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PARCO ARCHEOLOGICO DEL PORTO DI TRAIANO/ Barbari a casa nostra

Nella foto, il Porto di Traiano a Fiumicino in un’incisione fatta nel ’500 da Sebastian Munster

Nella foto, il Porto di Traiano a Fiumicino in un’incisione fatta nel ’500 da Sebastian Munster

Perché noi italiani ci facciamo del male distruggendo le nostre ricchezze?

Il parco archeologico del Porto di Traiano è una delle attrazioni maggiori che Roma riserva ai turisti. Chi atterra a Fiumicino ne scorge facilmente dall’alto il bacino esagonale, ancora intatto dopo due millenni. Ma se pensate di farci un salto è bene organizzare per tempo il vostro viaggio: Porto è infatti aperta al pubblico due giorni al mese, e solo su appuntamento.

I pochi fortunati visitatori si riuniscono di fronte al museo delle navi di Fiumicino, dove è conservata un’eccezionale collezione dei resti delle navi romane che una volta affollavano le acque del Mediterraneo nutrendo un flusso di commerci che non avrà uguali fino al 1800. Se vi verrà voglia di fare un giro, però, sappiate che la struttura è chiusa da anni (ufficialmente per ristrutturazioni).

La situazione di Porto e del museo collegato raccontano come meglio non si potrebbe lo stato vergognoso nel quale versa il nostro patrimonio archeologico. Qualunque altro Paese al mondo, avesse a disposizione una testimonianza del passato altrettanto ben conservata, l’avrebbe riempita di archeologi, guide turistiche e agenti di sicurezza e vi avrebbe costruito intorno strade e collegamenti. Tanto più che il sito dista appena qualche centinaio di metri dalle piste di Fiumicino, e potrebbe quindi essere una meta comoda per turisti appena sbarcati o pronti a ripartire, o per chi arriva nella capitale in viaggio d’affari e non ha tempo per visitare il centro storico. Invece è un segreto condiviso da pochi appassionati, e tale rischia di restare. Ma questo non è certo l’unico esempio di cattivo uso dei magnifici resti di epoca imperiale: chi ha visitato gli scavi di Pompei, Ercolano, Ostia Antica, ma pure il Colosseo, avrà avuto modo di notare capitelli abbandonati in un angolo e usati come panchine, mosaici stupendi lasciati a sbriciolarsi al sole e preda di turisti incivili che rubano le tessere per avere un souvenir originale della loro visita in Italia, lavori di mantenimento abbandonati a metà. La situazione non è migliore quando ci si sposta al chiuso, nei musei. Visitarli si rivela spesso un’esperienza mortificante. Mentre quasi ovunque nel mondo gli addetti di sala restano a guardia delle opere tenendo d’occhio i visitatori e sono sempre pronti a dare indicazioni (spesso dimostrando una notevole conoscenza dei reperti lì ospitati), in Italia di solito addetti annoiati sonnecchiano sbracati sulle sedie. Pure nei più importanti musei di Napoli, Firenze e Roma è facile notare dipendenti che sotto gli occhi di busti di età repubblicana mangiano panini, lavorano a maglia e leggono riviste. Se anche riuscissimo a ignorare queste fastidiose visioni, resteremmo comunque delusi osservando come dipinti, sculture e gioielli sono lasciati a prendere polvere in teche dalle didascalie vecchie di decenni.

Certo, qualche piacevole eccezione esiste. Il museo di Palazzo Massimo, a pochi passi dalla stazione Termini a Roma, ha da poco rinnovato lo spazio espositivo dedicato alle sculture con risultati eccellenti. Ma questi successi sono inutili se manca un progetto che coinvolga tutto il sistema. Proprio a Palazzo Massimo, ad esempio, è conservata una statua unica, “Il pugile in riposo”. Si tratta di un esemplare in bronzo del IV secolo avanti Cristo raffigurante un lottatore seduto ai bordi del ring alla fine di un incontro, gli occhi pesti, il naso schiacciato, gli zigomi sanguinanti e il torace sollevato nello sforzo di recuperare fiato dopo il combattimento. Lo sguardo è fisso in qualche punto verso l’alto, probabilmente il cartellone sul quale stava per essere esposto il nome del vincitore. Non fosse per la sua immobilità, parrebbe davvero di aver di fronte un atleta in carne e ossa. In poche parole, si tratta di un capolavoro, ma non sentitevi in colpa se non sapevate della sua esistenza. È solo l’ennesima dimostrazione della cronica incapacità italiana nel valorizzare le sue incredibili ricchezze artistiche. Se fosse stato accolto al Louvre il pugile oggi sarebbe una star, tutti conosceremmo il suo aspetto e le pubblicazioni a lui dedicate non si conterebbero.

Cambiare questo stato di cose non è facile. Ogni tanto qualche giornalista ci prova lanciando un appello, attizzando una polemica, svelando un nuovo scandalo, ma pure questi sforzi cadono nel vuoto. La difficilissima situazione di Pompei era stata denunciata ben prima del crollo della caserma dei gladiatori, anche in televisione, ma nessuna misura era stata presa per difenderla. E anche dopo l’incidente ben poco era stato fatto per rimediare: ci è voluto l’intervento della Commissione Europea per far riprendere i lavori di consolidamento delle costruzioni maggiormente a rischio, ma non appena il controllo di Bruxelles si sarà allentato tutto si fermerà di nuovo.

L’impressione è che in realtà di questi disastri a noi italiani non importi molto. Ci facciamo rossi di rabbia se dalle pagine del Corriere della Sera Gian Antonio Stella denuncia gli sprechi della nostra classe politica, ma quando lo stesso giornalista ci informa del degrado nei Templi di Paestum restiamo tranquilli. Come se lasciar cadere a pezzi edifici più belli del Partenone sia una colpa meno grave che andare a fare la spesa con l’auto blu.

Qui sta la vera tragedia. Noi italiani di oggi ci siamo rivelati indegni di un patrimonio artistico che non abbiamo fatto nulla per meritare. Purtroppo siamo un popolo ignorante: consideriamo la cultura nient’altro che una perdita di tempo e soldi, quando invece è la risorsa strategica della nostra economia. I cinesi non avranno difficoltà nei prossimi anni a produrre mobili, scarpe, macchinari e vestiti buoni quanto i nostri, ma non avranno mai un David di Michelangelo o “Giuditta e Oloferne” di Caravaggio. Invece noi insistiamo a lasciar marcire le nostre ricchezze senza investirci sopra un euro. Siamo arrivati al punto in cui i pochi scavi archeologici in attività sono finanziati da università e istituzioni straniere, mentre noi dobbiamo aspettare la realizzazione della metropolitana per far lavorare qualche studioso. Per non parlare delle migliaia di reperti che giacciono dimenticati nei magazzini dei musei quando all’estero farebbero a gara per esporli con tutti gli onori.

Eppure basterebbe così poco per valorizzare i nostri capolavori: molti di essi chiedono solo di essere pubblicizzati per diventare delle icone conosciute nel mondo come la “Gioconda” (tanto per citare un capolavoro italiano che ha avuto successo grazie a un ottimo ufficio stampa straniero). Invece di lamentarci «perché i francesi ce l’hanno rubata» (accusa tra l’altro falsa, visto che venne portata a Parigi da Leonardo e fu regolarmente acquistata da Francesco I) perché non facciamo qualcosa per far conoscere “L’Ultima Cena”, che certo non può essere considerato un lavoro minore del genio di Da Vinci?

Se non ne saremo capaci, allora sarebbe meglio che certi doni del passato ci vengano tolti. Sculture, affreschi e rovine non sono un bene italiano ma un bene dell’umanità, quindi dovrebbero essere tutelati quando il Paese che li ospita si rivela incapace di proteggerli. Meglio vedere Pompei in mano a un ente sovranazionale, magari espropriata all’autorità italiana, che osservarla crollare poco a poco a causa dell’incuria delle nostre istituzioni e dell’indifferenza di noi cittadini.

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