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INTERVISTA/ L’ottimismo della volontà

A New York con il segretario della Cgil Susanna Camusso

Susanna Camusso sta ascoltando da ore attentissima,  al Palazzo delle Nazioni Unite, le conclusioni della Commissione sullo stato delle donne. Non è stato facile trovarla. Infatti pur sapendo che la leader della Cgil partecipava ai lavori dell’Onu, non riuscivamo a scovarla e lei non aveva cercato l’incontro con i giornalisti. Non so se ci avesse evitato di proposito, ma diciamo che era stata brava a non farsi vedere in giro. Così quando finalmente l’avviciniamo durante una pausa dei lavori della conferenza, all’inizio l’espressione nel viso non è delle più accoglienti, del tipo ‘uffa, la solita scocciatura…’. Ma quando le diciamo che vogliamo farle delle domande per “America Oggi”, il giornale italiano di New York, ecco che gli occhi di Camusso si addolciscono di colpo, appare contenta e dice: “Ho detto no ad altri, ma con voi mi sembra sia diverso, siete un giornale americano…”.

Da due giorni all’ONU: come le sembra la condizione della donna a livello mondiale e cosa l’Italia dovrebbe imparare da queste discussioni?

 

“La condizione della donna a livello mondiale ha in sé tante contraddizioni ma non c’è dubbio che anche qui si è parlato molto a partire della condizione rurale. Per noi il grande tema è il riconoscimento del lavoro, di quello che spesso nel linguaggio viene chiamato lavoro informale e che invece corrisponde a tanta attività non riconosciuta e non retribuita. In queste discussioni si scopre che poi ci sono problemi che si pensano solo di paesi in via di sviluppo e che invece caratterizzano tutto il mondo a partire dal gap salariale, che i salari delle lavoratrici sono più bassi, a partire dal fatto che le difficoltà di progressione di carriera sono molte. Poi si ritrovano in questa discussione temi famosi, come quello della tutela della riproduzione sessuale, della tutela della maternità; della tutela della libera scelta, un dibattito nel mondo ancora aperto e che si riflette anche nei singoli paesi”.

 

Qui ci sono dei paesi con problematiche per la donna enormi. Però anche sulla stato della donna italiana rispetto al lavoro, sulla sua discriminazione, ecco un paese ricco e sviluppato come l’Italia è indietro rispetto ad altri. Nelle discussioni e proposte da lei ascoltate qui alle Nazioni Unite, c’è qualcosa che l’Italia potrebbe implementare per migliorare la condizione della donna italiana sul lavoro?

 

“In realtà basterebbe lo specchio europeo per fare questo ragionamento. Penso per esempio a tante politiche di sostegno e di servizio rispetto alle lavoratrici e al non carico di tutto il lavoro familiare a di cura. Ecco che non c’è bisogno di venire all’Onu, basterebbe andare a Bruxelles per scoprire che il Nord d’Europa ma anche la Francia potrebbero insegnarci molte cose. Certo, ho sempre considerato che la libertà delle donne è un metro di misura della civiltà e della democrazia dei paesi. Lo si vede in questo specchio, corrisponde esattamente. Se ci sono materie penso, a parte i diritti civili dove l’Italia non ha nulla da invidiare rispetto alla situazione che stiamo descrivendo, però sul piano del lavoro una logica tutta legata alla famiglia e non alle persone in Italia ci tiene arretrati rispetto alla volontà delle donne di voler lavorare”.

 

Oggi a Roma c’è stata la grande manifestazione della Fiom che ha avuto tante adesioni, proprio a causa di questa riforma del lavoro di cui lei, come segretario Cgil, è protagonista impegnata a trattare con il ministro Elsa Fornero, che proprio la scorsa settimana era qui all’Onu. Può rivelare ai lettori italiani in America quale sia il suo stato d’animo in questo momento? È ottimista o pessimista sul tentativo di riforma da parte del governo? E quale sarebbe secondo lei la vera riforma del lavoro da fare e che non ha visto finora al centro delle discussioni…

 

“In questi casi il mio è un ottimismo della volontà. Nel senso che penso che sia necessario e utile che nel nostro paese si vada ad una riforma del mercato del lavoro anche se sottolineo che non è questa che di per sé creerà lavoro. La vera emergenza in Italia è quella di creare lavoro. Poi se ci riuscirà o no dipende molto dallo smettere toni molto ideologici che sentiamo anche nelle nostre controparti sulla libertà di licenziamento per affrontare invece le due cose che noi pensiamo siano essenziali: una la riduzione della precarietà  e quindi di tutto ciò che rende non stabile il lavoro. L’altra sono le tutele rispetto alla disoccupazione e all’interruzione del lavoro perché comunque abbiamo sperimentato in questi anni che per fortuna esisteva la cassa integrazione altrimenti saremmo un paese con livelli di povertà e di esposizione dei lavoratori da livelli impressionanti. Poi abbiamo degli altri problemi, la manifestazione e lo sciopero dei metalmeccanici di oggi era appunto uno sciopero per riconquistare un contratto nazionale che non c’è. E per parlare di una grande impresa che si chiama Fiat che non sta applicando le leggi sulla democrazia del lavoro nel nostro paese”.

 

La Fiat è stata infatti chiamata “autoritaria”, il leader della Fiom Landini ha attaccato Marchionne dicendo appunto che è autoritario…

 

“Ma io non personalizzo, ma penso che sia l’azienda e i comportamenti dell’azienda. È indubbio che per la prima volta nella storia una grande impresa ha escluso la presenza di un sindacato della Cgil dai sui stabilimenti”.

 

Monti incontrerà Marchionne la prossima settimana. Ha qualche consiglio per il premier, che cosa si aspetta che gli dica?

 

“Ma abbiamo detto molte volte e pubblicamente che la Fiat ha fatto grandi annunci di un piano industriale per l’Italia, ma salvo l’investimento di Pomigliano, noi questi grandi annunci non li abbiamo visti tradursi in realtà. E ci sembra in realtà che Fiat oggi immagini solo che importando i modelli americani in Italia questo gli garantisca un mercato europeo, mentre abbiamo la sensazione che tutta la concorrenza europea stia producendo nuovi modelli. Allora la domanda alla Fiat è: ma i piani industriali e i nuovi modelli dove sono?  Se si vuole continuare a rimanere in Italia. Se no è tutto un altro ragionamento…”

 

In questo momento cruciale  in Italia in cui il lavoro è al centro delle riforme abbiamo a capo della Cgil una donna, e oltre a lei abbiamo Fornero al ministero del Lavoro e, anche se ancora per poco, Marcegaglia alla Confindustria. Il destino ha voluto che toccherà a tre donne trovare una sintesi per l’accordo. Questo secondo lei avvantaggia la riuscita della trattativa oppure non sarebbe cambiato nulla anche se, al posto vostro, ci sarebbero stati degli uomini?

“Guardi il fatto che ci siano delle donne non vuol dire che non abbiano delle funzioni di rappresentanza anche se capisco che gli uomini fanno fatica ad apprezzare questa sottigliezza. Dirigiamo delle grandi organizzazioni, una è ministro di un governo, quindi abbiamo ovviamente oneri di rappresentanza, oneri e onori di rappresentanza. Ciò che forse è diverso dal solito è che forse è davvero la fine di un’era che noi abbiamo definito del Berlusconismo, quella per cui le donne erano degli oggettini e non delle persone e dei dirigenti del Paese”.   

 

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