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Trump minaccia il veto sul pacchetto aiuti e rilancia 2000 dollari per tutti

Nancy Pelosi lo sfida: "votiamoli subito". Mentre la Casa Bianca è nel caos, Biden prosegue le nomine puntando su ministri ispanici

di Claudia Cosi

Donald Trump, nei mesi della pandemia, ha portato avanti numerose fake news (pixabay)

Di quanto sarà l’assegno per aiuti anti-covid che decine di milioni americani si aspettano di ricevere a partire dalla prossima settimana? Di $600 dollari a individuo come hanno votato Camera e Senato in modo bipartisan approvando un pacchetto di oltre 900 miliardi di dollari, o di $2000 dollari a persona e $4000 a copia come suggerisce all’ultimo momento il presidente Trump che adesso minaccia di non firmare il provvedimento già approvato? I repubblicani si sentono spiazzati perché sono loro che hanno frenato su un pacchetto di aiuti più generoso, ma la leader della Camera Nancy Pelosi sfida direttamente Trump ed è pronta a presentare alla camera anche alla Vigilia di Natale il super assegno da $2000 dollari per aiuti immediati con un “consenso unanime”.

Ma il presidente va anche oltre e minaccia di non firmare nemmeno la proposta di budget e di finanziamento alla dife per 1,4 trilioni di dollari che per ragioni tecniche è stata abbianata alla camera e al senato al pacchetto di aiuti bipartisan.

In realtà se quella del presidente come è già accaduto in passato è solo una provocazione per mantenere visibilità, e il super assegno da $2000 dollari non dovesse passare, questo ritarderebbe la distribuzione anche del più piccolo aiuto di $600 dollari perché ha bisogno della firma del presidente sul pacchetto intero, oppure di un altro voto dei due rami del Congresso che di fatto annullerebbe il veto presidenziale, ma sposterebbe la decisione di altri 12 giorni.

Il presidente Trump con i “consiglieri” Mike Pompeo and Rudy Giuliani in una composizione di Antonella Martino basata sul film, “Il Padrino”

La Casa Bianca con un Trump che si muove come ostaggio di se stesso, tra bandiere e alberi di Natale e palloncini dalle luci fredde, rimane nel caos. Forse il suo previsto viaggio a Mar a lago per il Natale potrebbe calmarlo.

Per adesso il presidente comunica solo con tweet e video. Vuole evitare le domande dei giornalisti e dettare solo lui le condizioni. Anche i suoi consiglieri più stretti stanno scivolando lentamente sempre più lontano dalla sua orbita. Le uniche notizie certe sono gli oltre 20 tra perdoni e commutazioni di pena firmati e garantiti nelle ultime 24 ore anche per 4 ex contractor militari condannati all’ergastolo per aver massacrato nel 2007 civili e bambini in Iraq. Molti altri beneficiati sono colpevoli di frodi e corruzione. Ma la lista è ancora incompleta. Il presidente che rimane l’uomo più potente del mondo fino al 20 gennaio può “perdonarne” altre decine se non centinaia di persone e lo farà.

La sua lunga mano armata, potrebbe provocare sconquassi al Pentagono con ritiri improvvisi dei soldati sui vari fronti o attacchi coi droni all’Iran, senza contare le provocazioni ai cinesi ritenuti, solo da lui, la probabile mente dei cyberattacchi alle agenzie federali Usa. Tutti i servizi di intelligence Usa sono concordi invece nel ritenere insieme al Segretario di stato Pompeo e al ministro della giustizia Barr che siano stati i russi.

L’unica cosa che Trump, il “sovrano senza corona”, non può più fare è prolungare la sua presenza alla Casa Bianca. Per il suo contratto d’affitto è già scattato il conto alla rovescia e non ci sarà proroga. Il 6 gennaio, un giorno dopo le elezioni in Georgia l’intero Senato dovrà certificare una volta per tutte i voti elettorali, 306 contro 232, che daranno non solo la vittoria ma anche la presidenza dal 2021 al 2025 a Joe Biden. Quello sarà il vero atto di sfratto.

Trump & Covid (Illustrazione di Antonella Martino)

Concentrato sulla lotta al Covid e sulla drammatica distribuzione dei vaccini il “presidente eletto” Joe Biden intanto continua a lanciare le linee guida per un Natale e un Capodanno blindati, sicuri e virtuali per abbassare il numero impressionante dei contagi e dei morti, in attesa che arrivi il vaccino per tutti.

“Il peggio – ricorda Biden – non è alle nostre spalle ma davanti a noi… indossate le mascherine, tenete le distanze, lavatevi spesso le mani resistete almeno altri 100 giorni e ce la faremo”.

A Wilmington in Delaware diventata ormai la temporanea seconda capitale d’America si allunga l’elenco dei ministri per la sua amministrazione arcobaleno.  “Sleepy Joe” ha scelto in queste ore   un ex insegnante Miguel Cardona figlio di immigranti di Portorico come prossimo segretario dell’educazione dopo anni di esperienza come commissario delle scuole pubbliche del Connecticut.

Dalla California invece arriverà in Senato Alex Padilla figlio di immigrati messicani attuale segretario di stato. Il governatore democratico californiano Gavin Newson ha voluto scegliere lui come primo latino per rappresentare l’enorme e ricco stato in sostituzione della vice presidente eletta Kamala Harris il cui mandato si sarebbe concluso nel 2022.

Con la scelta di Alex Padilla e di Xavier Becerra (attuale procuratore generale della California) chiamato al ministero della sanità, e con l’aggiunta di Miguel Cardona all’istruzione, Joe Biden non solo punta ad un’amministrazione multirazziale competente e piena di esperti in grado di lavorare dal primo giorno, ma guarda con estrema cura al peso degli ispanici nel paese e soprattutto in California dove sono il 44% della popolazione. Altrettanta attenzione è stata riservata alla componente afroamericana che vede per la prima volta un generale nero al ministero della difesa, insieme a diversi specialisti nella task force sia economica che anti-covid.

Joe Biden presidente (Illustrazione by Antonella Martino)

Un tassello chiave ancora mancante riguarda però il ministero della giustizia. Il nome doveva arrivare prima di Natale, ma slitterà a prima di Capodanno. Poche ore fa c’è stato il commiato del controverso attorney general William Barr. Biden non ha ancora deciso chi candidare al suo posto, ma lascia intendere che vorrebbe mettere non un politico o una figura legata ad un partito, ma un grande professionista della giustizia che faccia applicare la legge uguale per tutti e non sia il difensore del presidente. Per oltre due anni William Barr è stato considerato invece un fedelissimo di Trump, un vero soldato ai suoi ordini, anche nel giustificare l’intervento della guardia nazionale e delle forze speciali a Washington per permettere al tycoon di andare a fare una foto passando in mezzo ad un cofteo di dimostranti. Anche Barr però nonostante i gesti di ubbidienza è uscito rapidamente dal cerchio magico trumpiano dopo aver accertato “che non ci sono state frodi nelle elezioni, che le macchinette contavoti non erano truccate e che non serve un procuratore speciale per indagare su Hunter Biden perché FBI e ministero della giustizia stanno già indagando abbastanza su di lui…”.

Con quelle frasi l’attorney generale ha praticamente seppellito ogni possibilità di ricorso degli irriducibili e dei complottisti come il suo avvocato Rudolph Giuliani. Trump non ha licenziato Barr in tronco, ma ha barattato le sue formali dimissioni con una lettera di addio piena di elogi nei suoi confronti.

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