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Tutti i soci di Ciancimino: Stato & mafia a tutto gas

Il recento arresto del figlio di Don Vito potrebbe far comodo a chi vorrá screditare del tutto un testimone scomodo, che potrebbe sapere troppo anche su certi affari milionari... L'ex sindaco di Palermo era socio occulto del Gruppo Gas spa, protagonista in uno dei piú grandi appalti pubblici della storia siciliana e sul quale indagava il giudice Paolo Borsellino poco prima di saltare in aria

 

   "Ma l’America è lontana, dall’altra parte della luna", recita una celebre canzone di Lucio Dalla. E, in effetti, l’America è veramente lontana, nel senso che è difficile, molto difficile spiegare ai lettori americani quello che succede in Italia tra mafia e antimafia, con il passato e il presente, legati a doppio filo, che si inseguono e si contraddicono in un gioco di luci e ombre. Con l’impossibilità, quasi matematica, di arrivare a capire come funziona la giustizia italiana.

       Due le questioni oggi molto ‘gettonate’ in Italia. Prima questione: la ricostruzione, con ‘appena’ 18 anni di ritardo, della trattativa tra Stato e mafia tra il 1992 e il 1993. Seconda questione: le disavventure di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito Ciancimino, un personaggio, quest’ultimo, che è stato, per oltre 50 anni, uno dei veri protagonisti della mafia siciliana e dei rapporti tra la mafia siciliana con Cosa nostra americana.

 

La trattativa – La storia dell’Italia repubblicana, fino alla caduta del muro di Berlino, è anche la storia di una lunga trattativa tra Stato e mafia. E questa non è una nostra personalissima interpretazione, ma una constatazione che è sotto gli occhi di chi la vuol vedere. Un’esagerazione? Seguiteci.

Qualche mese fa Gaetano Gifuni, potentissimo ex segretario generale della Presidenza della Repubblica, in servizio sia con Oscar Luigi Scalfaro, sia con Carlo Azelio Ciampi viene colpito da una crisi di ricordi. E, a proposito degli anni bui delle stragi, dice che è Oscar Luigi Scalfaro, in quegli anni presidente della Repubblica italiana, a volere Alberto Capriotti alla direzione del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) al posto di Nicolò Amato. Lo nominano, di comune accordo, Giovanni Conso, che allora è ministro di Grazia e Giustizia, e Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca capo del governo. Gifuni aggiunge che Scalfaro è l’unico a conoscere Capriotti.

Il nuovo direttore del Dap, dodici giorni dopo la nomina, suggerirà al governo Ciampi di alleggerire il carcere duro per i mafiosi, quale segno distensivo. Per la cronaca, questo avviene nel 1993, quando i mafiosi (solo i mafiosi?) seminano bombe tra Roma, Firenze e Milano.

Tutto chiaro? No, perché Gifuni aggiunge che, nei giorni degli attentati del 1993, non s’è mai parlato del 41 bis, ovvero del carcere duro, come possibile causa delle bombe di quelle settimane. Non ne fanno cenno né Scalfaro, né Ciampi. Non la pensa così l’allora ministro degli Interni, Nicola Mancino, poi vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, che invece dichiara il contrario. Mancino dice di aver capito subito che le bombe portano il marchio della mafia. E li mette in relazione con il regime carcerario. Ancora più veloce, nel capire il ‘latino’ di quegli anni, l’allora ministro della Giustizia, Giovanni Conso, che, su suggerimento di Capriotti, voluto da Scalfaro, revoca il carcere duro per rendere ‘docile’ la mafia.

Una considerazione e una domanda. La considerazione: Mancino e Conso sono ministri di Ciampi; e Ciampi, come Gifuni ricorda, lavora a stretto contatto con il presidente della Repubblica, Scalfaro. Com’è possibile che i primi due ricordino e i secondi accusino un vuoto di memoria?

E allora: che dicono i lettori americani della classe dirigente italiana? Gente seria, no? Chi ha capito cosa è, in Italia, il senso dello Stato è l’indimenticabile e insostituibile Fabrizio De Andrè, che noi citiamo sempre perché è l’unico che sapeva di che pasta sono fatti i governanti italici. In una celebre canzone dedicata al boss della Camorra, Raffaele Cutolo, De Andrè scrive che, davanti alle mafie, lo Stato italiano "si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità…". Ed è con grande dignità – non prima, ovviamente, di aver gettato la spugna, che il governo italiano dell’epoca revocò il carcere duro ai mafiosi. Subito dopo la mafia smise di mettere le bombe. Ma guarda un po’ che coincidenza!

 

Massimo Ciancimino story – Qualche giorno prima della Santa Pasqua la magistratura di Palermo ha disposto l’arresto di Massimo Ciancimino. Il figlio del tristemente noto politico democristiano in stretti rapporti con la mafia corleonese stava recandosi in Francia per passare lì le vacanze con la famiglia.

Sulle vicissitudini di Ciancimino junior non sono mancate le battute ironiche, visto che è stato arrestato mentre era sotto scorta da parte delle forze dell’ordine italiane. Un uomo sotto scorta può mai scappare? E allora perché l’arrestano? Da qui i sorrisi ironici. Ma, come vedremo, contrariamente a quanto sembra, non c’è molto da ridere.

Massimo Ciancimino è stato arrestato, su ordine della Procura della Repubblica di Palermo, perché avrebbe ‘taroccato’ un documento – da lui stesso consegnato agli inquirenti – dove si fa il nome dell’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Il figlio di don Vito, infatti, qualche tempo fa, ha chiamato in causa De Gennaro, dicendo che l’ex capo della Polizia incontrava suo padre. Accuse che, ovviamente, De Gennaro ha respinto.

Su Massimo Ciancimino, e proprio sulle accuse rivolte da quest’ultimo a De Gennaro, indagava anche la Procura della Repubblica di Caltanisssetta, che si è vista ‘scippare’ il caso dai colleghi di Palermo. Fin qui i fatti ufficiali. Adesso noi cercheremo di dimostrare che, in questa storia, Gianni De Gennaro, peraltro stimato esponente dello Stato, c’entra poco o nulla.

A nostro modesto avviso i diversi punti di vista tra le Procure siciliane ci sono, ma riguardano altri fatti che cercheremo di descrivere. La storia che, da tempo, tiene con il fiato sospeso imprenditori, politici e un nutrito drappello di magistrati è quello della Gas spa. Stiamo parlando di una società che ha operato ininterrottamente in Sicilia e in altre regioni italiane dal 1980 fino ai primi anni del 2000 nel settore della metanizzazione. Stiamo parlando di un gruppo imprenditoriale che negli anni ’80, negli anni ’90 e nei primi anni del 2000 ha gestito la più imponente e impressionante mole di appalti pubblici della storia della Sicilia degli ultimi sessant’anni.

La metanizzazione di centinaia e centinaia di Comuni presuppone lavori costosissimi. Opere realizzate con soldi dello Stato italiano. Si tratta di centinaia e centinaia di miliardi di vecchie lire che lo Stato ha erogato ininterrottamente dai primi anni ’80 fino ai primi anni del 2000. Solo un cretino può pensare che in questo lunghissimo ventennio la mafia siciliana non abbia partecipato al grande ‘banchetto’ di appalti miliardari.

Il ‘gioco’ era il seguente: il gruppo Gas spa prendeva l’appalto per metanizzare un Comune e creava una società ad hoc, filiazione diretta della holding Gas spa. Il Comune dava alla società del gruppo la concessione per la realizzazione dei lavori e – punto importantissimo – per la gestione del servizio. Il gruppo Gas spa, in pratica, ultimati i lavori, gestiva il servizio per almeno trent’anni. Ed era proprio la gestione del servizio a rendere lucroso l’affare.

Una volta ottenuto il finanziamento da parte dello Stato o, a partire dagli anni ’90, dall’Unione Europea, si operava con due ‘tavoli’: uno ufficiale e l’altro ufficioso. Quello ufficiale serviva per siglare i cosiddetti ‘Protocolli di legalità’. Al primo tavolo sedevano Ezio Brancato, nume tutelare del gruppo Gas spa, Gianni Lapis (i due erano tra i soci fondatori della Gas spa), un magistrato e un Prefetto della Repubblica.

Chiusa questa fase si apriva il secondo ‘tavolo’, al quale partecipavano gli amministratori del gruppo Gas (Ezio Brancato) e i titolari delle imprese della città dove si dovevano avviare i lavori di metanizzazione. In questa seconda fase il gruppo Gas appaltava i lavori alle imprese locali. E siccome siamo in Sicilia, ecco che tra le aziende alle quali venivano appaltati i lavori per la metanizzazione spuntavano quelle riconducibili alla mafia.

Ad Alcamo, provincia di Trapani, per esempio, i lavori sono stati gestiti da un’azienda riconducibile direttamente alla mafia. A Roccapalumba pure. Idem a Prizzi e a Lercara Friddi (questi tre sono tre Comuni della provincia di Palermo). E via continuando.

Agli appalti seguivano i sub appalti. Le aziende che avevano ricevuto in appalto i lavori dal gruppo Gas spa subappaltavano i lavori (movimento retta e opere minori) ad altre imprese. Mafia anche nei subappalti? Nella Sicilia di quegli anni la mafia nei sub appalti non era una novità (oggi, invece…).

Negli affari del gruppo Gas spa non mancavano certo le consulenze e gli arbitrati. Questi incarichi – di certo ben pagati – sono stati assegnati anche ad esponenti della magistratura? A questa domanda dovrebbero rispondere i magistrati che indagano su questa storia.

Quello che ancora non abbiamo detto ai lettori americani è che nel Gruppo Gas spa, tra i soci occulti, c’era Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo. Normale: la Gas spa nasce da una ‘felice’ intuizione di Salvo Lima, l’uomo di Andreotti in Sicilia, il democristiano siciliano più ‘chiacchierato’ della Prima Repubblica. Ed è proprio Lima che, nel 1979, coinvolge Ciancimino nell’operazione, per avere la ‘copertura’ in una Sicilia che, di lì a poco, sarebbe stata sotto il ‘dominio’ dei corleonesi (i quali, è noto, nella guerra di mafia dei primi anni ’80, si sbarazzarono dei vecchi esponenti di Cosa Nostra, ammazzandoli ad uno ad uno).

Nella prima metà del 2000 la società Gas spa viene venduta a un colosso spagnolo. Nel 2002, nel quadro dell’inchiesta sul ‘tesoro’ di Vito Ciancimino, i magistrati di Palermo gettano gli occhi sul gruppo Gas spa. Ma lo fanno determinando, di fatto, una sperequazione di posizioni tra i due gruppi (cioè Lapis e Brancato). Nel 2005, infatti, sequestrano la metà delle quote di denaro (circa 60 milioni di euro) provenienti dalla vendita della Gas agli spagnoli relative al solo gruppo Lapis. I magistrati ritengono tali quote le sole di pertinenza dell’erede dell’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Sulla base di quali deduzioni arrivano a questo convincimento?

Lo stesso provvedimento non viene disposto verso il gruppo Brancato, che invece, a detta di Massimo Ciancimino, era il prestanome del padre Vito nella Gas spa. Ma i magistrati della Procura di Palermo, retta all’epoca da Piero Grasso, oggi procuratore nazionale antimafia, escludono dalle indagini il gruppo Brancato. Perché?

Fino a quel momento Lapis e Brancato erano stati un tutt’uno. Nella primavera del 2005 i due gruppi storici della Gas spa imboccano strade diverse. In particolare, le eredi Brancato (Ezio Brancato muore nel 2000 e il suo posto viene preso dalla moglie, Maria D’Anna, e dalla figlia Monia) prenderanno le distanze da Lapis, arrivando anche ad accusare di fatti di reato il loro ex socio, cioè lo stesso Lapis.

La vicenda si ingarbuglia tra polemiche e querele. Lapis ricorda a Maria D’Anna le obbligazioni nei confronti del socio occulto, Vito Ciancimino. La D’Anna, a quel punto, denuncia il suo ex socio Lapis e Massimo Ciancimino, erede di Vito Ciancimino. La D’Anna denuncia anche l’avvocato Giovanna Livreri (il processo all’avvocato Livreri è in corso). Quest’ultima viene coinvolta perché, nella qualità di legale dei Brancato, è a conoscenza della vicenda del socio occulto e potrebbe usarla nel difendere Lapis nel processo del ‘tesoro’ di Ciancimino.

Dopo essere stata denunciata da Maria Brancato, l’avvocato Livreri passa al contrattacco. E presenta una serie di esposti alla magistratura. Chiamando in causa le stesse Maria D’Anna, Monia Brancato, alcuni magistrati che hanno indagato sulla Gas spa, alcuni avvocati e un gruppo di giornalisti.

Tra i magistrati chiamati in causa dall’avvocato Livreri ci sono Giuseppe Pignatone (oggi procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria), Michele Prestipino Giarritta (oggi pm a Reggio Calabria), Sergio Lari (oggi procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta) e i pm presso il Tribunale di Palermo, Lia Sava e Roberta Buzzolani. L’avvocato Livreri chiama in causa anche Giustino Sciacchitano, già in servizio presso il Tribunale di Palermo tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, e oggi magistrato presso la Dda a Roma. Per la cronaca, il figlio di Giustino Sciacchitano, Antonello, ha sposato Monia Brancato ed è consuocero della Maria D’Anna Brancato. Al matrimonio tra Monia Brancato e Antonello Sciacchitano, celebrato a Palermo, erano presenti alcuni noti magistrati, tra i quali Piero Grasso e Giuseppe Pignatone, guarda caso gli stessi che, qualche anno dopo, indagheranno – e abbiamo visto come – sulla vicenda della Gas spa. 

Giusto Sciacchitano, indicato dalla stessa D’Anna come persona a conoscenza di tutte le loro vicende e suo grande consigliere, è una figura che ha sempre aleggiato intorno alla storia del gruppo Gas spa. Un personaggio che viene pesantemente tirato in ballo dallo stesso Massimo Ciancimino nel processo al generale dei Carabinieri, Mario Mori.

Gli esposti dell’avvocato Livreri sono finiti prima alla Procura di Caltanissetta e poi, per competenza, alla Procura di Catania. Della vicenda si è occupato il pubblico ministero, Antonino Fanara, che il 26 febbraio scorso ha chiesto l’archiviazione. Una richiesta che non è stata accolta dal gip, Giuliana Sammartino. Ed è stato proprio il gip a fissare l’udienza per il prossimo 30 maggio, convocando dinanzi a sé tutti gli indagati.

Sempre per la cronaca, anche Massimo Ciancimino ha denunciato i magistrati. Al figlio di don Vito non va proprio giù che i magistrati abbiano messo sotto inchiesta Lapis e non abbiano invece toccato i Brancato, soci storici dello stesso Lapis e di Vito Ciancimino. La Gas spa, lascia capire Ciancimino junior, era una cosa sola. Brancato garantiva Lima, Ciancimino e altri politici. Perché sequestrare i beni solo a Lapis e a Massimo Ciancimino (anche quest’ultimo, al pari di Lapis, ha subito il sequestro, per la parte che gli spettava, dei soldi provenienti dalla vendita della Gas spa agli spagnoli) nella considerazione, in verità poco credibile, se non incredibile, che il garante di Ciancimino era solo Lapis?   

Ma c’è di più. Negli anni in cui la Procura della Repubblica di Palermo era retta da Piero Grasso, con Giuseppe Pignatone procuratore aggiunto, non si trovavano più diciotto faldoni relativi alla vicenda Gas. Documenti che sono stati ritrovati da due pubblici ministeri, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, che oggi indagano sulla Gas spa. Indagini, quelle di Di Matteo e Ingroia, svolte questa volta a trecentosessanta gradi, senza guardare in faccia nessuno, né amici, né magistrati amici. Tant’è vero che adesso le eredi del gruppo Brancato, Maria D’Anna e la figlia Monia Brancato, sono indagate per mafia.

E mentre proseguono – e non mancheranno di certo gli sviluppi, anche clamorosi, sul gruppo Gas spa – a Catania si attende il 30 maggio, quando si deciderà la sorte dei sei magistrati finiti sotto inchiesta non solo per la denuncia di Massimo Ciancimino (come ha scritto il Foglio), ma soprattutto per gli esposti dell’avvocato Livreri. Che si è dichiarata parte offesa, ovvero danneggiata dai reati di calunnia, diffamazione, minacce, false informazioni al pm, violazione del segreto istruttorio e diffamazione a mezzo stampa.

La legale ha sempre stigmatizzato il comportamento della Procura di Palermo – retta allora da Piero Grasso con Giuseppe Pignatone aggiunto – che non avrebbe proceduto verso la famiglia Brancato. Tali critiche sono diventate accuse vere e proprie da parte di Massimo Ciancimino, più volte sentito dalla stessa Procura di Catania in questa stessa indagine. E, in effetti, nella richiesta di archiviazione lo stesso pm di Catania, Antonino Fanara, riconosce che qualcosa, negli uffici della Procura di Palermo, non sarebbe andata nel verso giusto.

Le due storie convergono – E’ in questo scenario che matura l’arresto un po’ strano di Massimo Ciancimino. Perché strano? Perché era sotto scorta? Certo. Ma anche perché a indagare su Ciancimino junior, oltre alla Procura di Palermo, è la Procura di Caltanissetta retta da Sergio Lari, il magistrato accusato dallo stesso Ciancimino e soprattutto dall’avvocato Livreri. Si tratta di uno dei sei magistrati che il prossimo 30 maggio dovrà comparire a Catania. Dove, insieme ad altri cinque suoi colleghi, potrebbe essere scagionato dal gip; potrebbe restare ancora sotto indagine (se il gip inviterà il pm ad approfondire le indagini); o potrebbe finire sotto processo nel caso in cui lo stesso gip dovesse formulare l’imputazione.

A questo punto le due storie che abbiamo raccontato convergono. Massimo Ciancimino è uno dei testimoni della trattativa Stato-mafia del 1992-1993 . E per questo è inviso al centrosinistra, che in questa storia della trattativa c’è dentro fino al collo. Ma è anche uno dei protagonisti della Gas spa, uno dei tanti grandi appalti – anzi, forse è il più importante tra i grandi appalti siciliani – sui quali indagava Paolo Borsellino poco prima di saltare in aria con la sua scorta.

E’ per questo che i mezzi di comunicazione riconducibili al centrodestra, in questi giorni, stanno provando in tutti i modi a distruggere la credibilità di Massimo Ciancimino? Cosa temono? Che scavando tra i misteri – che poi tanto misteriosi non sono – della Gas spa si arrivi a una certa politica? O temono che l’inchiesta  arrivi fino a Milano, per toccare personaggi che, poi, non è così difficile individuare?

In carcere, così stando le cose, Massimo Ciancimino è protetto. Noi speriamo che continui a parlare. Perché la verità, anche se farà male a qualcuno, anche se non piacerà a certi magistrati, prima o poi emergerà. E sarà una bella rivoluzione. Perché la verità, ci ricorda Antonio Gramsci, "è sempre rivoluzionaria"

 

 

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