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Trump e Giuliani tentano di fermare Biden con gli scandali del figlio Hunter

Stasera le due town hall in contemporanea, alla NBC valanga di critiche per aver aiutato la Casa Bianca; Kamala Harris e i timori del contagio di covid-19

La prima pagina del tabloid New York Post con la notizia "scoop" su Hunter Biden

Colpi di scena a ripetizione a diciannove giorni dal voto.  La candidata democratica alla vicepresidenza, la senatrice della California Kamala Harris sospende per precauzione per alcuni giorni la sua campagna dopo che due persone del suo entourage elettorale sono risultate positive al Covid. Il test è stato fatto anche a lei ed è negativo, ma non vuol correre rischi, né farli correre al suo compagno di ticket  ora più che mai dopo che i sondaggi continuano a darlo in vantaggio su Trump. Secondo l’indagine demoscopica  Wall Street Journal-Nbc, il candidato democratico è 11 punti avanti al presidente e ha il 53% dei consensi contro il  42% del capo della Casa Bianca.

Trump ritwitta Giuliani che accusa Biden

Trump arranca, tweetta e s’arrabbia. I suoi comizi sono carichi di risentimento e di accuse contro “Sleepy Joe”. Messi alle strette gli uomini del presidente lanciano una nuova offensiva contro il rivale democratico sperando di riacquistare consensi con l’elettorato. Ma non sono accuse dirette  contro l’ex vicepresidente, ma contro suo figlio Hunter. Un modo per colpire di riflesso Biden e cercare di spostare l’opinione pubblica che pesantemente critica l’operato del presidente per la gestione della pandemia in continua espansione con 21 Stati che vedono crescere in modo esponenziale i casi e che ad oggi ha infettato quasi 8 milioni di americani, uccidendone 217 mila. 

Il New York Post, il giornale di Rupert Murdoch, proprietario anche di Fox News, la stazione televisiva che sostiene il presidente, ha pubblicato alcune presunte email di Hunter Biden scritte nel 2015 in cui cercava di organizzare un incontro tra suo padre, allora vicepresidente degli Stati Uniti, e un alto dirigente della società energetica ucraina Burisma, azienda della quale Hunter faceva parte del  consiglio di amministrazione. Secondo il New York Post l’incontro sarebbe avvenuto nel 2015. I fatti, però, almeno per ora, smentiscono che l’incontro sia mai avvenuto, o almeno l’incontro non è registrato nell’agenda ufficiale tenuta dagli uffici dell’allora vicepresidente. Ma c’è di più. Il dossier per le accuse ad Hunter Biden è stato preparato da Rudolph Giuliani e da Steve Bannon. L’ex sindaco di New York è il discusso avvocato di Trump e ha stretti rapporti con Andrii Derkach, parlamentare ucraino e, secondo il Treasury Department, spia russa da oltre un decennio sul quale pende una indagine del Treasury’s Office of Foreign Assets Control perché avrebbe cercato di influenzare il processo elettorale americano. Derkach è anche partner di Lev Parnas, incriminato dagli agenti federali per aver frodato un fondo investimenti dal qual Giuliani avrebbe ricevuto mezzo milione di dollari in consulenze. Derkach nel 2015 avrebbe fatto pressioni su un altro membro del consiglio di amministrazione della Burisma, Vadym Pozharskiy, affinché Hunter Biden organizzasse un incontro tra lui e il padre. Steve Bannon, invece, avrebbe redatto la narrativa su come Giuliani sarebbe entrato in possesso del computer. Bannon, come è noto, è in libertà su cauzione perché è stato incriminato per una truffa fatta ad una fondazione che raccoglieva fondi per la costruzione del muro tra gli Stati Uniti e il Messico.  Le misteriose email che accusano Hunter Biden sarebbero state rintracciate in un personal computer in riparazione e “casualmente” trovato da Giuliani.

Per il clan Trump la scoperta del computer sarebbe la prova che incastra il candidato democratico. Ma sulla veridicità dello scoop ci sono molti dubbi tanto che nessun giornale “importante” ha riportato la notizia se non per commentare il cattivo gusto del presidente di cercare di colpire il figlio del candidato rivale nel disperato tentativo di distogliere l’opinione pubblica dal “massacro” di americani che sta avvenendo nel Paese per il suo modo di gestire il coronavirus.  E anche Twitter e Facebook hanno bloccato  il post del New York Post relegandolo a “bufala”  mediatica. 

“Terribile – twitta Donald Trump – che abbiano smontato la storia che è una “pistola fumante” contro Joe Biden e suo figlio Hunter. E’ solo l’inizio per loro – minaccia ancora Trump – non c’è niente di peggio di un politico corrotto”. Twitter, inoltre, ha bloccato anche l’account della portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, per aver postato l’articolo. “L’hanno bloccata solo perché cercava di diffondere la verità”, ha commentato Trump nel suo comizio di ieri sera in Iowa. 

Della vicenda se ne riparlerà sicuramente questa sera nei due town hall separati dei due candidati. A questo proposito una valanga di critiche sono state mosse alla stazione televisiva NBC per aver organizzato all’ultimo minuto l’evento in contemporanea con il town hall di Biden già definito dopo che Trump aveva cancellato il secondo dibattito di Miami. La mossa viene vista come un’azione di disturbo del presidente per cercare di ridurre l’audience televisiva del rivale e in questo sarebbe stato aiutato dalle NBC. E così i dibattiti si trasformano in una battaglia dei giganti dell’informazione televisiva su chi otterrà una maggiore audience svilendone il contenuto politico.

L’allora Vice Presidente Joe Biden tra il Presidente Barack Obama e la First Lady Michelle alla Casa Bianca (Official White House Photo by Pete Souza)

In aiuto di Biden nei prossimi giorni arriverà Barack Obama che cercherà di aiutare il suo ex compagno di cordata con un giro elettorale  in alcuni punti caldi delle elezioni tenendo comizi in Florida, Michigan,  Pennsylvania e Wisconsin. Con lui, probabilmente, l’ex first lady Michelle, tanto per ricordare, specialmente all’elettorato femminile, il ruolo di una First lady.

Infine a Washington sono terminate le audizioni di Amy Coney Barrett davanti alla Commissione Giustizia del Senato. Tutto scontato. Il voto della Commissione ci sarà il 22 di ottobre dove i repubblicani hanno la maggioranza e il giorno successivo al Senato si terrà il voto per la nomina del giudice Barrett alla Corte Suprema. Il capo della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, dal Kentucky dove era andato a votare ha detto che il suo partito ha una solida maggioranza per confermarla.

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