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ATTUALITÀ/ Mafia e libertà vera

Il giornalismo militante di Mauro Rostagno, vittima della mafia: la scelta d’essere trapanese,l’India, l’Oregon e Macondo. Ce ne parla la figlia Maddalena

In foto di Maddalena Rostagno

La sera del ventisei settembre 1988 Mauro Rostagno, sociologo, giornalista a Radio Tele Cine,  viene ucciso a bordo della sua Duna, crivellato di colpi sparati con un fucile Breda calibro dodici e una pistola calibro trentoto; era a cinquecento metri dal luogo dove viveva con la sua compagna e sua figlia, quella Comunità Saman ai piedi del Monte Erice, a Lenzi di Valderice, nella provincia di Trapani, che aveva fondato anni prima con il siciliano Francesco Cardella, finalizzata al recupero dei tossicodipendenti.
L’avventura umana di Mauro Rostagno, singolare e appassionata, è di quelle che lasciano tracce indelebili non soltanto in chi l’ha conosciuto e amato, tanto forte, spontaneo e inarrestabile si impone, in chiunque ne apprenda l’operato nobile verso l’altro da sé, quel prossimo concreto e vivido a cui donava l’interezza del suo essere, il bisogno di solidarizzare con lui, di farlo presente e di nutrirne la memoria.
Nato a Torino nel ’42, genitori impiegati in Fiat, leader nel ‘68 del Movimento Studentesco Antiautoritario trentino, in quella Facoltà di sociologia, fucina di altri talenti rivoluzionari destinati a segnare una storia non interamente condivisa, Rostagno fu tra i fondatori di Lotta Continua, movimento extra parlamentare di sinistra, emblema di istanze e di conquiste di classe che anche i partiti progressisti finivano per soffocare. Le molte esistenze di Mauro, “genio allegro, uomo libero e giusto” come lo definirono gli amici palermitani, testimoniano della sua passione civile, politica, del suo amore irriducibile per la vita, per gli uomini che la soffrono, per l’universo senza frontiere di cui lasciamo sopravvivere in noi una parte infinitesima, nemmeno la migliore.
A Milano prende forma nel “77 Macondo, nome evocante il magico villaggio colombiano di cui Gabriel Garçìa Màrquez scrive nel suo romanzo “Cent’anni di solitudine”, è così che a trentacinque anni, con tredici amici, dà vita a questa esperienza di un locale presto divenuto cult, in via Castefidardo, in cui un tempo sorgeva la casa del Fascio e da cui partì la marcia su Roma.
Nato in cooperativa, Macondo, 1500 metri quadri, non sarà solo un ristorante, ma un posto dove si fanno tante cose, si legge, si dipinge, si suona, un luogo un po’ magico dove si ritrovano in tanti, intellettuali  proletari, in quel settantasette che ha già visto spegnersi l’esperienza politica di Lotta Continua all’ultimo congresso di Rimini, e altre ne vedrà di esperienze radicali, estreme, a ridosso dell’anno tragico che dal trionfo del “movimento” nelle piazze universitarie di Bologna, Roma, Milano, sfiorerà un punto di non ritorno nel sequestro e nell’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.
L’India arriva come un bisogno di ritrovarsi, di prendersi cura di sé, un percorso di conoscenza attraverso la meditazione nella terra dei colori, è il ’79: Mauro a Pune, il più grande centro di crescita del mondo, seguace di Bhagwan Rajneesh, diviene Sanatano Swami Anand,  “Eterna beatitudine” vestirà arancione, imparerà a  comunicare, secondo la tradizione induista, anche senza le parole, vivendo una fase felice della sua vita, immerso in una dimensione di grande spiritualità. L’amicizia con l’editore Francesco Cardella, conosciuto a Milano, in India diviene più intensa e, quando Bhagwan decide di trasferire l’ashram in America, Rostagno accetta la proposta di Cardella di fondare in Sicilia una comunità di arancioni, con l’autorizzazione di Bhagwan.
Cardella possiede un baglio a Lenzi di Valderice, il baglio Quartana ove nell’81 prende vita la comunità di arancioni Saman, ma ancora una decisione di Bhagwan, che sceglie di trasferire tutte le comunità in Oregon, cambia la destinazione del baglio, tutti gli arancioni presenti lasciano la comunità Saman che nel giugno dell’84 diviene un  centro di recupero per tossicodipendenti,  il mala arancione diventa abito bianco. Negli ultimi due anni della sua vita, Rostagno  si scopre giornalista, dopo essere stato  operaio in Germania, addetto alle pulizie  delle rotaie della metropolitana, scaricatore  di mele in Inghilterra, poi ancora operaio per otto mesi all’Autobianchi di Milano, dopo aver insegnato sociologia alla facoltà di architettura di Palermo, dove era responsabile regionale di Lotta Continua. Un giorno di dicembre dell’86 egli si presenta a Vincenzo Tartamella, direttore responsabile di Rtc, Radio Tele Cine, emittente privata  di Trapani, il cui editore è Giuseppe Puccio Bulgarella, si propone per lavorare, portando con sé alcuni ragazzi della comunità di recupero, per un programma di reinserimento, la sua richiesta è accolta, comincia a lavorare, apparendo in tivù.
“Vorrei un giornalismo, – disse una volta -, che va alla ricerca dello straordinario, frugando nell’ordinarietà, nel mondo comune, quotidiano, un modo di fare televisione locale, ma non localistico, non rinunciando al territorio, alla sicilianità”; egli sceglie di non fare televisione seduto dietro ad una scrivania, va in mezzo alla gente, riprende i fatti mentre accadono,  realizza quel “primato dell’esistenziale sul teorico” che a Trapani non può non scontrarsi con la mafia, realizza con l’handycam inchieste sull’acqua, sulla nettezza urbana, sulle case popolari, sulle scuole che cadono a pezzi, sulla sanità pubblica. Comincia a “dare fastidio”, nei primi mesi dell’88 riceve lettere di minaccia, non si lascia intimorire, va avanti, si appassiona al suo lavoro, gli ascolti delle sue trasmissioni aumentano, da Rtc Rostagno parla degli esattori Salvo, di Tano Badalamenti, del sequestro Corleo, dell’alleanza tra i Corleonesi di  Totò Riina e la famiglia Agate di Trapani, a riprova del fatto che la mafia trapanese era in grado di comandare a livello regionale,  non solo provinciale.
Subito dopo il suo assassinio, emerse la diversa interpretazione delle forze dell’ordine in merito alla matrice dell’omicidio: la polizia e l’allora dirigente della squadra mobile di Trapani , Calogero Germanà, parlarono subito di un delitto di mafia, mentre i carabinieri non avevano dubbi che fosse di altra natura. Nel settembre del ’95 le indagini  vengono affidate al nuovo procuratore della Repubblica di Trapani Gianfranco Garofalo, l’opera di depistaggio dviene totale, nel luglio del ‘96 la compagno di Rostagno, Elisabetta Roveri, viene arrestata per favoreggiamento nell’omicidio, del quale vengono accusati alcuni ragazzi della comunità di recupero e la giovane che era in macchina con Rostagno al momento dell’agguato.
Tesi assurde vengono costruite per scagionare i mafiosi, si vuole far credere che alla base vi sia una storia di corna, ma poche settimane dopo il Tribunale del Riesame annulla l’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip, la falsa pista è smontata, viene ordinata la scarcerazione di tutti gli arrestati. Più di un pentito aveva successivamente attribuito la paternità dell’omicidio di Rostagno a Cosa Nostra, era emerso che il capo mafia trapanese Vincenzo Virga era il mandante e Vito Mazzara l’esecutore. Nel maggio del 2008 la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che aveva ereditato le indagini nel ’98,  si dichiarava certa del coinvolgimento e della responsabilità di Cosa Nostra, una nuova perizia balistica aveva stabilito che l’arma usata per l’assassinio di Rostagno apparteneva alla mafia trapanese.  L’attuale capo della Squadra Mobile di Trapani, Giuseppe Linares, e il pm Antonio Ingroia hanno individuato mandanti, esecutori e moventi dell’omicidio, ponendo rimedio alla inefficienza del ventennio precedente. Il due febbraio scorso si è svolta a Trapani la prima udienza  del processo per la morte di Mauro Rostagno, sua figlia Maddalena, trentotto anni, che, con Andrea Gentile, ha scritto un libro “Il suono di una mano sola sulla storia di suo padre,  la sua  compagna Elisabetta Roveri, che vivono entrambe  Torino,  si  alternano nella presenza in aula.


Maddalena, che cosa ha significato “dover fare senza” tuo padre?
«Io ho una grande fortuna: mia madre una donna che è stata privata dell’uomo con il quale è cresciuta e con il quale voleva diventare vecchia, che è riuscita comunque a trasmettermi una gran voglia vivere, non smettendo mai di sorridere,  darmi carezze anche per Mauro, è stato difficile senza, ma lei mi ha aiutato molto ha continuato a tenerlo vivo negli anni immediatamente dopo l’omicidio, anni nei quali io ero arrabbiata con lui per aver taciuto le minacce che aveva ricevuto, poi io ho potuto fare pace con lui grazie a lei, noi siamo rimasti vivi grazie a lei».
Il processo in corso è una riapertura?
«No, si è aperto per la prima volta il due febbraio scorso, si parla di riapertura perché negli anni ci sono state diverse svolte».
Non si era mai arrivati all’archiviazione?
«No, ci sono state nel corso di questi anni alcune richieste di archiviazione, per scadenza dei termini, quindi i pubblici ministeri erano, seppure persone perbene perché è successo anche ad Ingroia e Paci, costretti da contingenze esterne, ma siamo sempre riusciti sul filo del rasoio, con le nostre richieste di opposizione a trovare degli escamotages per fare in modo che non venisse definitivamente archiviato».
Si arriverà a una sentenza entro l’anno?
«Inizialmente si era detto che a dicembre ci sarebbe stata la sentenza di primo grado, ma io non credo, sono saltate alcune udienze per diversi fattori, comunque non ho elementi concreti perché noi, parte civile, la conferma ufficiale dell’udienza successiva l’apprendiamo in udienza, come tutti gli altri».
Come è giusto leggere le diverse fasi della vita di Mauro Rostagno, non sempre riconducibili ad un filo comune?
«Io so perché mi è stato raccontato, ero molto piccola, che quando lui iniziò l’esperienza di Macondo a Milano e ancor più quando decise di andare in India, ci fu una parte dei suoi amici che non comprese questa sua scelta e lo attaccò, lo derise. Nessuno di noi familiari, neanche io che sono la figlia, si permette di dare parole alle sue scelte. Credo che, finita Lotta Continua, ha creduto nell’esperienza di Macondo e, terminata anche questa, avesse bisogno di occuparsi un attimo di sé, di volersi bene, di ritrovare il punto. Per lui l’India fu una scelta spirituale, in India ha smesso di mangiarsi le unghie, è una cosa banale, ma può dare l’idea, poi, tornato in Italia, ha ripreso a fare quello che non aveva mai smesso di fare: stare in un gruppo di persone che gli piacevano ad occuparsi del prossimo».

La Comunità era un impegno sociale, civile, anche politico?
«Era una scelta di vita, il pubblico e il privato,  che per forza di cose è anche politica, mio padre era una persona che mischiava molto le cose».

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