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PRIMO PIANO/ In attesa di Chicago

Una riflessione sulla NATO in vista della conclusione, nel 2014, della missione in Afghanistan. A colloquio con Giampaolo Di Paola, ministro della Difesa

 

A pochi giorni dall’apertura del summit della Nato, a Chicago il prossimo venti maggio, il ministro della Difesa del governo Monti, l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, già Capo di Stato maggiore della Difesa, nonché Presidente del Comitato Militare della Nato fino allo scorso novembre, traccia il cammino percorso dall’Alleanza fino ad oggi e il compito che ad essa sottende in un futuro denso di prospettive a cui non risulta estraneo il presente che corre rapido a quel 2014 in cui gli assetti interni, gli obiettivi e le strategie della Nato dovranno necessariamente essere ridefiniti. Una rivisitazione quanto mai necessaria, dovendo ristrutturare la difesa italiana con una diminuzione del bilancio, pur mantenendo le necessarie capacità operative, ciò è possibile spendendo in maniera più intelligente, per smart defence proprio questo dobbiamo intendere, in un periodo di severe restrizioni di budget, in cui gli Stati membri della Nato lottano per mantenere un adeguato livello di funzionalità militare che soddisfi gli obiettivi strategici dell’Alleanza.
Nel corso di un incontro all’Istituto Affari internazionali, Nato Smart Defence Agenda, svoltosi a Roma, il ministro Di Paola ha esordito dicendo, rivolto agli altri relatori lì convenuti, di aspettarsi un intervento che fosse stimolante ai fini del dibattito, in vista del vertice di Chicago, che potrebbe rivelarsi una delusione in tal senso.
Il summit di Chicago sarà, infatti, dominato dalla questione afghana, l’Afghanistan sarà il tema centrale perché molto rilevante non soltanto per l’amministrazione Obama, ma per tutte le altre amministrazioni.
Nei parlamenti nazionali le dichiarazioni di questo o quell’uomo politico, ha ricordato Di Paola, internamente rilanciano il tema. Detto questo, ha proseguito, non c’è dubbio che Chicago non possa anche essere un momento di inizio della riflessione politica che poi continuerà ancora e che, probabilmente, durerà fino al prossimo summit, fra due anni, orientato a individuare ciò che sarà o che potrà essere l’Alleanza nel corso del 2014. L’Alleanza, sostiene il ministro Di Paola, nel momento in cui è posta, non è più nella fase del post Guerra Fredda e non più neanche nella fase del post crescita, perché, dopo aver lottato con il Cremlino, ci siamo concentrati sulle operazioni. Le operazioni sono state il cuore dell’Alleanza Atlantica per vent’anni, l’hanno plasmata per due decenni, così come la Guerra Fredda ha plasmato per cinquant’anni la Nato.

In foto il ministro Giampaolo Di Paola

Nel 2014, rammenta, ci troveremo senza le operazioni e senza, possibilmente, il clima della Guerra Fredda, pertanto si pone la questione di che cosa, a questo punto, debba essere o possa essere la Nato. Questo è il punto e questa è la vera riflessione che deve essere iniziata, su quale sostanza dare al concetto strategico elaborato a Lisbona, circa il futuro della Nato. Riflessione che poi dovrà essere portata avanti nel momento in cui non si avranno delle risposte a Chicago, ma io mi auguro che Chicago possa, in questo senso, promuovere tale riflessione. C’è chi dice, all’interno dell’Alleanza, che se la Nato, dopo vent’anni dovesse tornare a riconoscersi come l’Alleanza che si concentra sulla difesa, in attesa di qualcuno che l’attacchi, questo qualcuno in Europa non può che essere uno e uno solo, l’ex Unione Sovietica, che in tal modo tornerebbe in una posizione di contrapposizione con la Nato, ma, se si addivenisse ad una simile scelta, non sarebbe una scelta di successo per ché significherebbe vent’anni spesi inutilmente, inoltre sarebbe un’opzione, dal punto di vista politico, poco democratica.
Se si guardasse all’Alleanza nel suo complesso, ai trecentocinquanta milioni di statunitensi, ai trenta, quaranta milioni di canadesi, ai trecentocinquanta europei, dubita, il ministro, che ci si riconoscerebbe in una Nato che si intonasse alla cultura del 1980. Questo è il vero problema, sostiene, lo scopo dell’Alleanza, benché certamente il discorso dell’assicurazione dei nostri alleati sia un discorso legittimo, doveroso ed essenziale, ma non può diventare il solo scopo dell’Alleanza perché, se così fosse, saremmo su una strada di non ritorno. Con il ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan nel 2014, il problema di come impiegare l’Alleanza si presenterà in tutta la sua portata, è impossibile non far conseguire alla fase post Isaf l’avvio su una strada che porti a nuove partnership, aperte anche al Brics, Brasile, India, Russia, Cina e Sudafrica.
Tutti aspettano l’evento di Chicago, il venti e ventuno maggio, come si trattasse di una verifica assoluta e irrevocabile, spero non si abbia una delusione, ha dichiarato il ministro, occorrerà aprire una profonda discussione e riflessione su cosa potrà essere la Nato del futuro, riflettere sulla sostanza da dare al concetto strategico, il partenariato è un elemento strategico fondamentale per il futuro dell’Alleanza, non può essere, pertanto, solo uno strumento limitato a trovare forze per le operazioni, deve essere, invece, uno strumento strategico e di ampio respiro, per creare un network di cooperazione alla sicurezza, perché è di global security che stiamo parlando.
E’ una necessità per la Nato ripensare il suo ruolo, non può essere solo fondata su accordi politici, deve allargare il suo ambito di relazioni per poter sviluppare le capacità necessarie a garantire la sicurezza globale, insieme ad altri paesi. Chicago, ha affermato Di Paola, spero possa essere l’inizio di questa riflessione, intorno alla sostanza da conferire al concetto strategico elaborato a Lisbona, da cui si impone la considerazione della necessità di aprire l’Alleanza a nuove partenship, verso cioè i paesi emergenti, anche verso la stessa Russia, da cui dovrebbe scaturire l’obiettivo prioritario di farsi carico dei problemi globali della sicurezza.
Ci vuole, ha concluso, una riflessione politica forte, i governi si devono fare carico in prima persona, devono essere i capi di Stato, di governo, ad iniziare questa riflessione, noi dobbiamo spingere perché essa sia data, non ci aspettiamo che avvenga a Chicago, mi piacerebbe che Chicago fosse l’avvio di questa riflessione, poi, magari il prossimo summit potrebbe trovare una risposta.

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