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L’INTERVISTA/ Competitivo e mazziato

Ad Agrigento Salvatore Moncada guida un’azienda leader nella produzione di pannelli solari, con costi più bassi dei cinesi, che ha successo nel mondo ma che in Sicilia resta “fuori sistema”... Così lui pensa a candidarsi a sindaco

A sinistra Salvatore Moncada

I cinesi producono sempre a costi più bassi rispetto al cosiddetto Occidente industrializzato? Fino ad ora è stato così.
Anche se non manca qualche eccezione. E’ il caso del gruppo Moncada, azienda siciliana leader nella produzione di pannelli fotovoltaici. Stabilimenti a Campofranco, un piccolo centro al confine tra la provincia di Agrigento e quella di Palermo, l’azienda di Salvatore Moncada, nonostante una crisi che investe l’universo mondo, presenta un fatturato in crescita costante. E, soprattutto, sorpresa delle sorprese, produce a costi più bassi dei cinesi. E lo fa nel rispetto dei diritti dei lavoratori previsti dal nostro ordinamento (presso il gruppo lavorano 320 addetti, altri 50 all’estero più un indotto di altri 550 addetti). La dimostrazione che, organizzando bene i fattori della produzione
e puntando sull’innovazione tecnologica, non c’è bisogno, per battere la Cina, di massacrare i dipendenti con contratti capestro e con ritmi di lavoro schiavistici.
“Il prossimo anno raddoppieremo la produzione”, annuncia Salvatore Moncada, 48 anni, manager di un gruppo che produce pannelli solari in film di silicio e che – altra sorpresa – non esclude di candidarsi a sindaco della sua città: Agrigento. Rilanciare la città dei Templi, magari puntando sull’internazionalizzazione di un luogo conosciuto in tutto il mondo per i sui Templi, ma economicamente ancora arretrato?
La scommessa – ammesso che Moncada confermi la sua candidatura a primo cittadino della città dei Templi – non si annuncia semplice. Del resto, la vocazione verso il dialogo con il mondo è nelle ‘corde’ di Moncada. I numeri della sua azienda lo confermano. Benché abbia messo radici nel cuore della vecchia Sicilia (Campofranco, per la cronaca, era un tempo sede di un’azienda che lavorava i metalli alcalini estratti dalle miniere dell’Isola: settore entrato in crisi e mai più risorto), la sua azienda, in realtà, è presente negli Stati Uniti d’America, in Africa (deve il suo gruppo opera sul fronte delle colture da utilizzare per la produzione di energia), in Belgio, in Malesia e nelle Filippine.
Ad Agrigento, osserviamo, lo danno già come candidato a sindaco…
“La discussione su una mia eventuale candidatura – risponde Moncada – è ancora aperta. Anche se non nego che tanti amici, oggi, mi spingono in questa direzione. Che debbo dire? La situazione, ad Agrigento, non è delle migliori. La città è abbandonata. L’attuale sindaco, Marco Zambuto, che io ho votato, non è riuscito a imprimere una svolta nell’amministrazione della città”.
Ovvero?
“Intanto, non vedo un progetto culturale ed economico per il rilancio della nostra città. E vedo, invece, tanti problemi, piccoli e grandi, irrisolti. Il depuratore che rimane al palo, tra le proteste dei cittadini e dei turisti costretti, in estate, a sorbirsi il mare inquinato. Per non parlare del pennello a mare, gestito irrazionalmente, che finisce con il diventare un’altra fonte di inquinamento. Tutto questo per una città come Agrigento, che dovrebbe puntare sul turismo, è un’assurdità. E poi ancora l’immondizia nelle strade, le attività culturali che languono. Di tutto e di più in negativo, insomma”.
Allora si candida o no?
“Amo ragionare sui dati di fatto. Se i leader politici della mia città, a cominciare dal ministro Angelino Alfano, si impegneranno veramente per il futuro di Agrigento, scegliendo personaggi qualificati, mi farò da parte. Ma se assisterò al solito balletto di soggetti in cerca solo di visibilità personale, non escludo di impegnarmi in prima persona”.
Lei, nelle scorse settimane, ha dato vita a una Fondazione culturale. E’ un primo passo verso la sua candidatura?
“Per ora le cose vanno tenute distinte. La Fondazione, che abbiamo chiamato ‘Agire insieme’, punta a coinvolgere i cittadini e, in generale, chi ha a cuore le sorti di Agrigento in un grande progetto di rilancio della città. Con la Fondazione abbiamo lanciato un concorso internazionale di idee su varie aree tematiche: la rinascita del centro storico, la valorizzazione dell’area archeologica, le nuove idee per il turismo, la tutela dell’ambiente. La nostra è un’iniziativa che parte dal basso e non dall’alto. Una commissione di esperti valuterà questi progetti. E il mio gruppo li finanzierà”.
Il concorso di idee lanciato dal suo gruppo è internazionale. E il nostro è un giornale che esce negli Stati Uniti. Le va di dire qualcosa agli agrigentini che vivono negli States?
“Intanto dico che stiamo già contattando un gruppo di agrigentini che vivono dalle vostre parti. Gente che si è distinta nel campo dell’economia e delle nuove tecnologie. Ciò posto, dico che il nostro è un appello a trecentossessanta gradi. Agrigento è una città unica al mondo. Una realtà che merita il palcoscenico internazionale. Il rapporto con gli Stati Uniti, in questo scenario, diventa strategico. Agli amici americani che vogliono fare qualcosa per Agrigento dico: contattateci (l’indirizzo del sito è: fondazioneagireinsieme.it).
Lavoriamo insieme per il rilancio della nostra città”. Il vostro gruppo lavora nel mondo, ma sconta qualche difficoltà in Sicilia.
Come mai?
“La domanda non dovrebbe essere rivolta a noi, ma a chi ci ha creato e continua a crearci problemi”.
Cioè?
“Guardi, noi abbiamo cominciato con l’eolico. Adesso, in Sicilia, l’energia eolica è stata bandita. Lavoriamo anche nel campo dell’energia fotovoltaica e restiamo fuori lo stesso. Vuole un esempio? L’attuale assessore regionale alle Attività produttive, Marco Venturi, dice: il gruppo Moncada è un’icona della Sicilia che non vuole cambiare. Noi, insomma, saremmo il vecchio. Poi, però, si scopre che, al 31 dicembre 2009, gli uffici della Regione siciliana hanno approvato solo 30 progetti. Di questi, 18 erano di un unico gruppo che li aveva presentati tre anni dopo di noi. Superfluo aggiungere che il nostro gruppo è rimasto fuori”.
Perché?
“Non saprei dire. Forse perché siamo un’azienda fuori sistema. Forse perché non facciamo quello che certi burocrati si aspettano”.
Lei, se non ricordiamo male, ha avuto qualche problema anche con Confindustria Sicilia.
“Anche lì la nostra responsabilità è quella di avere detto ciò che pensavamo e che pensiamo ancora”.
Cosa?
“Abbiamo detto, e lo confermo, che il Piano energetico della Sicilia era e continua ad essere una bufala perché non si attua. Per avere detto questo sono stato sospeso da Confindustria. Pazienza. Noi, comunque, andiamo avanti”.

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