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CONTRIBUTI ITALIANI IN AMERICA/Basta con gli stereotipi

Nella foto, Washington Avenue a Scranton, all’inizio del XX secolo

Nella foto, Washington Avenue a Scranton, all’inizio del XX secolo

Stephanie Longo, giornalista e appassionata ricercatrice, “alfiera” delle nostre culture e tradizioni a Scranton (Pennsylvania)

Scranton, città per numero di abitanti della Pennsylvania ci si arriva seguendo la direzione nord-est, verso il capoluogo della contea di Lackwanna. O si ci arriva leggendo i libri di Stephanie Longo, giornalista e appassionata ricercatrice delle culture e tradizioni italiane in quest’angolo del continente americano e vera e propria anima biografica di una comunità italiana tra le più radicate d’America.

 

                  Stephanie Longo

 

«La mia famiglia mise piede negli Stati Uniti nel 1903, grazie allo spirito d’avventura di Salvatore Luongo che lavorò a Brooklyn, New York, Rochester e infine si fermò a Scranton, nella zona di Bunker Hill, per scendere nelle miniere di carbone. Salvatore arrivava da Guardia dei Lombardi (Avellino). Suo figlio Giuseppe Antonio e la moglie Anna cercarono sempre di tornare nel paese d’origine, senza mai riuscirci. Ho promesso a me stessa di realizzare il loro sogno. Nel 2005 sono andata con mia madre a Guardia e nella cittadina dell’Irpinia (uno dei paesi più duramente colpiti dal terremoto del 1980 n.d.a.) abbiamo vissuto un’esperienza indimenticabile».

Volitiva e carica di simpatia, Stephanie snocciola con orgoglio la storia di una famiglia che dovette rinunciare a una vocale nel cognome, divenendo all’anagrafe Longo. Autrice di “The Italians of Northeastern Pennsylvania” (2004) la giornalista confida nella speranza che i suoi futuri figli imparino a parlare italiano il più presto possibile.

«Ho dovuto aspettare i 18 anni per parlarlo, la generazione di mia madre visse nel divieto di poterlo usare. Sono io che le faccio la traduzione e sento palpabile il suo malessere per aver perso questa importante radice della propria identità. Io stessa penso di essere portatrice di un lato italiano quasi ottocentesco e di avere invece pochi legami con la cultura italiana contemporanea. Rappresento un miscuglio strano di due culture belle, ma differenti».

Da poche settimane l’autrice italo-americana ha bissato il proprio impegno editoriale dando alle stampe “Dunmore”, un libro sulla comunità italo-americana di Scranton e sul 150° anniversario della cittadina, definendosi «ethnic american». Libro che ha riscosso subito grande apprezzamento di critica e pubblico, nell’elegante veste confezionata dall’Arcadia Publishing di Charleston.

Iscritta alla Pennsylvania Newspaper Association, alla Pennsylvania Women’s Press Association e alla Society of Professional Journalist, Stephanie ha al proprio attivo diversi riconoscimenti: nel 2009 le fu assegnato il Pennsylvania Newspaper Association Keystone Press Award, l’anno seguente il Pennsylvania Women’s Press Association Award e in seguito altre menzioni speciali per il proprio lavoro di ricercatrice sociale. In camp accademico la Longo fu premiata dalla Regent University, dalla University of Scranton e dalla NIAF e attualmente è editrice del “The Abington Suburban” di Scranton, un settimanale a diffusione locale. Quella che abita nella zona di Bunker Hill è una comunità che si stringe intorno alla parrocchia di San Rocco, la cui chiesa fu fondata e costruita in massima parte dagli immigrati irpini di Guardia dei Lombardi. Membro dell’associazione UNICO (tra i sodalizi più attivi negli USA in difesa della comunità italo- americana), Stephanie si batte da anni contro gli stereotipi e la discriminazione etnica. Nonostante la presenza centenaria ci sono, infatti, ancora diversi temi di scontro con i cosiddetti WASP, cioè i discendenti dei colonizzatori originari inglesi. «Mi sento italo-americana e cucino spesso piatti italiani – racconta ancora Stephanie  –. Ma vedo tutto attraverso la prospettiva americana. Ho trascorso la mia vita negli Stati Uniti. Ci sono aspetti culturali italiani che ho difficoltà a capire perché non li ho vissuti. Ci sono, poi, temi per i quali noi italo-americani ci battiamo da anni. In televisione siamo visti spesso come mafiosi o buffoni: sono diventata giornalista anche per combattere questi stereotipi e per sottolineare le tante cose belle della nostra comunità. C’è ancora qualcuno che ci chiama “wop” o “guinea”. Vorrei che questi termini facessero parte solo del passato».

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