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PRIMO PIANO/ L’Itica e gli “Irlandiani”

Gente di Dublino, gente di Belfast, la patria in Irlanda, l’Italia nel cuore. La nostra emigrazione soprattutto dal Centro-Sud

L’Irlanda si è fatta terra madre per tanti italiani che presero a venire da fine Ottocento e non hanno più smesso, segnando un’emigrazione importante che ha arricchito entrambi i popoli, quello italiano che vi ha trovato occupazione e benessere, quello irlandese che ha avuto negli italiani un valore aggiunto in termini di imprenditoria e creatività.

L’esplosione della Celtic Tiger ha lanciato l’Irlanda degli anni Novanta in un boom economico senza precedenti per l’isola, con punte massime fino al duemilauno, segnando il passo nel duemilasei, due anni prima del crollo dei subprime, alla base della grave recessione ha colpito l’Europa e gli Stati Uniti.

Nessuno degli italiani arrivati in Irlanda in una delle tante immigrazioni che hanno svuotato interi paesi del centro e del sud della penisola, si è “fatto irlandese” fino in fondo, nemmeno quelli di seconda generazione che in Irlanda sono nati e hanno frequentato le scuole, in tutti è vivo e forte, irrinunciabile, il senso di appartenenza alla comunità italiana, è pur vero che l’Irlanda non è l’Australia, con due ore e mezza di volo low cost si transita da un luogo all’altro e ciò consente una frequentazione costante che incoraggia, ma è qualcosa che va oltre queste possibilità, è il desiderio di esserci come italiani, di continuare ad esserci perché la terra dei padri non vada perduta, ma sia presente, un valore affettivo che investe l’aspetto sociale ed economico di tutte queste esistenze prestate all’immigrazione, nelle circostanze più varie.

Fernanda Vannucci aveva sedici anni quando, nel luglio del Cinquanta, lasciò Cardoso, il suo paese in Garfagnana, raggiungendo una zia che lavorava a Belfast, doveva fermarsi sei mesi per imparare l’inglese, invece si spostò ad  Edimburgo, dove rimase sei anni, seguendo un corso da infermiera, vivendo in ospedale, e la sua vita prese un’altra strada, sposò un architetto di Belfast, in Scozia nacquero tre dei suoi sei figli, che oggi sono sparsi per il mondo, Australia, Canada, Francia, Stati Uniti, lei è Fernanda Crawley, in Irlanda le donne sposate perdono il loro cognome, abita in un quartiere residenziale di Belfast e conserva ancora l’accento toscano, come se Lucca e la Garfagnana fossero un quartiere di questa città al Nord dell’Irlanda, dove non vi sono più frontiere, si va a Dublino senza alcun controllo, la città sembra tranquilla, si spera che questa pace non sia una tregua, ma il superamento delle ostilità.

Fernanda ricorda che quando i suoi figli erano ormai all’università, lei iniziò un’attività imprenditoriale, la produzione di Fresh Pasta, che in Irlanda non c’era, il governo irlandese offriva un contributo a chi si impegnava in progetti che davano occupazione e portavano nuovi prodotti sul mercato.

Questa piccola attività è durata ventitré anni, quattro anni fa ha venduto, a malincuore, ricorda, perché la ditta era cresciuta, si importavano alimenti dall’Italia e si vendeva come grossisti agli ospedali, ai ristoranti, cibi che loro preparavano e distribuivano già pronti, lasagne, ravioli, avevamo tre camion in giro, si vendeva tanto, anche a Dublino. I suoi figli non erano interessati a proseguire l’attività, oggi la ditta ha cambiato nome, ha altri proprietari e ha perduto le caratteristiche originarie.

A Belfast e in tutta l’Irlanda non c’è lavoro, soprattutto nel settore dell’architettura e dell’arredamento, una delle figlie di Fernanda è appena emigrata con il marito e i figli in Australia, lui architetto, lei design di architettura d’interni, l’immigrazione continua, forse, oltre che una necessità, è un abito mentale, una flessibilità che fa sentire cittadini del mondo. L’Italia è sempre stata vicina, concretamente, ogni estate, anche quando i bambini erano piccoli, racconta, si andava in Garfagnana e la tradizione ancora continua: a Cardoso è sorto un villaggio Vannucci/Crawley, nato dalle case che loro hanno costruito nel paese di origine di Fernanda, vi trascorrono tutti insieme lei, i suoi figli e nipoti, le estati lunghe della Garfagnana.

Ogni anno, in settembre, a Lucca si ritrovano i membri dell’associazione Italiani nel Mondo, di cui Fernanda, curatrice del relativo sito, è presidente per l’Irlanda del Nord, un’associazione che a Belfast ha sede in casa sua, di cui fanno parte centocinquanta persone, non solo italiani, anche irlandesi interessati alla lingua e alla cultura italiana. Un’Italia che è più che mai presente in tutta l’Irlanda dove è attivo un sito web molto visitato, curato da Francesco Dominoni: Irlandiani.com, che collabora con dieci università italiane e ha in campo diversi progetti a livello turistico e industriale.

“Italia Stampa” è, invece, un bimestrale fondato nell’83 da Concetto La Malfa, originario di Caltanissetta, a Dublino da oltre quaranta anni; il periodico è un punto di riferimento anche culturale molto significativo, che segue gli eventi italiani con il distacco necessario per una visione obiettiva dei fatti.

Un altro italiano in Irlanda da oltre trentacinque anni è Enzo Farinella, nato a Gangi, in provincia di Palermo, giornalista, corrispondente Ansa da Dublino, autore di numerose pubblicazioni sulla cultura e i valori italiani, nonché di testi dedicati all’Irlanda, dal conflitto al Nord, alla cultura gaelica, ai rapporti con l’Unione Europea. A Tallaght, Dublino 24, zona all’estrema periferia della città, in Bancroft Park, c’è il Take Away Borza, che nel ’55 ha avviato la produzione e la vendita di Fish and Chips in città, allora non erano ancora a Tallaght, ma al centro di Dublino in Parnell Street, e nel ’59 arrivarono dove sono tuttora.

Teresa Borza è nata in Irlanda, i suoi genitori sono originari di Casalattico, in Ciociaria, una vasta zona nella Valle del Comino, da cui nel dopoguerra partirono in massa perché il piccolo paese non offriva posgitori sibilità di lavoro. Oggi la sua attività impiega, oltre alla famiglia, lavoratori rumeni, irlandesi, pakistani, anche se la crisi economica si fa sentire, ma il lavoro non è l’unica realtà nella vita di Teresa, presidente del Club Italiano Irlanda la cui residenza Mansion House ha festeggiato due anni fa i quaranta anni di vita. Il padre di Teresa, Donato Borza, che nel ’68, quando si è costituito il Club Italiano, è stato uno dei primi membri, ha fondato proprio in quell’anno una squadra di calcio, chiamata Lazio, che ancora gioca il sabato e la domenica.

Teresa Borza, che ha spove sato Di Nardi, un italiano di Piedimonte San Germano, si sente italiana, anche se l’Irlanda, dice, ci ha trattato bene; il rapporto con la lingua italiana è stato voluto fortemente da lei che ai suoi figli parla in italiano, e così alla nipotina, anche se, il suo, sostiene, è più un dialetto che italiano. Succede, racconta, che da un termine inglese passiamo ad una parola italiana, quasi senza accorgercene e così nasce un linguaggio nuovo che non è né l’una, né l’altra lingua, i bambini capivano che Ice Cream diveniva la Crima, nel linguaggio di mio padre, a Casalattico lo usano in tanti questo linguaggio ibrido, partorito dalla creatività del popolo, con il paese ciociaro c’è un filo diretto dall’Irlanda. Noi, ricorda Teresa, la chiamiamo la nuova comunità italiana, data da tutti quelli che sono venuti dopo, però c’è una differenza enorme, perché noi siamo qui dal dopoguerra e ci rimarremo per sempre, loro vengono, stanno tre, quattro, cinque anni e poi se ne vanno, è un’emigrazione diversa, chi fa così non può definirsi un immigrato e poi con la vecchia comunità condividiamo un patriottismo incredibile, espresso anche da un altro modo di intendere il tifo.

Altro Borza, Pietro, stessa provenienza, lontano cugino di Teresa; locale, inaugurato sei mesi fa, al centro di Dublino, in Christchurch/Cornmarchet, stessa produzione, ma non è solo Take Away, si può anche mangiare qui, oltre ad ordinare e ricevere a domicilio, Fish and Chips, ma anche pizza, hamburger e kebab. Nato in Irlanda, suo padre nel ’52 emigrò da Casalattico in Scozia e nel ’55 giunse a Dublino, Pietro racconta di Itica, un’associazione di duecento soci italo- irlandesi costituita due anni fa, per proteggere e tutelare il mestiere di friggitori in Irlanda, poiché si era arrivati al punto in cui gente dell’Est utilizzava il nome del nostro prodotto Fish and Chips, noi italiani sono centoventisette anni che siamo in Irlanda a produrlo, i primi arrivarono nel 1885 dalla Valle di Comino, nella provincia di Frosinone.

Per fare un esempio, i cinesi hanno aperto un ristorante chiamandolo Fiorentina, fanno la pizza, il fish and chips, ma sono cinesi, utilizzano marchi consolidati che non gli appartengono, allora, dichiara, abbiamo detto basta, dobbiamo porre delle differenziazioni, anche per meglio orientare i consumatori, segnalando che siamo italiani che hanno un prodotto autentico, il nostro marchio Itica (Irish Traditional Italian Chippers Association) è la garanzia. In tanti hanno chiesto di entrare nell’associazione, per farne parte la condizione imprescindibile è che i friggitori siano italo-irlandesi, i soli che trattano unicamente il prodotto fresco, le patate non surgelate, ma preparate quando si vendono. Oggi l’Irlanda sta male, racconta, la gente non ha più soldi, questa non è una recessione come quella degli anni Ottanta, adesso sono tutti più provati, a livello personale, con questi inasprimenti, queste insoddisfazioni, da qui un popolo di giovani è in fuga verso continenti lontani come l’Australia, da molti percepita quale nuova frontiera del sogno europeo.

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