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PRIMO PIANO/ Memoria sì, odio no

In foto, Eugenio Occorsio con Giovanni Maria Flick

In foto, Eugenio Occorsio con Giovanni Maria Flick

L’uccisione del giudice Vittorio Occorsio, nel ’76, nei ricordi del figlio Eugenio, trentacinque anni dopo. Gli anni di piombo, il terrorismo e i servizi segreti

Vittorio Occorsio era un magistrato della Procura di Roma, uno dei più autorevoli che c’erano, come ha ricordato l’ex ministro Giovanni Maria Flick che ne apprese il mestiere di giudice in anni lontani, ucciso a Roma, sotto casa, la mattina del dieci luglio del ’76 da Pierluigi Concutelli, estremista fascista, esecutore materiale dell’assassinio, scaturito nell’ambito di interessi legati alla massoneria e alla mafia, disturbate dalle sue indagini che avevano disvelato le trame occulte alla base del terrorismo di destra e di sinistra.

Suo figlio Eugenio stava per compiere vent’anni quando accorse in strada allarmato dal rumore degli spari e vide davanti agli occhi una scena che non sbiadisce nella memoria, ciò che sempre significa il rituale antico, ogni volta lacerante e insuperabile per chi rimane, della morte violenta di un familiare di fronte alla quale le parole parlano la lingua frammentata del dolore, e non saranno mai quel dolore inenarrabile.

«Ho scritto un libro, pubblicato da Dalai, per onorare la memoria di mio padre, – dice -, l’ho scritto in forma epistolare, rivolto a mio figlio, nato nell’88, che non ha vissuto quegli anni e, come tanti della sua generazione si chiede cosa è stato il terrorismo, cosa sono stati gli anni di piombo, come è stato possibile che questo Paese, che tante emergenze ha affrontato e sta affrontando ancora oggi, abbia avuto nella sua storia questo momento così drammatico di follia e di insensata violenza».

«Non dimenticare, non odiare»: già il titolo è un grosso insegnamento, il diritto dovere alla memoria, no all’oblio, sì alla memoria condivisa, come ha ricordato Flick, per il quale è stato un insegnamento riscontrare nel libro l’intreccio continuo che c’è tra memoria e storia e quello che è l’intreccio tra pubblico e privato. In questo libro, racconta l’autore, «ho cercato di mettere alcuni elementi privati sempre nella chiave dell’omaggio alla memoria, però ho anche cercato, da giornalista, di riassumere, raccontare alcuni degli episodi degli anni di piombo più drammatici e oscuri, quelli nei quali mio padre da magistrato era stato coinvolto, cioè aveva indagato, fatto istruttorie e processi nei confronti dei terroristi. Questi processi cominciarono con Piazza Fontana, – rammenta -, prima c’era stato il precedente del Sifar, un Servizio Segreto che negli anni Sessanta aveva messo insieme, ad opera del generale De Lorenzo, un progetto golpista, il cosiddetto Piano Solo, poi una serie di altre operazioni criminali, infine Ordine Nuovo, un’organizzazione di neofascisti che Vittorio Occorsio fece condannare, un gruppo di questi perché facevano attività palesemente di terrorismo e non di ideologia, come, invece, sostenevano, perché compivano pestaggi, aggressioni, incendi, attentati e, alla fine, arrivarono al culmine di questa attività criminosa uccidendo lui».

Nel ’74 il giudice Occorsio li aveva fatti mettere fuori legge, li aveva fatti condannare e poi aveva istruito un secondo processo perché aveva scoperto che questi si erano ricostituiti in Banda Armata clandestina e durante questa seconda istruttoria, che era quasi finita, fu ucciso da Pierluigi Concutelli che era il sedicente capo militare di questa organizzazione. Il processo dopo si fece, negli anni successivi, ed andò a finire, però, con l’assoluzione, si era un po’ dispersa la sua eredità, malgrado avesse provato un altro giudice, Mario Amato, a sua volta ucciso quattro anni più tardi, a riprendere l’istruttoria. Eugenio Occorsio cerca di ricostruire queste vicende, denunciando i lati oscuri, le connivenze che ci furono in tutti quegli anni, i misteri, gli intrecci diabolici.

«Pensate, ad esempio, – dice -, che per Piazza Fontana, nella banda degli anarchici sulla quale aveva indagato, c’era un certo Mario Merlino che era qualcosa in più di un infiltrato, era un ordinovista patentato che costituì il gruppo degli anarchici più fanatici, un po’ bombaroli, ebbene, lui era lì e che ci stava a fare? Era uno di Ordine Nuovo, lo stesso Ordine Nuovo dopo qualche anno ha ucciso mio padre, – afferma con amarezza -, ricordando i tanti altri legami torbidi e diabolici e tuttora inesplicati con i piduisti, le trame oscure di cui intendeva denunciare le incongruenze, le drammatiche coincidenze».

Ciò che auspica, ciò in cui spera è che qualche magistrato riprenda in mano le diverse inchieste rimaste aperte.

In quanto tempo è stato concepito, pensato e realizzato questo libro?

«Il libro, in fondo, è stato scritto abbastanza rapidamente, qualche mese, un’estate, quella successiva alla liberazione di Concutelli, che, condannato all’ergastolo, nell’aprile scorso è tornato libero, dopo trentatré anni di carcere, successe questo episodio di tensione familiare, con mio figlio Vittorio che si lasciò andare ad alcune dichiarazioni improvvide, sull’opportunità della pena di morte che io corressi, poi ci fu il Quirinale, dove venni chiamato a presentare la giornata della memoria per le vittime del terrorismo e i loro familiari, ho impiegato qualche mese per scriverlo. Ho potuto attingere ad un archivio formidabile che era il materiale di lavoro di mio padre, custodito gelosamente, rigorosamente, con la massima attenzione, per oltre trentacinque anni, da mia madre in un armadio che avevamo in casa e quindi ho tirato fuori da lì centinaia, migliaia di ritagli di giornale, documentazione importante».

Il libro vuole essere una ricostruzione storica?

«L’aspirazione è questa, ricostruire storicamente queste quattro, cinque vicende: il Sifar; Piazza Fontana; il processo a Ordine Nuovo; la Banda dei Marsigliesi a Roma; la Banda della Magliana che si scoprì legata ai neofascisti».

Se fosse stato scritto prima sarebbe stato il risultato di un’emozione?

«Ci ho messo trentacinque anni, ci ho pensato un po’, è stata una cosa sofferta, ho aspettato di elaborare questo lutto, ci vuole del tempo per questo e, prima che finisse anche il mio tempo, mi sembrava doveroso lasciare una testimonianza di mio padre per onorare la sua memoria, questo ha significato obiettivamente, se era possibile riprendere i tanti interrogativi interrogativi lasciati aperti dalla sua morte».

Il rapporto del padre con il figlio in quale misura è presente nel libro?

«C’è molto di questo rapporto, infatti è stato scritto in forma epistolare perché io amo molto mio figlio, mi fa molto piacere che lui sia consapevole, come è, e preparato sui dispositivi di conciliazione, di conoscenza, di analisi, che si ponga delle domande, che non cresca come casualmente in questa società, in questo Paese perché il Paese ha un passato pesante che è giusto conoscere fino in fondo».

Lo Stato vi ha fatto sentire la sua vicinanza in tutti questi anni?

«Dopo la morte di mio padre sì, molto, Il giudice Vigna ha svolto una difficilissima e pregevole istruttoria, ci sono stati, però, i processi successivi che sono andati a finire diversamente, sono stati un po’ abbandonati. Diciamo che le istituzioni non ci hanno abbandonato, prima c’era stato qualche episodio un po’ inquietante, tutti i vari cronisti si erano dimostrati asserviti al potere politico, contro il quale lui si batteva. Poi c’era stato il caso della scorta che gli era stata tolta qualche mese prima perché dicevano che la situazione era più tranquilla, infatti si è visto come era tranquilla!»

Lui come reagì alla decisione di essere privato della protezione?

«Con paura, apprensione, sebbene fosse un uomo molto coraggioso, aveva un grandissimo coraggio, è andato avanti per la sua strada, le istituzioni prima di tutto, la ricerca della verità ad ogni costo, però, insomma, era amareggiato».

Era consapevole del pericolo che correva?

«Lo era fino in fondo e non poteva essere altrimenti: era pluriminacciato, c’erano scritte sui muri, telefonate a casa».

Perché si prese la decisione infausta di lasciarlo senza scorta?

«Grande mistero, si disse che non erano pericolosi, erroneamente, oppure intenzionalmente qualcuno volle questo, ma può sembrare una cattiva dietrologia, certo è difficile credere che quel che accadde fu per caso, senza alcun legame con la sospensione del servizio di scorta».

Perché il figlio di un magistrato vittima del terrorismo sceglie il giornalismo? La professione di magistrato non ha rappresentato una tentazione, nonostante tutto, una risposta per non lasciarsi intimidire?

«Io ho sempre voluto fare il giornalista, da quando ero ragazzo, avevo vent’anni quando morì papà e avevo già cominciato a collaborare con piccoli giornali locali, alla fine sono entrato al “Sole24Ore” come giornalista economico, magari del giudiziario non mi sarei occupato volentieri per evitare questo continuo confronto».

Dunque la magistratura non è mai stata una tentazione?

«No, poi, insomma, sinceramente, a maggior ragione dopo quello che era successo».

Ma anche tanti giornalisti hanno pagato un tributo di sangue molto alto per aver voluto ricercare la verità, con ostinazione, con coraggio!

«Sì, purtroppo».

Che direbbe Vittorio Occorsio dell’Italia di oggi? Ci si riconoscerebbe?

«Ne sarebbe amareggiato e nel contempo ammetterebbe che ci sono tanti personaggi, come ad esempio il professor Flick che ha presentato il mio libro, che rendono onore a questo Paese».

Flick non ha molti epigoni, purtroppo!

«Qualcuno ne ha. Appare doveroso, a questo punto, riferire la convinzione, da Flick espressa, che la storia appartenga all’intelletto, alla conoscenza, mentre la memoria appartiene al cuore e non può darsi storia se non c’è, contemporaneamente e prima, memoria».

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