillo di democrazia e libertà, definiscono il loro “muro”, “barriera di separazione tra Stati Uniti d’America e Messico”. Più volgarmente “muro messicano” o “muro di Tijuana”. Naturalmente come avviene per il caso israeliano i Messicani lo chiamano “Muro della vergogna”.

Donald Trump (by Antonio Giambanco/VNY).

Ad inventarlo fu George H.W. Bush nel 1990 nell’ambito del progetto frontaliero della “Prevenzione attraverso la Deterrenza” con recinzioni ed ostacoli, soprattutto nell’area di San Diego. Nel 1993 fu completato il primo tratto per 22,5 km. Seguì poi il buon Clinton (1993-2001) che proseguì l’opera rafforzandola con la vigilanza fissa della polizia di frontiera. Il salto avvenne il 15 dicembre 2005 con l’approvazione del rafforzamento della barriera con un muro di 1.123 km. Il 13 settembre 2006 il Congresso approvò a larga maggioranza (con voto anche di Obama, sì) la risoluzione 6061 (H.R. 6061), Secure Fence Act, firmata da George W. Bush nell’ottobre del 2006. A differenza della ciclopica opera muraria cinese o del calcestruzzo israeliano, quello americano fu progettato in lamiera metallica sagomata dell’altezza variabile dai due ai quattro metri nella frontiera tra Tijuana e San Diego. È illuminato con luci fortissime e visione notturna e connessione alla polizia oltre ai controlli con gip ed elicotteri armati. La splendida tecnologia ad uso militare. Il sistema ecologico ne è uscito irrimediabilmente sconvolto, non tenendosi conto della distruzione del territorio, non rispettando neppure degli agglomerati urbani, da San Diego in California a El Paso in Texas. Sono stati deturpati parchi naturali (il Cabeza Prieta National Wildlife Refuge e l’Organ Pipe Cactus National Monument) e luoghi sacri dei nativi come il Tohono O’odham con il suo Monument Hill, distrutto l’ambiente ecologico di flora e fauna, tra millenari cactus, volatili e giaguari spaesati. Commesse miliardarie alla società (sponsor di Trump) Fisher Sand and Gravel (Bannon ne potrebbe sapere qualcosa), trenta milioni di dollari a miglio, sotto l’alibi dell’emergenza nazionale. Qui sta la sostanziale differenza della propaganda esacerbata a fini elettorali di una tragedia anacronistica e vituperata in altre nazioni.

Naturalmente lo scotto in vittime supera in termini esorbitanti quello del muro di Berlino. I cosiddetti “caduti al muro di Berlino” (Todesopfer an der Berliner Mauer, Maueropfer o Mauertote) dal 13 agosto 1961 al 9 novembre 1989, morti per mano della polizia di frontiera o per semplici incidenti, furono 138 (98 fuggitivi) secondo il Centro di Ricerca sulla Storia Contemporanea (ZZF), finanziato dallo Stato tedesco, 245 secondo l’associazione Arbeitsgemeinschaft 13. August, che gestisce il museo del celebre Checkpoint Charlie. Di contro ai governanti di qualsiasi collocazione politica la Commissione nazionale per i diritti umani nel Mexico, in consonanza con l’American Civil Liberties Union (ACLU), calcolano tra il 1994 e il 2007 circa cinquemila morti.

Pur considerando i fortunati che sono riusciti a passare costruendo tunnel sotto le difese incalcolabile e per lo più non censita è la strage del deserto di Sonora che non perdona per l’asperità del territorio e le micidiali temperature. Un lungo cammino di 80 km in un deserto cosparso di ossa umane, fino alla riserva indiana di Tohono O’odham. Non più propizia risulta in Arizona l’avventura verso il lavoro e la libertà attraverso l’impervio e letale monte Baboquivari.

Il muro barriera al confine con il Messico

Per chi assiste allo sventramento e allo sconvolgimento di quel magico territorio con i tipici cactus e le aspre montagne non può che inorridire davanti alla pazzia umana. Dai tempi di quel cosmopolitismo sognato da Alessandro Magno, sì, anche con il suo ellenismo unificatore che portò alla tragica scomparsa della cultura egiziana e persiana, non si sarebbe mai potuto immaginare che in un cosmo globalizzato dalla finanza e dai social, potesse verificarsi una tale disastrosa involuzione, quel tanto vaticinato “Medioevo prossimo venturo”. Dal sogno del Governo mondiale in un giro di pochi decenni siamo giunti al proliferare di miseri nazionalismi, miopi esecutori davanti all’incalzare della finanza. Perché si guarda ormai allo straniero come a un nemico, al “prossimo”, cristiano o non, come un possibile defraudatore della propria ricchezza e del proprio benessere. La tragedia dell’egoistica court yard delle villette anglosassoni in legno.

Negli USA nessuno o pochi comprendono di essere “geneticamente” un miscuglio di razze e popoli, dagli autoctoni ormai distrutti e chiusi nella prigione delle riserve a tutta la miriade di emigrati venuti da ogni angolo più sperduto del mondo. Non esistono purosangue. Gli USA non sono potenti e ricchissimi per i pochi anglosassoni conquistatori e autori di genocidi, ma per il lavoro e le intelligenze di tante stirpi, ognuna con la propria professionalità e cultura. E si dica pure che le guerre, dall’intervento nella prima mondiale alla seconda, e quelle più recenti accese e quasi mai vinte dalla Corea al Vietnam, alle guerre più cronologicamente vicine in Somalia, in Iraq, in Siria, sono state combattute per lo più da soldati di colore, con il loro pesante tributo di sangue. Fino a quando non si è pensato che era più asettico e indolore per loro usare droni e contractors, mercenari anonimi in confronto ai celebri “condottieri di ventura” degli eserciti medioevali e rinascimentali (XIII-XVI secolo), come il Giovanni dalle Bande nere o John Hawkwood.

Ecco per chiudere il cerchio del “Medioevo prossimo venturo”. Le reazioni al Covid lo stanno rendendo palese e assiomatico.

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