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IL 25 APRILE/ Libertà e dignità

«I nostri padri hanno combattuto per essa... il suo presupposto è l’indipendenza economica». A colloquio con Carlo Cadorna, figlio del gen. Raffaele

Il colonnello Carlo Cadorna, classe ’43, figlio del generale Raffaele, figura importante della Resistenza italiana al nazifascismo, comandante del corpo moto- corazzato “Ariete” che dal nove settembre del ’43 si oppose all’occupazione di Roma, e che nell’insurrezione dell’aprile del ’45 trattò la resa delle forze armate fasciste, nipote di Luigi, Capo di Stato maggiore dell’esercito dal 1915-17, a sua volta figlio del comandante delle truppe entrate a Roma nel 1870 che completarono il processo di unificazione dell’Italia, ha partecipato a Roma al 67° anniversario della Liberazione.

 

il col. Carlo Cadorna, mercoledì alla Piramide Cestia a Roma 

A Porta San Paolo, davanti alla Piramide Cestia, migliaia di persone, vecchi partigiani, i loro figli, nipoti, giovani a cui i nonni e i padri hanno narrato tutto l’orrore della violenza nazifascista e la rinascita della speranza dalla guerra di Liberazione che ha preceduto il lavoro della Costituente nell’avvio dello Stato democratico. Pronunciando dal palco, durante il suo intervento, parole molto dure sull’attuale condizione delle istituzioni, Carlo Cadorna ha riscontrato profonde analogie tra il sistema che nel ’22 provocò l’avvento del fascismo e quello odierno: «I nostri padri» -, ha detto -, «hanno combattuto per la nostra libertà e noi l’abbiamo persa, perché il presupposto della libertà è l’indipendenza economica della nazione e noi, senza l’aiuto della Germania, non siamo in grado di pagare gli interessi, gonfiati dalla speculazione internazionale, sull’enorme debito che abbiamo accumulato a partire dagli anni Settanta! I costi della corruzione negli appalti, sessanta miliardi, e le spese di mantenimento di una classe dirigente che si è dedicata alla politica non per servire i cittadini » -, ha proseguito -, «ma per trarne beneficio personale, ci hanno portato a questa situazione».

Qual è il valore più importante, imprescindibile, che le ha tramesso suo padre?

«La libertà, me l’ha scritto in testamento, di vivere con dignità in piena indipendenza».

Lei ha intrapreso la carriera militare come suo padre per vocazione, o perché sentiva di doverglielo, in qualche modo?

«Per tante ragioni, in parte, può sembrare paradossale, proprio per conquistare un’indipendenza che in famiglia avevo e non avevo; io ho avuto un’educazione molto rigida per cui è stato anche un atto quasi di ribellione, anche, non solo, poi ovviamente è stato per la passione nei confronti dell’istituzione militare, per ciò che per noi rappresenta».

Fu un atto di ribellione o di obbedienza?

«Non di obbedienza, io a diciassette anni sono andato in accademia e non dipendevo più da mio padre, fu un atto di emancipazione dalla famiglia».

Non si è mai pentito di questa scelta?

«No, sono ancora convinto che la libertà sia il valore più grande».

Oggi all’interno delle istituzioni militari vive la democrazia?

«Sì, non bisogna confondere la democrazia con l’esigenza, per il funzionamento dell’istituzione militare, di avere un’organizzazione ascendente, cioè gli ordini vanno eseguiti, altrimenti l’organizzazione militare non si regge, ci vuole un’organizzazione che, per forza di cose, deve essere verticale, ma la democrazia è un’altra cosa. La democratizzazione delle forze armate non può voler dire l’indebolimento delle forze armate, vuol dire soltanto che i vertici vengono scelti dall’autorità politica e non da un’autorità militare, come avviene ancora nei paesi del Sudamerica».

Anche in un momento, come questo, di crisi acuta dei partiti politici è sempre preferibile delegare la politica ai partiti?

«La politica ha bisogno di un rinnovamento totale, ci vogliono dei giovani, c’è una classe politica oggi che se ne deve andare a casa perché ha lucrato, è connivente».

Una classe politica trasversale a tutti i partiti?

«Sì certo, trasversale, io ho dato delle cifre, sono tutti coinvolti, la matematica non è un’opinione, un giro di sessanta miliardi di corruzione nelle assegnazioni degli appalti vuol dire che c’è una connivenza generale, io poi l’ho vissuta, essendo un ex dipendente dello Stato».

Suo padre con quale spirito intese i valori della Resistenza?

«Mio padre li intese nel senso che aveva ereditato da suo padre: un grande attaccamento al Risorgimento, quello era il suo solco ideale. Vedeva la Resistenza come una continuazione del Risorgimento; la capacità di mio padre è stata quella di comprendere, cosa che altri purtroppo non compresero, che senza l’appoggio dei partiti non si sarebbe liberata l’Italia».

Come visse il generale Cadorna gli anni della dittatura fascista? Fu tra i pochi consapevoli di trovarsi di fronte ad una dittatura, o, come gran parte degli italiani, si lasciò ingannare dalle bonifiche, dai “gloriosi progetti mussoliniani”?

«Mussolini prese contatto con mio nonno nel 1920 per vedere se poteva aiutarlo a portare i combattenti dalla sua parte, ma il colloquio non ebbe esito favorevole per il Duce perché mio nonno individuò subito il dittatore e Mussolini comprese subito che egli non era persona malleabile. Un libro reca testimonianza in merito, “Lettere Famigliari”, Mondadori 1967, testo che raccoglie le lettere di mio nonno Luigi, curato da mio padre. I rapporti tra il Duce e mio nonno quindi non furono mai buoni e le concessioni che Mussolini gli fece furono sollecitate da Carlo Delcroix, eroe e mutilato di guerra, presidente dei combattenti. Anche mio padre, fin da allora, dava giudizi negativi sul fascismo, quando poi vide che alcuni ufficiali venivano promossi per meriti fascisti e che l’esercito era molto peggiorato, nel 1936 usavano ancora la lancia, il giudizio negativo divenne aperta avversione che culminò con il falò della propaganda fascista in caserma ed il rifiuto di ricevere il Federale. Fu perciò più volte ammonito e, allo scoppio della guerra, gli venne negato un comando operativo, fu, infatti, inviato a comandare la Scuola di Pinerolo, famosa in campo sportivo-equestre, ma antiquata sul piano militare. Mio padre la trasformò in una scuola per autoblindo e carri armati. Fu il suo trampolino di lancio per il comando della divisione corazzata Ariete che batté i tedeschi nella difesa di Roma, il 9 settembre del ’43, a Monterosi e Bracciano».

Come accolse suo padre la notizia della fuga del Re e di e di Badoglio, all’indomani dell’otto settembre del ’43?

«Mio padre era convinto della possibilità della difesa di Roma con l’aiuto, che ci era stato offerto, della 82° divisione “Airborne” americana. Ma il governo, rappresentato a Roma dal gen. Carboni, preferì arrendersi e trasferirsi a Brindisi. Mio padre, costretto a sciogliere una divisione vincitrice ed in piena efficienza, era ovviamente contrario».

Cosa significava per lui aver giurato fedeltà al Re? Qual era il suo rapporto etico, politico, spirituale con la monarchia?

«Nella vita militare il giuramento è l’atto più importante, la fedeltà di mio padre alla monarchia era indiscussa, anche per i buoni rapporti con Umberto che era il suo superiore a Pinerolo. Tuttavia giudicava molto severamente il comportamento di Vittorio Emanuele III. Nei giorni del Referendum istituzionale, mio padre era il Capo di stato maggiore dell’Esercito: in quella veste fu il garante della regolarità della consultazione popolare. L’interesse del paese è sempre venuto prima di ogni altra considerazione. In quel periodo era così anche per moltissimi rappresentanti della politica».

Dove visse suo padre durante il periodo cruciale della Resistenza?

«Mio padre prese subito contatto con esponenti antifascisti e si diede alla vita clandestina. Il Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia, organo politico a capo della Resistenza e formato da rappresentanti di tutti i partiti antifascisti, cercava un consulente militare ed aiuti in soldi e vettovaglie da parte degli alleati. Perciò contattarono il gen. Cadorna. Gli alleati, invece, desideravano contrastare il progetto togliattiano di unire il Nord Italia alla Iugoslavia, proposero quindi di costituire un comando militare “Corpo Volontari della Libertà” con a capo il gen. Cadorna, in cambio assicurarono un cospicuo finanziamento, quattro milioni al mese, ed il lancio con il paracadute delle vettovaglie. Il CLNAI accettò anche per i buoni rapporti con mio padre; nel comando c’erano anche Longo e Parri che subiva l’influenza comunista, mio padre di fatto rappresentò le formazioni moderate: si giunse così ad un equilibrio che consentì, negli ultimi otto mesi di guerra, un’azione di disturbo ai tedeschi molto efficiente. Raffaele Cadorna, dopo aver fatto un corso di paracadutismo a Brindisi, fu paracadutato di notte in montagna nel bergamasco, quindi si recò a Milano dove visse in clandestinità con mia madre».

Come visse e quali incarichi politici ricoprì Raffaele Cadorna nell’Italia repubblicana?

«Nel ’48, sollecitato da De Gasperi, si presentò alle elezioni per il Senato come indipendente, fu presidente della Commissione Difesa della Camera e decorato dal presidente Truman della massima onorificenza americana. Fu eletto fino al ’61, quando, non condividendo l’andazzo dei finanziamenti illeciti, si ritirò a vita privata».

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