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ITALIA, MORIRE PER LAVORO/ Perché si suicidano così?

Al centro il carrozziere Paolo Favaretto con i suoi operai

Al centro il carrozziere Paolo Favaretto con i suoi operai

Viaggio nella zona d’Italia dove più imprenditori si tolgono la vita per ragioni economiche

Dall’inizio dell’anno ad oggi, in Italia si sono contati quasi 40 suicidi tra gli imprenditori. Il conteggio è da intendersi provvisorio, giacchè le cronache riportano quotidianamente di tragedie che, con il passare dei giorni, assumono sempre più il valore di statistica.

Il dato, già di per sé desolante, triplica se assommato a manager, agricoltori, pensionati, operai, lavoratori autonomi e precari. Oltre ai soliti noti (pressione fiscale, costo dell’energia, burocrazia infinita e spreco di denaro pubblico) vi sono elementi ben più subdoli che stanno soffocando con un nodo gordiano l’imprenditoria del Belpaese. Cartina tornasole del fenomeno, è il Nordest, area una volta considerata la “locomotiva” d’Italia per occupazione e benessere, oggi terra di sfiducia e sogni infranti.

Patto di instabilità

 

Lo scorso aprile, a Padova (la provincia a più alto tasso di suicidi legati al lavoro) è nata l’associazione Familiari vittime della crisi, ad istituirla sono state due coraggiose donne che non si sono arrese al dolore dopo la tragica perdita dei rispettivi papà. Laura Tamiozzo, 29 anni, nella notte di San Silvestro è rimasta orfana del padre Antonio, impiccatosi a 54 anni nella propria azienda edile di Montecchio Maggiore, nel vicentino. Flavia Schiavon, 32 anni, pochi giorni prima aveva perso il genitore, Giovanni (59), che si è sparato nella sua ditta, la Eurostrade 90 di Vigonza (Padova). L’associazione ha avuto un largo risalto tra i media nazionali, tanto da attirare non soltanto consensi di incoraggiamento, ma anche, purtroppo, tanta stupidità. Flavia, madre di un bambino, poco dopo l’annuncio ha ricevuto una lettera carica di insulti ed accuse che l’hanno fatta desistere. Nella missiva, a tratti farneticante, l’anonimo mittente accusava la donna di aver cercato notorietà sfruttando la tragedia del padre; e poi ancora sproloqui contro lo Stato, le banche, gli imprenditori e gli extracomunitari. Il foglio chiosava con un eloquente “ucciditi”. La vicenda di Flavia, è emblematica per illustrare una delle responsabilità dello politica al riguardo dei suicidi. Si potrebbe paradossalmente affermare, infatti, che il signor Giovanni si sia tolto la vita in quanto “creditore indebitato”, creditore, soprattutto, verso lo Stato. L’uomo, che aveva debiti pregressi da saldare, vantava altresì un credito di circa 200mila euro per lavori svolti nell’ambito della manutenzione stradale (a carico del pubblico), una liquidità che gli avrebbe permesso di onorare ogni impendenza.

L’incredulità si tramuta in rabbia, considerando che Comuni, Province e Regioni, dispongono dei fondi necessari ai pagamenti, ma il processo viene bloccato dal patto di stabilità (l’obbligo nelle amministrazioni di mantenere un equilibrio finanziario che impedisce di impegnare disponibilità pur presenti in cassa) per cui gli enti locali sono costretti ad onorare le parcelle con forti ritardi, spesso fatali. “Meglio non avere niente a che fare col pubblico” – ammonisce a denti stretti Paolo Favaretto, 50 anni, carrozziere di Mirano (Venezia) la cui attività dà lavoro a 22 dipendenti – “ci occupiamo di auto private e pubbliche, tra quest’ultime vi sono anche quelle dell’Azienda Sanitaria Locale che, se va bene, paga dopo un anno e mezzo dalla consegna della vettura. Per loro, devo quindi tenere impegnati i miei carrozzieri che non possono svolgere altri interventi i cui ricavi, invece, l’rimpolperebbero subito le mie casse”.

Made in Italy/Serbia/Cina.

 

Fiore all’occhiello della Valle del Brenta, è il settore manufatturiero, dove migliaia di abili artigiani forniscono alle grandi griffe parti del prodotto finito che ogni anno adornano le più importanti passerelle del mondo, da Milano a New York, passando per Parigi. Il made in Italy, tanto plagiato, quanto ammirato e prezzolato, è però un’incredibile bufala che sta disgregando il tessuto socio-economico del Nordest. La legge Reguzzoni-Versace-Calearo del 2010 che reca disposizioni sulla commercializzazione di prodotti tessili, di pelletteria e calzatura dovrebbe essere un provvedimento di tutela del “Made in Italy” che prende il nome dagli onorevoli Marco Reguzzoni (Lega Nord), Santo Versace (fratello maggiore di Gianni e Donatella, esponente del Pdl) e Massimo Calearo (Pd), qui in uno dei rari sussulti di attività parlamentare (“In Parlamento” – ebbe a dichiarare in diretta a Radio 24 – “non ci vado quasi più e lo stipendio per tale incarico mi serve solo per pagare un mutuo”). L’iter legislativo ha sfondato alla Camera col quorum bulgaro di 546 voti a favore. Il provvedimento introduce l’etichettatura obbligatoria e, soprattutto, la tracciabilità dei prodotti, detta nuove norme e regole circa le caratteristiche di qualità e prevede pene e sanzioni per le aziende che producono false dichiarazioni sugli step di lavorazione. In soldoni: almeno due delle diverse fasi che compongono scarpe, vestiti e divani devono avere avuto luogo in Italia, mentre per le restanti è d’obbligo la tracciabilità. Visitando uno degli storici tomaifici della Valle del Brenta, è facile intuire quanto la legge Reguzzoni sia lacunosa, al netto del conflitto d’interessi di uno dei firmatari. Le grandi firme internazionali affidano (“commissioni”) periodicamente – rendendo così impossibile la pianificazione all’interno delle artigianerie – al piccolo imprenditore la costruzione della tomaia, l’anima del modello, per un corrispettivo al pezzo di appena 7 – 8 euro (la scarpa finita, sarà venduta al negozio a centinaia, spesso migliaia, di euro) completando così una delle fasi di produzione. Ne basta appena un’altra, magari soltanto il package, per smerciare il prodotto con l’etichetta Made in Italy. Il resto della scarpa (forma, sottopiede, suola, lacci etc.), viene invece lavorato in aziende oltre ai confini dell’Italy (spesso ubicate nell’Europa dell’Est). Della tracciabilità del prodotto, una volta acquistato, poi nemmeno l’ombra. Le artigianerie venete, altresì, vengono tenute sottoscacco dalla casa madre che detta le proprie condizioni e minaccia di avvalersi di altra manodopera non sempre limpida. I laboratori cinesi che di continuo aprono e chiudono nel Triveneto, per lo più clandestini, lavorano infatti il doppio degli italiani e costano la metà. L’unico aspetto che tiene a galla l’imprenditore italiano, è l’induscussa bravura dei propri artigiani che spesso, beffa delle beffe, sono costretti a riparare gli errori altrui prima di rispedire il semilavorato al mittente.

Il fattorino di banca

 

C’era una volta il direttore di banca, il professionista che, meglio e più del parroco, conosceva vita, morte e miracoli della città dove lavorava. L’imprenditore che navigava in cattive acque, quindi, poteva fare affidamento alla banca per ottenere un fido o una dilazione degli oneri. Oggi non è più così e recarsi in filiale col cappello in mano serve soltanto a fare bile. Il direttore, oggi, deve chiedere il permesso alla propria sede centrale per ogni movimento di una certa consistenza, richiesta che nella maggior parte dei casi è negata. Ciò dopo che la Banca Centrale Europea ha erogato un fiume di miliardi alle banche europee al tasso dell’ 1% per tre anni con lo scopo dichiarato di far ripartire l’economia con finanziamenti alle imprese. Le banche italiane, tuttavia, stanno investendo in titoli di Stato, che le remunerano con il 6/7%, sfruttati per coprire investimenti sbagliati e ripulirsi il ventre dai titoli tossici che le hanno lasciate senza liquidità. Intanto, le aziende chiudono. Senza le banche” – denuncia Giuseppe Bortolussi, presidente della Cgia di Mestre (Venezia), la più attiva associazione italiana di categoria al riguardo delle problematiche di lavoro e finanza – “soltanto il 20% delle nostre imprese resiste, ma senza soldi dalle imprese, anche le banche rischiano il default”. Fino al prossimo intervento della BCE.

Lega Ladrona

 

Il Nordest è stato la culla ed il primo bacino di voti per la Lega Nord, ma dopo gli ultimi scandali finanziari che lo hanno colpito, l’elettorato ha abbandonato in massa il Carroccio, dandosi all’astensionismo o travasando i propri voti alla Lista 5 Stelle. Il dato, lampante, è reso dalle ultime amministrative dove si è salvato soltanto il sindaco Flavio Tosi, rieletto a Verona. La sfiducia degli imprenditori al riguardo della politica si manifesta nelle parole di Renzo Tessari, classe ’61, proprietario di una ditta edile a Mira (Venezia): “Abbiamo perso del tutto la credibilità nei confronti dello Stato e dei nostri rappresentanti. La Lega una volta tuonava Roma Ladrona, adesso sono i primi a mettere le mani in pasta. La delusione è troppo forte, la politica è diventata business e noi ci sentiamo abbandonati”.

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