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La Camera di Nancy Pelosi si indebolisce, Senato in bilico fino a Gennaio

I democratici perdono almeno 6 seggi alla Camera e ne guadagnano solo 1 al Senato

Il Presidente Sergio Mattarella al Campidoglio, sede del Congresso degli Stati Uniti, incontra la Presidente della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, in occasione della Visita Ufficiale negli Stati Uniti d'America (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Mentre si avvicina la vittoria di Joe Biden, la situazione al Senato e alla Camera non sorride ai democratici. La speranza di ottenere una maggioranza al Senato è quasi sfumata, nonostante ci siano ancora due corse a Gennaio, mentre quella di espandere la maggioranza alla camera non si è avverata, anzi, la maggioranza si è ridotta notevolmente, e per la prima volta in due anni la leadership di Nancy Pelosi è sotto assedio.

Con Joe Biden che si appresta a diventare il quarantaseiesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, è arrivato il momento di valutare con attenzione la situazione che l’ex vice presidente dovrà affrontare una volta insediatosi nello studio ovale. In particolare, la composizione del nuovo Congresso sarà fondamentale nel determinare i tempi e i modi delle riforme strutturali che hanno in mente Kamala e Joe. Al momento, sia alla Camera che al Senato, la situazione non sembra sorridere ai democratici.

Dopo quasi 6 anni di maggioranza Repubblicana, non è un segreto che i democratici speravano di riprendere in mano il controllo del Senato. Gli ultimi dati provenienti dagli stati in gioco ci raccontano di una situazione ancora in bilico, con i Repubblicani che però sono nettamente favoriti nel mantenere una maggioranza per almeno altri due anni. È da valutare sotto questa lente la ripresa di Wall Street, che vede di buon occhio una situazione “gridlock”: dove la Casa Bianca e il Senato non sono controllati dallo stesso partito. Questo fa si che ci siano meno possibilità di vedere il passaggio di alcune riforme radicali dall’una e dall’altra sponda politica, a favore di riforme più moderate con consenso “bipartisan”.     

Ma il motivo per cui la situazione è ancora in bilico va cercato nello stato della Georgia, dove a scrutinio quasi concluso, il senatore repubblicano David Perdue è caduto sotto la soglia del 50%, che fa scattare in automatico un ballottaggio con il candidato che si è classificato al secondo posto; in questo caso il democratico Jon Ossoff. Il ballottaggio si terrà il 5 Gennaio 2021, a pochi giorni dell’inaugurazione del nuovo Presidente. In concomitanza con questo ballottaggio, ci sarà un’altra corsa al Senato sempre nello stato della Georgia tra il senatore repubblicano Kelly Loeffler e candidato democratico Raphael Warnock. Questa corsa “speciale” è dovuta alle dimissioni del senatore repubblicano Johnny Isackson avvenute lo scorso 31 Dicembre. Nelle primarie tenutesi Martedì scorso ha prevalso il democratico Warnock con il 33% delle preferenze, ma il voto repubblicano era spaccato in due per via della presenza di più candidati. A Gennaio dunque, ci si aspetta una corsa molto più competitiva, con i Repubblicani che uniranno le forze per portare Loeffler a guadagnarsi una vittoria che potrebbe risultare decisiva nella conta degli scranni al Senato. 

A sinistra il Senatore Perdue, a destra il candidato democratico Ossoff

Con ancora due corse da chiamare oltre la Georgia, l’equilibrio nel nuovo Senato è di 48 scranni a testa. I democratici hanno conquistato due scranni repubblicani, ribaltando la situazione in Arizona e in Colorado, ma i Repubblicani sono riusciti a mitigare queste perdite ribaltando uno scranno democratico in Alabama. Nelle due corse rimanenti in North Carolina e Alaska, i candidati repubblicani detengono un comodo vantaggio. In Alaska, con il 56% delle schede scrutinate, il senatore repubblicano Dan Sullivan conduce 63-32 sul democratico Al Gross; mentre in North Carolina, con il 94% delle schede scrutinate, il senatore repubblicano Thom Tillis ha un margine di circa 97 mila voti sul democratico Cal Cunningham, con 117 mila schede ancora da scrutinare. Valutando anche il vantaggio di Donald Trump su Joe Biden in questo stato, è molto probabile che Tillis riesca a mantenere questo margine e portare i Repubblicani a 49 scranni, in attesa dell’Alaska che porterà quest’ultimi ad un solo scranno dalla maggioranza. Per ribaltare questa situazione, i democratici dovrebbero riuscire a  conquistare entrambe le sfide in Georgia, portando dunque la conta degli scranni a 50 pari. In un “deadlock” del genere sarebbe il nuovo vice presidente degli stati uniti a designare una nuova maggioranza con il suo voto decisivo. Una situazione alquanto improbabile data la lunga tradizione dei senatori repubblicani in questo stato della South Belt. Ma è giusto ricordare che anche Joe Biden non doveva vincere la Georgia, eppure, dopo ben 28 anni di sconfitte, abbiamo visto com’è andata a finire…

Ma se al Senato i democratici possono ancora provare ad arrampicarsi sugli specchi, alla camera il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Poche settimane prima dell’elezione, Nancy Pelosi era cosi certa di espandere la maggioranza democratica che dichiarò prematuramente che si sarebbe ricandidata per un nuovo mandato di due anni come speaker della camera. Non solo i democratici non sono riusciti ad espandere la propria maggioranza, ma sono riusciti a ridurla significativamente. Con ancora 30 corse da chiamare, i democratici hanno già perso 6 seggi, con il rischio di ridurre ulteriormente la maggioranza una volta che tutti i distretti riporteranno i risultati finali. Nancy Pelosi è stata messa sotto tiro da alcuni dei deputati democratici più moderati, i quali la accusano di aver dato troppo campo e visibilità alle voci più radicali della camera tipo Alexandria Ocasio Cortez e Ilhan Omar. Secondo questi deputati, la Pelosi avrebbe concesso troppo potere a Cortez e Omar, alimentando così lo spauracchio del socialismo che i candidati repubblicani sono riusciti a cavalcare con successo, detraendo parte dell’elettorato moderato ai democratici. La leadership di Nancy Pelosi non sembra più essere sotto una botte di ferro e il futuro della speaker sarà in gran parte determinato dalla performance dei candidati democratici nelle 30 corse rimanenti.

Nancy Pelosi nell’illustrazione di Antonella Martino

Tutto sommato, l’uscita dei democratici da questa tornata elettorale non sembra poi cosi idilliaca. Vero, Joe Biden sta per conquistare la Casa Bianca con il maggior numero di voti nella storia delle presidenziali americane, ma la strada è ora tutta in salita se si valuta la probabile composizione del nuovo Congresso. Il rischio che corre Joe Biden è quello di far infelice molto presto la rumorosa base progressista del suo partito, una volta che questi si renderanno conto che non sarà una passeggiata passare le loro riforme con un senato saldamente in mano ai repubblicani. Riuscirà una voce più progressista come Kamala Harris a tenere sotto scacco i ribelli? O sarà proprio Joe Biden a selezionare un team ricco di progressisti in ruoli chiave dell’amministrazione così da dividere il più possibile la responsabilità? Staremo a vedere…

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