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PRIMO PIANO/ Economia e libertà

In foto il Ministro Fabrizio Barca

In foto il Ministro Fabrizio Barca

“Il populismo democratico americano, un altro modo per creare pari opportunità”: è il credo di Fabrizio Barca, ministro nel Governo Monti

Suo padre Luciano è stato un partigiano, poi deputato del partito comunista, direttore dell’Unità, lui, Fabrizio Barca è nato a Torino nel ’54, ha fatto  studi di statistica e demografia, seguendo un master in economia a Cambridge, si è occupato di politiche di sviluppo territoriale, divenendo presidente del Comitato delle politiche territoriali dell’Ocse, realizzando per la Commissione Europea il rapporto indipendente sulle politiche di coesione “An Agenda for a reformed cohesion policy”.

Già capo della divisione ricerca della Banca d’Italia, è stato “visiting professor” con incarichi di ricerca al Mit di Boston e alla Stanford University, ha pubblicato saggi sulla storia del capitalismo italiano, sulla “corporate governance”, sulle politiche regionali, ideando, insieme a Carlo Azeglio Ciampi e Giuseppe De Rita la Nuova Politica Regionale, relativa all’utilizzo, da parte dello Stato, dei soldi pubblici destinati alle imprese private per promuovere lo sviluppo del Sud.

Il mondo accademico ha riconosciuto pubblicamente i suoi meriti nell’ambito dell’analisi e interpretazione dello sviluppo economico italiano e dell’evoluzione della struttura produttiva, conferendogli a Parma nel 2005 la laurea “honoris causa” in Economia Politica.

La politica del “tecnicissimo” governo Monti lo ha premiato nominandolo, lo scorso novembre, ministro, senza portafoglio, per la Coesione Territoriale. Un ministro, come è stato più volte ricordato, che non si sottrae ai pubblici dibattiti, che incontra la gente e l’ascolta, che prende posizione anche fuori del “Palazzo” perché è nelle sue corde, nel suo DNA, nel modo in cui ‘è venuto crescendo’ nella famiglia che sappiamo.

E’ stato commentando e discutendo pubblicamente di “Democrazia! Libertà privata e Libertà in Rivolta,” l’ultimo, prezioso e stimolante libretto scaturito dalle riflessioni del direttore di Micromega, Paolo Flores d’Arcais, edito da Add, che Fabrizio Barca ha dato libero corso al suo pensiero, orientando una dialettica vivida e brillante nei vicoli tortuosi e incerti di temi difficili, quanto mai sofferti nel tempo critico in cui ci dibattiamo, prova ne sia quanto l’autore scrive: «L’economia sta sovvertendo la democrazia sotto gli occhi di tutti». Barca dice subito di condividere con l’autore una frase importante, che contiene un patrimonio immenso: «Democrazia è impegno di ciascuno e di tutti nella sfera pubblica», interrogandosi su quel ruolo sovversivo che lo porta a chiedersi se invece la questione non vada formulata in modo più preciso: «E’ vero che il capitalismo, che è un modo di produzione fondato sulla competizione concorrenziale anche per il controllo del capitale, il capitalismo, che della democrazia sembrava avere bisogno, stia segando il ramo dove era cresciuto?»

Ciò che conduce l’economia a sovvertire la democrazia è dovuto alla globalizzazione che ha cancellato i confini solo per i diritti delle merci e dei profitti, non altrettanto per quelli degli esseri umani, scrive Flores, richiamando la pronta azione del ministro che ammette la coincidenza tra indebolimento della democrazia e globalizzazione, ma non attribuisce a quest’ultima la causa di questo indebolimento, infatti non sta scritto da nessuna parte, dice, che la caduta dei confini debba aiutare il capitale e non il lavoro, il capitale finanziario e non la partecipazione democratica alla sfera pubblica, come non sta scritto da nessuna parte che la caduta delle barriere commerciali e dei capitali all’interno dell’Unione Europea, non debba, non possa scatenare quella richiesta di portabilità dei diritti sociali che Mario Monti, in un suo importante contributo, non da Primo Ministro, ha sottolineato: la portabilità dei diritti di un francese in Gran Bretagna, di un inglese in Germania, di un olandese in Italia.

Non è scritto da nessuna parte, afferma, che l’emigrazione in Europa non possa accelerare un nuovo internazionalismo, che lo s v i l u p p o della Cina non possa rapidamente innalzare le rivendicazioni delle sue masse, che la conoscenza della catena del valore dello sfruttamento di un paio di jeans, come abbiamo noi, non debba mobilitare miliardi di consumatori, unendoli intorno al fatto di quali siano le condizioni di produzione di quei jeans e se è il caso di comprarli o non comprarli. La causa deve stare in qualcosa, secondo Barca, che impedisce a queste cinque reazioni di manifestarsi, cioè di usare la globalizzazione nel senso di rafforzamento della democrazia. Flores fa notare nel suo libro come vi siano dei fenomeni che ricacciano i cittadini nel privato, la vita pubblica ridotta ad attività private, il cittadino ridotto alla privata libertà, aggiungendo che si tratta di “due processi di un’unica medaglia, il collasso dell’autos nomos di tutti e di ciascuno, due frasi equivalenti, di commiato dalla sovranità democratica”.

In foto, Paolo Flores d’Arcais

Tra i parametri, nominati da Paolo Flores, su cui saggiare la caratura democratica di istituzioni e di individui, il ministro Barca ne sceglie due da citare, quelli che gli sono più cari: il primo è l’impegno per le eguali opportunità di partenza: io sono un po’ “seniano”, riferisce, e preferisco chiamarle “eguali capacitazioni” nel senso di Amartya Sen che parla di “cabilites”, queste sono fondamentali perché sono condizioni per partecipare alla sfera pubblica, sia come elettori, sia come eletti, sia come co-deliberanti.

Flores ha in mente il modello del welfare perché queste opportunità siano date, ma ce n’è un altro al mondo, ricorda Barca, ed è quello statunitense che pure ha funzionato per una parte della storia del capitalismo, “il populismo democratico americano, cioè quella straordinaria tendenza del popolo america no, che si scatena in alcuni momenti, di sovvertire, anche con durezza, anche con violenza, anche nelle piazze, la concentrazione plutocratica del potere”. Rammenta come se ne abbia avuto prova all’inizio del precedente secolo e quella vicenda straordinaria ha influenzato cinquant’anni della storia americana, fino a lambire gli anni Sessanta, ma tantoil welfare che il populismo democratico americano sono stati messi in crisi, il primo, a suo dire, il dire di colui che si definisce veterocomunista, dalla tensione con il capitalismo; Barca si dice convinto, proprio perché vetero-comunista, che l’errore delle socialdemocrazie sia stato pensare che si potesse fare il welfare con gli extra profitti che, una volta cessati, lo hanno ristretto, quel modello non funzionava; egli rammenta come poi la tensione libertaria degli anni Sessanta, a cui entrambi, Flores e Barca, parteciparono, fosse dettata dal rifiuto del paternalismo insopportabile di quel welfare che “abbiamo concorso a buttar giù”.

Il populismo democratico americano è l’altro modo per creare pari opportunità, liberando una sovversione che rimetta in gioco i soggetti, che butti giù i finanzieri, come fu fatto, ricorda, all’inizio del secolo scorso, in maniera violenta, quando i Morgan furono buttati giù dai loro troni, con investigazioni parlamentari, leggere le quali colpisce per la durezza, per la violenza, per l’intransigenza, per le manifestazioni di piazza che accompagnavano populisticamente quelle indagini parlamentari, nulla a che vedere, ammette, con quello che è avvenuto di fronte all’attuale crisi, quando simili cose sono state discusse nel parlamento americano. La ragione per cui è andato in crisi in America questo strumento di creazione di opportunità risiede, a suo giudizio, nel panico che ha colto gli Stati Uniti, negli anni Sessanta e Settanta, dettato dal convincimento che la parabola americana fosse alla fine perché era stato destabilizzato il potere dei capitalisti che, ricordatevi, dice, in America non sono i proprietari, sono i manager, lì vige un sistema in cui pochi soggetti controllano grandi quantità di capitale, attraverso meccanismi di imprese pubbliche aperte.

Quella paura, dichiara, che stesse per cadere il sistema americano di fronte ai giapponesi prima, di fronte all’Europa dopo, ha creato negli Stati Uniti lo smantellamento dei sistemi di “checks and balances”. Ciò che Flores chiama “illuminismo di massa” per Barca va letto come il pubblico confronto, informato, ragionevole e aperto, non settario, tra persone che hanno diversi valori, interessi ed opinioni, si tratta comunque di un parametro di democrazia, un pilastro fondamentale, alla cui base Flores pone l’istruzione di massa, entrato in crisi, sostiene Barca, quando ci siamo convinti, negli anni Sessanta, che l’istruzione non servisse ad altro se non a costruire il “capitale umano”, come ci aveva detto non un pericoloso sovversivo, ma Adam Smith per il quale l’istruzione non era uno strumento per consentire ai lavoratori di essere più capaci e partecipare, contribuire alla produzione, ma serviva alla società per tenerla in piedi.

Così facendo, ammonisce, abbiamo ridotto il concetto di istruzione a capitale umano, minando l’idea della scuola come formazione di quel soggetto libero di eleggere, di essere eletto, di partecipare alla deliberazione. Il capitalismo, afferma Barca, è sempre alla base della seconda ragione per cui l’illuminismo di massa, la ragionevolezza del confronto pubblico è andato in crisi ed è la difficoltà oggettiva del pubblico dibattito di fronte alla finezza e alla complessità rivelata dei processi decisionali, che il  gran de Herbert Simon reputa difficilmente governabile dalle singole persone, per cui, di fronte a questa complessità delle decisioni, c’è la tentazione di affidare il potere ai tecnocrati; mentre un altro grande economista, il turco Daron Acemoglu, sostiene il ministro, ci rammenta che la tentazione più forte che ha pervaso il mondo occidentale negli anni Ottanta e Novanta era legata al convincimento che questa complessità fosse risolvibile dai tecnocrati delle multinazionali, risolutori delle grandi decisioni di sviluppo, che il settore pubblico dovrebbe seguire.

In un contesto di questo tipo, egli dice, subito appare evidente a tutti che il pubblico confronto, ragionevole, aperto e informato, non è considerato culturalmente più necessario.

Il governo di cui fa parte, ci fa sapere, ha una configurazione abbastanza straordinaria dal punto di vista culturale, come Monti ha rilevato, è un governo che ha componenti culturali molto diverse e quindi è un governo a geometria variabile, non c’è tema su cui non mi sia trovato con un gruppo di tre, quattro persone a discutere, dice, a litigare, anche su punti piuttosto delicati.

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