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PRIMO PIANO/ Perché uccidere gli eroi?

In foto, John Follain

In foto, John Follain

Indagine e narrazione: John Follain (“Reuters” e “Sunday Times”) ripercorre il clima dei 57 giorni trascorsi dalla morte di Falcone a quella di Borsellino

E’ un giornalista inglese John Follain e ha già scritto di storie italiane, conosce bene il nostro paese, era qui durante la tragedia delle stragi di mafia del ’92, quelle che ci hanno portato via Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due giudici che la politica, i governi, l’apparato giudiziario non seppero degnamente difendere dalla mafia, lasciandoci orfani del loro coraggio, della loro semplice voglia di restituire la Sicilia e l’Italia alla giustizia, al potere della legge.

All’epoca dei fatti John Follain era corrispondente da Roma per la “Reuters” e il “Sunday Times”, seguì gli eventi con un’attenzione e una partecipazione che vanno ben oltre lo zelo giornalistico e la serietà professionale, animato da passione civile e condivisione intima e pubblica, generale, al progetto mirabile di liberare l’Italia dalla cancrena mafiosa, dilagante come metastasi. Follain ha scritto «Vendetta. The Mafia, Judge Falcone, and the Quest for Justice», pubblicato dalla Newton Compton con il titolo «I cinquantasette giorni che hanno sconvolto l’Italia», (sottotitolo “Perché Falcone e Borsellino dovevano morire?”) perché tanti ne trascorsero dal ventitré maggio al diciannove luglio del ’92, giorni di delirio mafioso, osceno e brutale, contrapposto al dolore collettivo, lacerante e senza fine, di un popolo che si è sentito più solo.

Il libro è stato concepito soprattutto per un pubblico straniero, ha spiegato Follain, spesso si dice che un autore scrive un libro perché è ciò che vorrebbe leggere, l’idea era quella di raccontare il periodo vissuto quando era corrispondente da Roma per l’agenzia Reuters, e trasmettere agli stranieri almeno una ragione per far sì che Falcone e Borsellino vengano dimenticati all’estero.

 

 

 

«Nel novembre del ’91 -, ricorda -, intervistai a Roma Giovanni Falcone, mi piacque moltissimo quest’incontro, io ero un ragazzino di ventiquattro anni, rimasi folgorato dalla sua intelligenza,dalla determinazione, mi colpì il fatto che fosse conscio della fine che avrebbe fatto prima o poi, aveva quel senso dell’ironia molto inglese, più che italiano».

 

Incontrare Falcone poteva risultare frustrante per un giornalista che voleva fare un pezzo un po’ personale sull’uomo, oltre il ruolo del giudice, esplorare le sue convinzioni, a ciò egli opponeva un rifiuto totale, non amava parlare di sé. Il giudice disse a Follain che l’eroismo non c’entrava niente, lottare contro la mafia era semplicemente una cosa di ordinario, spesso banale, lavoro e questo spiega l’atteggiamento suo e di Borsellino.

 

 

 

«Dopo vent’anni, vista la mole di lavoro che hanno fatto gli altri magistrati, dopo Falcone e Borsellino, c’era una storia enorme da raccontare, ho letto e studiato -, dice -, circa diecimila pagine di documenti, di testimonianze, di processi, di udienze, il primo grado del processo per la strage di Capaci aveva duecentotrenta testimoni, quindi si può ricostruire in modo rigoroso -, sostiene -, non solo quello che la mafia faceva, ma anche quello che pensavano i mafiosi, forse questo interessa meno la giustizia, da giornalista, – ammette -, volevo “entrare nella testa” di questi mafiosi, per quanto possibile fosse, almeno sulla base delle loro parole. Non ho incontrato fisicamente i personaggi di cui parlo nel libro -, dice -, quello che ho cercato di capire è che cosa porta uno come Giovanni Brusca a essere quello che è, colui che ha azionato il timer per la bomba in autostrada, l’ho visto solo in udienza –, ricorda -, non l’ho intervistato, io partivo da quel momento, da quel giorno in cui Brusca sta lì e decide di compiere quel gesto, nella consapevolezza che ci potessero essere altre famiglie di mafiosi nel momento dell’esplosione in autostrada. Poi, ho studiato tutto quello che Brusca ha detto, si è contraddetto tante volte».

 

Follain ha capito che non bisogna partire da quel momento, ma molto prima: Brusca è un ragazzo che cresce in una famiglia mafiosa storica, da piccolo aiuta suo padre, va a portare il cibo a gente che aiuta a nascondere, persone del clan di Provenzano e quando gli viene chiesto cosa pensa, cosa prova mentre commette questi omicidi, lui risponde, come tanti mafiosi, che sta eseguendo ordini, che Cosa Nostra è un’organizzazione a cui bisogna obbedire, non sta lì a crearsi dei problemi, lui è un soldato, non è il suo compito chiedere spiegazioni, se gli viene detto di far saltare un trattore che passa a una certa ora, lui lo fa, se ci sono tre persone a quell’ora su quel trattore, lui le ammazza tutte e tre, anche se la vittima designata è una.

 

 

 

«Credo -, ammette Follain -, che non porti molto lontano entrare nella testa di questi mafiosi, capire perché commettono questi reati, non è come con un serial killer, un criminale di cui tu qualcosa puoi desumere dalla sua psicologia, credo che in certe circostanze può sempre esserci uno Stato, invece questi mafiosi sono soldati, obbediscono ad ordini e basta, non è che sentano un sadismo particolare. Una cosa mi ha colpito -, sostiene-, che i cosiddetti pentiti, riconosciuti come tali dalla giustizia, poi purtroppo nelle loro teste e nelle loro famiglie non sono pentiti per niente».

 

Ricorda di aver cercato anche di intervistare questi mafiosi, ottenendo il permesso da magistrati, da ministri, ma gli avvocati che dovevano fissare gli incontri chiesero soldi, allora non se ne fece nulla, non era possibile pagare questa gente, così si concentrò sul lavoro dei magistrati e l’idea che se ne è fatto, forse in quanto straniero troppo semplicista, non vede abbastanza cospirazione, non fa abbastanza dietrologia, è che Falcone e Borsellino sapessero che dovevano morire per quello che avevano fatto e per quello che avrebbero ancora fatto. John Follain si dice convinto che la mafia non faccia mai, tranne pochissime eccezioni, il lavoro di altri, la mafia non fa favori a gruppi politici, non favorisce interessi di privati, sono sempre persone che vengono usate da Cosa Nostra per i suoi fini. «Borsellino diceva che per lui Falcone era lo scudo, che lui era il numero due della lista -, ripete Follain -, rievocando il “teorema di Capocabana” riferito a quando i due giudici e il collega Giuseppe Ayala erano in Brasile per lavoro, durante il maxiprocesso, in attesa della sentenza della Cassazione, in quella circostanza Borsellino disse che, secondo lui, loro l’avrebbero fatta franca fino al pronunciamento della sentenza perché la mafia non avrebbe ucciso uno di loro tre prima di allora, ciò avrebbe avuto conseguenze negative sull’esito della sentenza».

Per questo il giornalista si dice convinto che loro conoscessero il destino che li attendeva, basta rileggere tutto quello che hanno detto a chi avevano vicino, non ci sarebbe bisogno di scrivere libri su questo, basterebbe andare su Internet, un qualunque cittadino può andare in tribunale, fare una richiesta e avere queste informazioni, che sono pubbliche, lui ha cercato di fare un racconto di recupero di questi due giudici, di raccontare bene agli stranieri tutto quello che era successo, parlando della vita di questi mafiosi, della preparazione degli attentati, imparando dalla vita di Falcone e Borsellino la loro consapevolezza di quel che facevano e quel che rischiavano.

Sulla “trattativa” di cui si parla in questi giorni, John Follain la vede con molte perplessità, essa presupporrebbe un livello di uguaglianza tra le due parti e la mafia non si percepisce mai così, uguale, ma sempre superiore, caso mai può avere bisogno di parti dello Stato, però, constata, ci sono pezzi mancanti nel ricostruire questa “trattativa”, Borsellino ha saputo qualcosa? Ha cercato di ostacolarla?

 

 

 

«Penso -, dichiara -, che stesse cercando una spiegazione per la morte di Falcone, che stesse cercando le persone che avevano deciso la sua morte, se avesse cercato di fermare una qualsiasi trattativa, si sarebbe confidato con qualcuno, amici, colleghi, familiari, forse sarò un ingenuo -, confessa -, ma non comprendo l’importanza di questa ipotetica trattativa, nel libro lo racconto, cercando di non mettere opinioni».

 

Un difetto degli italiani, a detta dell’autore, è la mancanza di orgoglio, egli vive a Parigi, è per metà inglese, per metà francese, entrambi questi popoli non si interessano granché di quel che all’estero pensano di loro, invece in Italia si ascolta molto, forse troppo, quello che dicono gli stranieri, questo ha obbligato gli storici a dire che non c’è uno Stato forte.

«Gli amici, i lettori stranieri, confessa, mi chiedono sempre: “Come mai in Italia creano questi eroi e poi li ammazzano tutti”?»

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