Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Obama e la primavera araba che aspetta e spera

Alle Nazioni Unite grande l'attesa per il discorso di Obama mentre il Consiglio di Sicurezza resta bloccato sulla Siria

Barack Obama al Cairo nel 2009 mentre pronuncia il discorso che ha poi scosso il mondo arabo 

L’incredibile vicenda dell’arresto del Presidente del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss Kahn, con l’accusa di aver violentato una cameriera nella lussuosa suite dell’albergo Sofitel di Manhattan, viene ormai seguita dalla gran parte dei corrispondenti internazionali delle Nazioni Unite, che da quattro giorni non fanno altro che occuparsi di questo e trascurare ció che avviene dentro il Palazzo di Vetro. Cosí diventa secondario persino il fatto che il Consiglio di Sicurezza, e ormai sono settimane, non riesca a riunirsi e a votare un documento sulla drammatica situazione in Siria. 

La scorsa settimana, si era avuta la sensazione per un momento  che la Gran Bretagna e la Francia avrebbero cercato di forzare la situazione presentando al voto del Consiglio una risoluzione, che a differenza di un documento presidenziale o di una dichiarazione alla stampa, non ha bisogno di essere votato all’unanimitá e puó essere approvato a maggioranza, ovviamente se nessuno dei membri permamenti decidesse di porre il veto. Una fonte alta e qualificata della missione britannica, aveva avvertito Radio Radicale all’inizio della settimana scorsa che qualcosa sulla Siria al Consiglio di Sicurezza sarebbe sicuramente avvenuto in pochi giorni. E invece ancora nulla.  

Mentre i maggiori network delle televisioni americane continuano a mostrare video in cui la popolazione delle cittá del sud della Siria viene colpita dai cecchini di Bashar al Assad, mostrando anche fosse comuni,  al Palazzo di Vetro dell’ONU dopo piú di un mese dall’inizio degli scontri ancora non si é riusciti a mettere ai voti alcun documento di condanna. 

Gli ambasciatori del Consiglio di Sicurezza tra l’altro da venerdí inizieranno un viaggio in Africa: chissá quando se ne riparla? L’ambasciatore francese Gerard Araud, presidente di turno questo mese del Consiglio di sicurezza, durante una riunione a porte chiuse, avrebbe detto ai suoi colleghi che nulla puo’ impedire al CdS, anche durante questa trasferta in Africa, di riunirsi per votare un documento sulla Siria. Vedremo.

Ma che tipo di documento sono disposti a votare? Una risoluzione che imponga sanzioni al regime di Assad e che sia il preludio eventualmente ad una successive che possa di nuovo spingersi a sostenere la responsabilitá di proteggere i civili da parte della comunitá internazionale ,come  avvenuto nel caso della Libia di Gheddafi?

Assolutamente questa possibilitá appare, almeno finora, da escludere. Semmai se nei prossimi giorni il Consiglio di Sicurezza finalmente sulla Siria riuscirá a votare qualcosa, sará probabilmente un semplice documento di condanna, del tipo votato sulla Libia a febbraio, cioé prima delle risoluzioni 1970 e 1973, cioé quelle che poi imposero le sanzioni, aprirono anche all’intervento armato e persino alle indagini contro il regime libico da parte del Procuratore del Tribunale internazionale per i crimini di Guerra Luis Moreno Ocampo. Proprio quest’ultimo, lunedi’ scorso, ha cofermato quello che giá da tempo appariva scontato: dopo aver raccolto le prove dei crimini commessi, ha richiesto ai giudici del Tribunale dell’Aja di spiccare il mandato di cattura per il Colonnello Gheddafi, per uno dei figli e per il capo dei servizi segreti….

Ma sulla Siria  l’ONU si muove al rallentatore, in questo caso per le resistenze della Cina e della Russia che, invece di astenersi come nel caso della Libia, potrebbero imporre il veto a qualunque risoluzione contro Damasco. 

Cosí tocca  agli Stati Uniti accelerare unilateralmente, con la Casa Bianca che mercoledí ha annunciato nuove sanzioni contro la Siria che colpiscono  direttamente anche il patrimonio del presidente Assad. E questo alla vigilia di un evento molto atteso da tutti i diplomatici qui all’ONU.

Stiamo parlando del discorso sulla politica estera che questa mattina, giovedí, il president Barack Obama pronuncierá dal Dipartimento di Stato. Uno speech tutto dedicato alla situazione in Medio Oriente  e che si concentrerá soprattutto sulla cosidetta “Arab Spring”, la primavera araba e il suo impatto sul conflitto israelo-palestinese. 

Quello di Obama sará un discorso diretto piú che alle orecchie distratte degli americani, al cuore delle masse dei paesi arabi in rivolta contro le dittature e, soprattutto, anche ai palestinesi che si sentono da sempre abbandonati dall’America. Infatti qui al Palazzo di Vetro c’é molta attesa per quello che il capo della Casa Bianca dirá sulla “madre di tutti i conflitti” mediorientali, con gli analisti che ritengono che il presidente americano dovrá  cercare di inviare nuovi segnali di sostegno e fiducia verso le possibilitá di una pace che, invece, finora é apparsa sempre piú irraggiungibile. 

Gli analisti continuano a discutere sulle pagine dei quotidiani americani se la primavera araba che si abbatte su regimi dispotici ma che per decenni avevano assicurato una certa stabilitá  strategica, potrá avere effetti benefici sul processo di pace o al contrario solo negativi. Non sono pochi infatti gli scettici per quanto riguarda i vantaggi per Israele, come per esempio testimoniano gli scontri appena avvenuti ai suoi confini. Cioé la ‘primavera araba’ di rivoluzioni che butta giúuno dietro l’altro i regimi dittatoriali, per gli scettici non garantirebbe una nuova strada per la pace ma anzi potrebbe portare ad un ulteriore inasprimento del conflitto arabo-israeliano. E questo perché si pensa che alcune forze estremiste, e si indica Hamas, i fratelli musulmani egiziani, Hezbollah in Libano etc, magari con l’aiuto dall’Iran, possano deviare la primavera araba per farla diventare un terribile inverno di guerra.

 

Barack Obama, che ricordiamo lo scorso settembre, durante uno storico discorso all’Assemblea Generale dell”ONU, aveva auspicato di vedere assegnato, entro un anno, un nuovo seggio alle Nazioni Unite ad uno stato palestinese nato nella pace e nella sicurezza con Israele, dovrea invece cercare di infondere ottimismo e  indicare nel suo discorso di oggi un percorso per centrare finalmente all’obiettivo. 

Sul New York Times si speculava sul fatto se Obama avrá o meno l’audacia di specificare che questo nuovo stato palestinese dovrebbe essere creato da un ritiro di Israele nei confini del 1967, quindi con Gerusalemme est come capitale del nuovo stato palestinese. Ma subito fonti della Casa Bianca, sempre al New York Times, assicuravano che il discorso di Obama non si sarebbe spinto ad indicare un “blue print”, una mappa di concessioni precise da seguire, insomma l’America non é pronta pubblicamente ad imporre una formula per la pace che fosse troppo distante dalle posizioni dell’attuale governo israeliano. 

Proprio il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu, avrá subito l’opportunitá di replicare al discorso di Obama: infatti il premier israeliano, oltre ad incontrare il presidente alla Casa Bianca venerdi, terrá poi lunedi un attesissimo discorso al Congresso degli Stati Uniti e lí avrá l’opportunitá di far conoscere al mondo fino a dove Israele é pronta a spingersi e a concedere per la pace.

 

Tornando alla gravissima situazione in Siria, nel discorso che oggi Obama pronuncia al Dipartimento di Stato, molti si aspettano che oltre a parlare di sanzioni, il presidente Americano ripeta quello che disse al tunisino Ben Alí, all’egiziano Mubarak e anche al libico Gheddafi: anche per Bashar al Assad é ormai  giunto il momento di lasciare il potere. Finora Obama non lo ha fatto, e oggi al Palazzo di Vetro su questo punto molti si aspettano un messaggio chiaro e inequivocabile.

 

Ma dopo le parole nei bei discorsi, ci vorranno  e in fretta i fatti.  E per metterli in moto é nuovamente necessario l’intervento decisivo del Consiglio di Sicurezza. La Francia e fino a qualche giorno fa anche la Gran Bretagna, apparivano sicure del fatto che mettendo ai voti una risoluzione sulla Siria, questa passerebbe con una maggioranza di dieci a cinque,  quindi con le probabili astensioni di Cina, Russia, Libano, e forse Brasile e India, con la Germania che questa volta non si azzarderebbe a rompere il blocco degli alleati Nato. Insomma si conta sul fatto che seppur critiche, Mosca e Pechino davanti ai massacri siriani, non imporranno il veto. 

Piú  che una certezza una speranza quella francese, infatti ancora tutta da verificare.

 

Dal Palazzo di Vetro dell’ONU per Radio Radicale Stefano Vaccara

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter