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PRIMO PIANO / Il diritto di essere italiani

di Francesca Tarantino/ Georgiana Turculet
Da sinistra Stefano Albertini (Nyu), Silvana Patriarca (Fordham University), il regista Fred Kudjo Kuwornu, Teresa Fiore (Montclair University) e Anibal Rosario Lebron (Hofstra University)

Da sinistra Stefano Albertini (Nyu), Silvana Patriarca (Fordham University), il regista Fred Kudjo Kuwornu, Teresa Fiore (Montclair University) e Anibal Rosario Lebron (Hofstra University)

Alla Casa Italiana Zerilli Marimò della NYU presentato “18 Ius Soli” il documentario del regista Fred Kuwornu in cui si denucia la situazione dei giovani figli degli immigrati in Italia

Sentirsi italiani ma non poterlo essere legalmente. Questa la situazione raccontata dai ragazzi protagonisti del documentario di Fred Kudjo Kuwornu IUS Soli 18, presentato alla Casa Italiana Zerilli Marimò (NYC) lo scorso venerdì. Nel lavoro di Kuwornu, giovani tra i 18 e i 23 anni di seconda generazione (figli di immigrati provenienti da varie aree geografiche), residenti in diverse città italiane, descrivono la difficile a volte insostenibile condizione in cui vivono come figli di cittadini stranieri, che pur essendo nati in Italia o residenti da anni, ancora non sono in possesso della cittadinanza ma soltanto del permesso di soggiorno.

Il mosaico che ne emerge è molto interessante. Kuwornu sceglie infatti rappresentanti di una nuova Italia giovane, attiva, consapevole della propria condizione e che desidera più di ogni altra cosa partecipare alla vita sociale e politica del Paese ma soprattutto di essere riconosciuta per il proprio valore. I ragazzi evidenziano come principale disagio il fatto di essere esclusi dalla vita politica e da alcune fasce del mercato lavorativo del Paese, come quelle dei medici e degli avvocati, a cui si ha la possibilità di accedere solo tramite la cittadinanza.

I giovani ritratti dal regista sono pieni di talento e voglia di fare. Spicca la storia di Ona Catalina, che si allena con entusiasmo per diventare una ginnasta professionista, pur sapendo che non entrerà nel giro delle nazionali, visto il suo status giuridico. Una frustrazione condivisa con Valentino AG (africano-romano), che studia per diventare un ricercatore di biochimica e intanto incide brani rap sul razzismo. La storia che però buca lo schermo è quella di Dorkas, ragazza di origini africane che vive nella provincia bergamasca e sogna di lavorare in una biblioteca. Dorkas rivendica con orgoglio il fatto di non voler sposare un italiano solo per ottenere la cittadinanza, ma di volerlo fare solo quando la legge le permetterà finalmente di essere “italiana” a tutti gli effetti.  Nel mirino finisce ovviamente anche la classe politica italiana, rappresentata in positivo nel documentario dall’ex leader di AN Gianfranco Fini che si era espresso a favore di un superamento del vigente principio dello ius sanguinis (che riconosce i diritti solo ai figli di cittadini), e dall’onorevole democratico Andrea Sarubbi, che col PD ha presentato diverse proposte di legge in parlamento per un adeguamento della normativa anche attraverso l’accettazione di un moderato IUS soli.

Il documentario è stato poi discusso da un panel di eccezione introdotto da Stefano Manieri (Ph.D. Direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò, New York University) e a cui hanno partecipato, oltre al regista, la prof.ssa Silvana Patriarca (Fordham University) la prof.ssa Teresa Fiore (Montclair University) ed il prof. Anibal Rosario Lebron (Hofstra University). Come evidenziato dalla professoressa Petrarca, il problema principale sta nello stesso background di questa legge che regola la cittadinanza in Italia e che lei stessa ha definito come ingiusta e antica “è stata introdotta nel 1992 ed era già vecchia” ha affermato “nel senso che non ha considerato tutte le tematiche sull’immigrazione e specialmente squelle relative alle nuove ondate che erano già molto visibili proprio in quegli anni, ma è stata il prodotto di un lungo processo legislativo che fu richiesto per rendere le cose facili alle comunità italiane nel mondo. Per far sì che gli venisse riconosciuta la doppia cittadinanza, ma ha reso le cose difficili invece per tutti gli immigrati che invece, si recano in Italia che devono aspettare 10 anni per richiederla”. In tutti gli interventi è stata messa in evidenza la centralità dell’idea di nazione intesa non solo come cittadinanza e quindi acquisizione di diritti all’interno di un Paese, ma soprattutto come cultura condivisa. I protagonisti del documentario si sentono italiani, condividono cioè di questo Paese tradizioni, lingua e cultura. Tutto si incentra quindi sull’idea culturale di nazione, su cosa significa essere italiani per questa seconda generazione.

Punto evidenziato anche dalla prof.ssa Fiore che ha parlato di come “questo dibattito stia ormai andando avanti da lungo tempo, da anni, in particolare dal 2005 quando è stata introdotta la prima organizzazione formale a rappresentare questo gruppo di giovani, la “rete 2g”. All’interno dell’organizzazione i figli di immigrati si sono autodefiniti soprattutto figli di un momento storico” cioè di un fondamentale cambiamento nella storia dell’Italia.

La professoressa Fiore ha spostato l’attenzione su un elemento importantissimo della condizione vissuta dalla 2g, e cioè che per creare una legislazione più giusta, bisognerebbe riuscire a focalizzarsi sulla domanda “Cosa significa essere figli di immigrati?” sull’idea quindi di cosa voglia dire prima di tutto “sentirsi” italiani. Spesso infatti pur ottenendo maggiori diritti con la cittadinanza, non si modifica la percezione che le persone hanno degli immigrati e finiscono con l’essere esclusi dalla vita sociale e politica del paese. Sull’esclusione ed inclusione, si è espresso infine anche il prof. Lebron della Hosftra University, che analizzando la questione da un punto di vista giuridico ha messo in evidenza come “questa legge sia stata creata più per escludere le persone che per includerle nelle istituzioni e ha negato l’accesso degli immigrati alla struttura politica del paese” come ha poi successivamente chiarito la cosa più strana è che questo accade nel mondo di oggi dove “è molto facile muoversi da un posto all’altro, e quindi cambiare identità”. “Ora è importante capire cosa succede con i figli degli immigrati, perché non sappiamo cosa vogliono. In Germania i giovani hanno tempo fino ai 22 anni per decidere cosa vogliono essere, in termini di cittadinanza”.

Anche Kuworn ha commentato l’assurdità della attuale legge italiana che “non considera i figli degli immigrati cittadini, fin dalla loro nascita”. Il regista ha poi chiarito che “il documentario vuole essere un richiamo all’azione per le persone. Io stesso non ero a conoscenza di questa legge. Ho cercato di evidenziare col mio lavoro come questa tematica sia estremamente importante per l’intero Paese. Forse nei prossimi 10 o 20 anni non avremo più medici e avvocati in Italia perché per accedere a questo tipo di lavori bisogna essere cittadini. Forse rischieremo il collasso per questo motivo. Dobbiamo creare una legge che mitighi questo problema il più presto possibile. L’Italia è indietro rispetto a molti Paesi a causa di questa legge, ma potrebbe diventare la prima a promuovere il cambiamento, e influenzare così anche altre nazioni”.

Dalle storie di vita raccontate in IUS Soli 18, emerge la soddisfazione di essere stati accolti in una nuova nazione ma anche la paura costante di poter perdere tutto da un momento all’altro. Quella italiana, rappresenta al momento una delle leggi più restrittive in materia di immigrazione. Basta guardarsi intorno, oltre i confini nazionali, e vedere come in Gran Bretagna, in Belgio e persino in Portogallo bastino pochi anni di residenza per poter ottenere la cittadinanza e vedersi pienamente riconosciuti i diritti politici.

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in foto Fred Kuwornu regista di "18 Ius Soli"

Chi  può essere cittadino in Italia? Come mai alcuni accedono in maniera naturale a una serie di diritti e altri no? Il regista di “18 Ius Soli” ci mostra la pungente realtà:

“In Italia la cittadinanza è acquisita automaticamente soltanto via “ius sanguinis”, ossia per discendenza di sangue. Manca, come in altri paesi al mondo, una legge che controbilanci questo divario netto fra chi nasce da una famiglia italiana “di sangue” e dunque acquisisce tutti i diritti in maniera automatica, e chi nasce da genitori stranieri e non è soggetto agli stessi diritti. Tutt’altro, per l’80 % dei casi di ragazzi nati da genitori stranieri è pressappoco impossibile diventare italiani” spiega Fred Kuwornu.

 

“Nonostante siamo circondati da “italiani non a pieno titolo” tutti i giorni – i nostri vicini di casa, i compagni di scuola dei nostri figli, i nostri colleghi al lavoro di origine straniera- continuiamo a chiamarli “stranieri”, e a co-esistere, ignari dell’enorme problema sociale che queste assunzioni promuovono”, è il messaggio che Fred Kuwornu lancia nel documentario “18 Ius Soli”.

 

“Le cosidette ‘seconde generazioni’ sono ragazzi nati in Italia, figli di immigrati. Parlano italiano e spesso come si vede nel documentario, i dialetti delle varie regioni italiane. Dati demografici dimostrano che loro sono il futuro dell’Italia, un paese che senza di loro non avrà nei prossimi venti anni ne pensioni, ne ricambio generazionale.”

 

C’è un nesso fra le origini ghanesi del regista e l’inizio di questa campagna di sensibilizzazione vis-a-vis  il problema delle seconde generazioni?

 

Fred Kuwornu: No, sono onesto, non ne sapevo nulla. Non ho avuto il problema di esclusione da diritti di cittadinanza perché’ mio padre era italiano.  Credo inoltre, che come me siano molti gli italiani che non sono informati su questa situazione. Adesso che è uscito il documentario, e dopo l’intervento del presidente Napolitano, molti italiani stanno iniziando a conoscere le dimensioni del problema dei ragazzi di seconda generazione.

 

Che impatto ti aspetti che abbia il documentario? Soddisfatto?

 

Fred: Il documentario ha generato una vera e propria campagna di sensibilizzazione e mobilizzazione. In Italia abbiamo fatto oltre 300 proiezioni negli ultimi 5 mesi, partendo da una proiezione istituzionale alla Camera dei Deputati, alla presenza del presidente Fini e molti parlamentari. In seguito, abbiamo fatto proiezioni in cinema, festival, circoli, convention di partiti e associazioni interculturali. Si sono affiancate al mio progetto una serie di think tanks, fondazioni, associazioni, tra cui Anolf 2G, Caritas, ACLI, Comunità di Sant’Egidio che tutt’ora sono impegnate a portare avanti la formulazione di una legge “ius soli temperata” in Italia. Adesso si sono aggiunti molti comuni come quello di Padova, Torino e regioni come Emilia, Toscana, Liguria e Umbria. Ci rammarica che comuni come quello di Milano, città con più giovani di seconda generazione in tutta Italia sia ancora sorda al progetto.

 

Oltre la proiezione a New York?

 

Continueremo a fare proiezioni tutto il 2012, con l’obiettivo di arrivare a quota 2000. Dopo New York seguono una trentina di proiezioni tra cui Los Angeles, San Franciso, Detroit, Chicago, Washignton, Miami, per fare conoscere alla comunità italo-americana chi sono i nuovi italiani ,chiedendo anche a loro il supporto per sostenere quello che è diventato una vera e propria campagna politica e sociale. A tale proposito chiunque negli USA voglia unirsi con un’ iniziativa, può scriverci a info@18-ius-soli.com . Altre proiezioni sono previste in Brasile, a Berlino, Parigi, Londra, oltre che nei film festival internazionali.

 

“18 ius soli” e’ concepito per toccare la curiosità del grassroots cinefilo in primo luogo, ma inevitabilmente ha oltrepassato questo obiettivo, racconta soddisfatto il regista. 

Provoca e alimenta un dibattito nell’arena politica italiana: "E’ un’autentica follia, un’assurdità negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri", è stato affermato dal Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano in un discorso del Quirinale nel corso del 2011. Sullo stesso tono, il premier Mario Monti considera la riforma della cittadinanza fra le priorità dell’attuale governo. Che peso, se alcuno, ha avuto l’arte cinematografica nell’anticipare la politica? Non sarebbe una domanda priva di precedenti che la legittimizzino.

 

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