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PRIMO PIANO/ Europa, una certa idea

“Stiamo avendo prima gli Europei che una comunità unita”: ce ne parla Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Affari Europei nel Governo Monti

Nessuno più di lui è un’autorità in questioni europee, non solo perché il presidente Monti lo ha nominato ministro degli Affari  Europei il 16 novembre scorso, anzi la nomina semmai è un indubbio attestato di meriti pregressi in tale ambito. Proprio Monti, all’epoca in cui era commissario europeo, dal ’95 al 2000, lo volle capo di gabinetto alla Concorrenza e al Mercato Interno, mentre dal duemiladue al duemilacinque è stato vicesegretario generale della Commissione Europea. Enzo Moavero Milanesi, giurista e avvocato, nato a Roma, ma originario di Cavenago d’Adda, in provincia di Lodi, cinquantasette anni, ha ricoperto l’incarico di giudice di primo grado presso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea in Lussemburgo; è stato direttore generale del “Bureau of European Poicy Advisors”, nonché docente di Diritto dell’Unione Europea presso la “School of Government” dell’Università Luiss di Roma.

Gli incarichi politici ricoperti nel suo paese non sono di minore prestigio: nel primo governo Amato, ’92/93, durante la XI legislatura, si è occupato di risanamento degli enti pubblici e l’anno successivo il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi lo nominò sottosegretario agli Affari Europei.

Intervenuto ad un recente incontro pubblico dedicato al destino di un’Europa Federale che sia più di un’ipotesi, il ministro ha tracciato un quadro della situazione che, tutto sommato, lascia, a suo dire, ben sperare, egli ha esordito dicendo che l’Europa che noi conosciamo, ciò che definiamo Unione Europea, ma anche quegli altri stati continentalmente appartenenti alla realtà geopolitica dell’Europa, sta attraversando un momento travagliato. Un’Europa, ricorda, che pose le sue fondamenta in un’epoca difficile, all’indomani delle due grandi guerre mondiali che sono state una grande guerra civile europea. Tra le azioni più importanti e più lungimiranti per la rinascita del nostro continente e dei suoi paesi, delle sue nazioni, ha osservato Moavero Milanesi, ci fu proprio l’inizio del processo d’integrazione che si è dipanato, nel corso di questi decenni, in un andamento di progresso costante, pur attraversando momenti di discontinuità. Io credo, sentenzia il ministro, che siano molte le opportunità per fare dei passi avanti importanti, che si stanno già facendo, mentre altri se ne possono fare di ancora più importanti. La costruzione europea ha portato alle nostre nazioni due risultati di importanza assolutamente primaria, il primo, che troppo spesso ci dimentichiamo, è quello di avere garantito al nostro continente un inedito, lungo periodo di pace, di vera pace, io amo la storia, racconta, sono andato a guardarmi, qualche giorno fa, cosa succedeva nel 1912, cento anni fa, succedeva di tutto, c’erano le guerre nei Balcani, l’Italia stessa era in guerra contro l’Impero Ottomano, si preparava, purtroppo, quella che poi sarebbe stata la tragedia europea della Grande Guerra. La pace che noi abbiamo conquistato in Europa grazie alla costruzione della Comunità Europea, poi Unione Europea, ammonisce, è un valore fondamentale che non dobbiamo mai dimenticare; il secondo grande risultato, Moavero Milanesi lo ritrova nel benessere: l’Europa ha fondato un progredire di benessere economico e sociale inedito negli anni, decenni e secoli precedenti, non solo per la modernità, ma anche per l’ampia condivisione di questo benessere, non a caso ai sei paesi fondatori, riunitisi intorno a questi valori, si sono aggiunti, via via, altri ventuno paesi, formando l’Europa di oggi a ventisette membri.

Io credo, afferma, in un’Europa sempre più coesa, in un’Europa federale, lo dico con il cuore di chi ha passato la gran parte della sua vita, non solo professionale, ma anche personale, nelle stanze europee, credo, continua, nell’impegno europeo, sono convinto che guardando al futuro, al di là di quello che riusciamo a costruire in questi giorni, in questi mesi, anche in questi anni cruciali, bisogna avere un grande ottimismo perché la generazione di ieri ricorda l’Europa travagliata o ha visto l’Europa della costruzione di un lavoro insieme, ma la generazione di oggi e quella di domani sempre più vedono un’Europa priva di quelle barriere di separazione culturale, nazionale, che per tanto tempo ci hanno fatto percepire lontano ed estraneo il nostro continente.

Iniziative, prese dalla Comunità, ma anche dall’Unione Europea, come il programma Erasmus che consente a studenti di passare periodi importanti della loro vita di studio in altri luoghi rispetto a quello abituale di residenza e di studio, riescono a creare quel cittadino europeo che poi manterrà i contatti grazie alle nuove tecnologie.

Le nuove generazioni, ne è convinto, sapranno essere e sentirsi molto più cittadini, veri, non solo da passaporto o da diritto cartolare dell’Unione, quindi sapranno realizzare molto più agevolmente quell’essere cittadini europei che, come sappiamo, è fondamentale, forse possiamo persino dire, azzarda, che stiamo avendo prima gli Europei che l’Europa Unita, per capovolgere la frase che riguardava noi italiani, dopo fatta l’Italia, e la necessità di “farci” un po’ meglio italiani.

Che cosa sta succedendo in questi mesi in cui l’Europa è colpita da una crisi che non ha decisamente creato, né può avere contribuito a creare e che indubbiamente è rimbalzata in modo diverso nell’ambito dell’Unione Europea?

A ciò il ministro risponde segnalando due elementi abbastanza evidenti, uno risale ad una serie di debolezze di percorso istituzionale non compiuto, non dimentichiamo che la stessa Costituzione europea non è stata pienamente messa in vigore per i noti due referendum tenutisi in Francia e in Olanda e queste “incompiute” del processo istituzionale europeo sono, in certo qual modo, venute al pettine nel momento in cui ci si è trovati ad avere a che fare, come insieme di paesi, con una globalizzazione dell’ecoabbiamo nomia che ci confrontava ad altri giganti in giro per il mondo, strutturati in maniera chiaramente più federale, se non centralistica, su questo abbiamo mostrato delle debolezze, la cui visibilità è stata accentuata dall’arrivo della crisi. Tuttavia, sostiene, l’Europa ha mostrato di saper reagire per tappe, magari per gradi, magari lasciando sempre un retrogusto di insoddisfazione in chi vorrebbe e giustamente pretende che sia fatto di più, ma c’è stata comunque una reazione, fino ad oggi nessuno è stato abbandonato, fino ad oggi, continua, si è cercata una via comune di uscita dalla crisi, esercitando, ai massimi livelli, sottolinea, quell’arte di coagulare il consenso, di trovare compromessi, che l’Europa ha sempre manifestato.

Un approccio, un metodo, da lui definito funzionalistico, sperimentato sul mercato interno, il mercato unico, come lo si è chiamato per un certo tempo, che non va pensato come un’operazione compiuta, intanto perché, dice, è un’opera in costante divenire, mettere in comune legislazioni di vari settori non esaurisce l’attività legislativa che è un’attività continuamente in atto, ma per giunta noi abbiamo anche qui delle incompiute importanti, rammenta, un grosso potenziale a favore della crescita delle nostre economie, il mercato dei servizi su cui tanto abbiamo insistito anche come governo italiano.

Il mercato dei servizi, ricorda, offre un potenziale enorme di crescita, analogo, se non superiore, a quello che la libera circolazione delle merci e dei capitali e la libertà d’investimenti offrì alla fine degli anni Ottanta e agli inizi dei Novanta, noi, il riferimento è al governo Monti, pensiamo che lì ci sia un margine importantissimo della crescita, crediamo in un’Europa che offra un vero mercato di opportunità del lavoro.

Questa è la ragione per cui insistiamo, ancora una volta, con il Governo italiano, insieme ad altri paesi amici dell’Unione, sulla necessità di rivedere le direttive sul riconoscimento reciproco dei titoli universitari, dei titoli di studio, anche soprattutto delle qualifiche professionali per offrire un mercato del lavoro.

Vogliamo la portabilità dei diritti sociali, vogliamo che sia riaperta l’agenda di un’Europa sociale che troppe volte è stata aperta e poi messa da un lato del tavolo, vogliamo che torni al centro dell’interesse, afferma con passione il ministro degli Affari Europei.

Noi, ormai il “pluralis maiestatis” accompagnerà il suo discorso fino all’epilogo, crediamo che si siano anche fatti dei passi avanti decisamente in chiave federale, lo stesso “Fiscal compact”, l’accordo sulla disciplina di bilancio, per tanti versi esaminabile, scrutinabile, oggetto di preoccupazioni e quant’altro, è in realtà un atto eminentemente federale. Pensiamo che ci sia la possibilità di avanzare, i tempi sono maturi, dice, lo abbiamo riscontrato anche a livello di altri governi, fra i più importanti nell’ambito dell’Unione Europea, l’agenda di una Unione politica non è considerata affatto un libro dei sogni, al contrario è percepita un’agenda reale e per tutti, per cui dovranno impegnarsi i governi, le istituzioni dell’Unione, il quadro istituzionale esistente nell’Unione, ma, aggiunge, bisogna anche puntare, come si dice negli sport equestri, il cuore oltre l’ostacolo.

Una parte importante dell’iniziativa, secondo il ministro, potrebbe venire dai cittadini e da quelle forze politiche, da quei partiti, che li rappresentano e che, non a caso, la nostra Carta Costituzionale riconosce pienamente, inoltre le grandi famiglie politiche europee dovrebbero prendere una forte iniziativa che possa contribuire a spingere in avanti quelle intese che si riscontrano, qualche volta, a livello dei governi o accompagnare quei lati più coraggiosi che i governi possono anch’essi, alle volte, manifestare.

 

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