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CESARE MARIA RAGAGLINI/ G4 sul muro Italia

Il capo missione italiano all’Onu spiega le ragioni per continuare a impedire che Germania, Brasile, Giappone e India ottengano un seggio permanente

La scorsa settimana abbiamo pubblicato la prima parte di un’intervista con l’ambasciatore Cesare Maria Ragaglini, capo della missione d’Italia alle Nazione Unite, in cui si parlava degli sforzi italiani per far votare entro quest’anno, all’Assemblea Generale dell’Onu, una risoluzione contro le Fgm, le mutilazioni genitali femminili. Una questioni di diritti umani dove il nostro Paese gioca all’attacco.

Ma c’è un’altra questione in seno all’organizzazione internazionale che, a partire dal 13 marzo, riprenderà ad essere dibattuta all’Assemblea Generale, dove l’Italia gioca questa volta in difesa, anzi forse meglio dire in contropiede. Parliamo dell’annosa questione della riforma del Consiglio di Sicurezza, in cui l’Italia è il paese leader di un gruppo di Stati chiamato “Uniting for Consensus” (Ufc) che si oppone ai cosidetti G4, i quattro grandi pretendenti ad un seggio permanente nel CdS, cioè Germania, Giappone, Brasile e India. Il CdS dell’Onu, lo ricordiamo, è composto da 15 paesi, di cui cinque permanenti e con diritto di veto (Usa, Russia, GB, Francia e Cina) e dieci non permanenti che vengono eletti a rotazione dall’Assemblea Generale per un mandato di due anni.

La riforma “sognata” dal G4 (che potrebbe diventare G5 con l’aggiunta di un paese africano ancora da decidere, con il Sud Africa in pole position) è appunto di allargare il Consiglio di Sicurezza ad altri membri permanenti ma senza diritto di veto. Il paese che negli ultimi tempi sembra più convinto delle sue possibilità è l’India, anche perché poco più di un anno fa ha ricevuto l’esplicito appoggio del Presidente Barack Obama durante il suo viaggio a New Delhi.

L’Italia, con altri paesi dell’Ufc (tanto per citarne alcuni, Canada, Messico, Colombia, Argentina, Spagna, Egitto, Pakistan, Turchia, Corea del Sud…) si oppone a questa riforma e invece ne auspica una più democratica, dove magari si possano aumentare i membri del CdS allungando la loro permanenza ma mantenendo comunque come passaggio obbligato l’elezione. Questo per assicurare la cosidetta “accountability”, la responsabilità dei membri eletti nei confronti degli altri paesi dell’Assemblea generale. Lo scorso maggio, a Roma la Farnesina ha organizzato una riunione con invitati i paesi che ritenevano valida la proposta dell’Ufc e ben 123 paesi membri dell’Onu hanno partecipato. Per approvare una proposta di riforma del CdS, si deve ottenere almeno 2/3 dei voti in Assemblea Generale, composta oggi da 193 paesi membri.

 

 

Ambasciatore Ragaglini, il braccio di ferro sulla questione della riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu dura da quasi vent’anni. Siamo vicini ad una soluzione, oppure ne riparliamo tra altri venti?

 

“Lei ha riassunto bene quello che è successo negli ultimi anni sulla riforma del Consiglio di Sicurezza. E’ vero che sono quasi vent’anni che se ne parla. E’ uno dei motivi per i quali non si è mai riusciti ad avere una vera e propria riforma del Consiglio di Sicurezza è per la contrapposizione sostanzialmente dei due schieramenti. Quello che ricordava lei del G4, di questi 4 paesi che a torto a ragione ritengono di avere diritto ad entrare come membri permanenti, e lo schieramento dei paesi guidati dall’Italia che ritengono invece che uno dei motivi per i quali il Consiglio di Sicurezza funziona poco e non al meglio delle sue capacità è proprio l’anacronistica presenza di membri permanenti. Ora la Carta prevede che qualsiasi modifica della struttura delle Nazioni Unite preveda i 2/3 di maggioranza inclusi i 5 membri permanenti. Se uno di questi o tutti e 5, non ratificano una modifica di questo genere, non può aver luogo la riforma che può essere stata immaginata, perché è di fatto un diritto di veto. Partendo da questo presupposto, e dovendosi tenere i 5 membri permanenti così come sono nati nel 1945, troviamo non solo anacronistico ma addirittura estremamente controproducente per la vita dell’organizzazione internazionale, aggiungere altri membri permanenti, che porterebbero il numero dei membri permanenti non già a 9, perché non sono soltanto quei 4 membri ma altri che vorrebbero a quel punto entrare soprattutto gli africani. Così si raggiungerebbe addirittura un numero di 11 membri permanenti. Dovendo allargare ulteriormente il Consiglio di Sicurezza, si rischia seriamente di non avere più un Consiglio distinto che possa prendere agevolmente delle decisioni e quindi rendere efficace l’azione internazionale, soprattutto nei periodi di crisi. E soprattutto una volta che alcuni paesi sono diventati membri permanenti, non devono più rendere conto a nessuno. Questo io credo che vada contro gli interessi dei singoli stati membri delle Nazioni Unite, vada contro un’evoluzione positiva dell’Onu, in termini di maggiore efficacia, di maggiore efficienza, di trasparenza delle decisioni, di rappresentatività del Consiglio di Sicurezza e soprattutto non tiene conto di una questione fondamentale a mio avviso, che quando si fa una riforma, soprattutto di una riforma così complessa e difficile e che suscita così tante sensibilità politiche in tutti i paesi membri delle Nazioni Unite, occorre pensare non certo al passato e neanche al presente, occorre pensare al futuro. Perché oggi chi dice che il Consiglio di Sicurezza non ha una grande legittimità, perché non rappresenta le novità che negli ultimi vent’anni sono emerse sulla scena internazionale, Paesi emergenti, Paesi che sono diventati più ricchi, più forti anche economicamente, lo dirà anche tra 5 anni, lo dirà anche tra 10 anni, quando altri paesi emergenti si affacceranno alla ribalta delle Nazioni Unite e vorranno un posto importante nelle decisioni del mondo, che è il Consiglio di Sicurezza. Allora noi dobbiamo pensare a che cosa succederà tra 10 anni non a cosa è successo vent’anni fa. E se aggiungiamo dei membri permanenti abbiamo ingessato totalmente questo organo, lo abbiamo reso più inefficace, lo abbiamo reso meno legittimo, lo abbiamo reso meno trasparente, lo abbiamo reso meno democratico e lo abbiamo reso meno rappresentativo del mondo”.

 

 

Lei si sente sicuro in questo momento del consenso che c’è attorno a queste posizioni dell’Italia? Ripetiamo, il voto dell’isoletta del Pacifico all’Assemblea Generale vale quanto il voto della Cina o degli Usa… Ecco lei è sicuro che i G4 non siano riusciti a scalfire quello che è stato per tanti anni la posizione di maggioranza dell’Assemblea generale che è più vicina con quella portata avanti dall’Italia?

 

“Beh, non è esattamente così, perché in realtà nel passato i paesi del G4 godevano comunque di una larga maggioranza, non quella dei 2/3, ma certamente una larga maggioranza. E ancora all’inizio dell’anno scorso, i G4 ritenevano di avere questa larga maggioranza. Non a caso, lanciarono l’iniziativa che lei ha ricordato, presentando una bozza di risoluzione procedurale sulla quale, si allargava il Consiglio di Sicurezza, sia ai membri non permanenti, sia ai membri permanenti. Lei ricorderà che Ufc e l’Italia che lo ha guidato in questa sì, vera battaglia, ha impedito che questo potesse accadere e lo ha impedito attraverso una serie di argomentazioni che ho appena citato. Alla membership delle Nazioni Unite non è piaciuto neanche il modo abbastanza aggressivo con cui i componenti del G4 si sono mossi, l’Assemblea ha recepito quelle che erano le nostre osservazioni di fondo e alla fine questa iniziativa è naufragata con un circa il 35, 40% di sostegno, rispetto invece ai 2/3 che era l’obiettivo iniziale.

La chiusura del cerchio, di questo fallimento dell’iniziativa del G4 si è avuta a Roma con la conferenza che lei ha appena ricordato a cui hanno partecipato 123 paesi. Quest’anno abbiamo ripreso i negoziati governativi che di fatto si erano interrotti l’anno scorso. Un paio di settimane fa noi come Ufc abbiamo presentato di nuovo la nostra proposta, l’abbiamo argomentata, abbiamo risposto alle varie domande che erano state fatte dai vari stati membri… È difficile dire quale può essere il consenso che hanno ora G4 e il consenso che ha oggi l’opposizione dell’ Ufc. Vi è però sempre una maggiore consapevolezza è questo e certamente merito nostro, di aver instillato tra i paesi membri, da una parte il dubbio, sull’opportunità di ampliare il Consiglio di Sicurezza a nuovi membri permanenti e dall’altra di trovare altre metodologie di negoziato per arrivare ad una soluzione.

Basta fare un esempio su questo: in realtà noi ambasciatori diplomatici che lavoriamo alle Nazioni Unite che rappresentiamo i nostri paesi presso questa grandissima organizzazione, ogni mattina quando veniamo in ufficio, e poi andiamo alle riunioni delle Nazioni Unite, per discutere una risoluzione, una decisione, una mozione, un documento, siamo animati da un unico obiettivo, oltre a quello di ovviamente di salvaguardare al massimo i nostri interessi nazionali, ed è quello di trovare un compromesso che permetta a 193 paesi e, ripeto, 193 paesi di trovare un accordo.

Allora io dico, come mai per vent’anni si è discusso della riforma del Consiglio di Sicurezza senza arrivare a niente? La ragione principale è che ogni volta che siamo andati in sala riunioni per discutere della riforma del Consiglio di sicurezza nessuno era animato dal desiderio di compromesso, ognuno voleva portare a casa il 100% delle proprie aspirazioni . Questo non funziona alle Nazioni Unite ed è per questo che mi sono rivolto a tutti i colleghi quando ho fatto il discorso proprio di presentazione della proposta dell’UFC dicendo: o siamo animati dallo stesso spirito che tutti i giorni ci porta a prendere delle decisioni comuni ognuno rinunciando a qualcosa, oppure la riforma del Consiglio di Sicurezza difficilmente vedrà la luce. Ritengo che piano piano, con un lavoro capillare che è stato fatto qui a New York, devo dire con tutti i colleghi, ci si sta rendendo conto, anche i sostenitori del G4, che oltre una certa soglia, difficilmente il G4 riuscirà ad andare avanti. Ed è per questo, e mi riferisco a quello che dicevo a lei prima, che già all’interno del G4 si vedono posizioni diverse. La prima è stata manifestata dal Giappone, che preso atto del fallimento dell’anno scorso, preso atto di quasi vent’anni di negoziati infruttuosi, preso atto, realisticamente che continuare questo muro contro muro, non porta da nessuna parte, ha iniziato a parlare di necessità di una riforma basata sul compromesso, che è esattamente quello che il nostro gruppo ha predicato per anni”.

 

 

C’è in America un detto, che dice: “Tutto quello che accade a Las Vegas, rimane a Las Vegas”. Allora tutto quello che accade alle Nazioni Unite, insomma questo confronto tra l’Italia e il G4, questi attriti rimangono alle Nazioni Unite oppure…

 

“Sì, sì, in questo New York è come Las Vegas secondo il detto americano. Ma lei pensi soltanto Italia-Germania per non andare tanto lontano. L’Italia e la Germania su tutti i dossier, al 99,9% si trovano esattamente sulle stesse posizioni, l’unica cosa che ci differenzia, che ci contrappone è la riforma del Consiglio di Sicurezza, ma in Europa, nel mondo, sulle grandi questioni transnazionali, sui grandi dossier di crisi se lei vede le posizioni che vengono espresse da Roma e da Berlino sono praticamente identiche. Quindi la riforma sul Consiglio di Sicurezza non va ad incidere né sui rapporti bilaterali, e non va a incidere neanche su quella che può essere non so per esempio la nostra partecipazione insieme ai tedeschi nell’UE, siamo due paesi fortemente vincolati al multilateralismo, siamo due Paesi profondamente Europei, europeisti. Quindi è il tipico esempio di una vera e forte contrapposizione su un dossier specifico che riguarda gli interessi strategici internazionali di due Paesi ma che non ha nessuna ripercussione sui rapporti tra i due Paesi, su tutto il resto dello scibile di quello che sono le relazioni internazionali, né tantomeno sui rapporti personali.”

 

 

E questo vale anche per quanto riguarda gli altri paesi, come India, Brasile…

 

“Assolutamente. Io personalmente ho degli eccellenti rapporti con tutti gli ambasciatori non solo del G4, ci troviamo e discutiamo su altri argomenti trovandoci d’accordo o anche in disaccordo, ma senza che la questione del Consiglio di Sicurezza incida minimamente. Tutti noi sappiamo che è un capitolo a parte. Tutti noi sappiamo che è chiaramente, si giocano gran parte del futuro dei Paesi su come il Consiglio di Sicurezza verrà riformato, ma tutti sappiamo che le difficoltà e le controversie, le divergenze d’opinioni su uno specifico dossier non possono e non debbono e non sono in realtà trasferibili su altro”.

 

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