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PRIMO PIANO/ Scrittura e società

Nella foto una bambina libica prende a calci un manifesto con la foto di Gheddafi

Nella foto una bambina libica prende a calci un manifesto con la foto di Gheddafi

Dalla caduta del Muro di Berlino alla Libia del dopo-Gheddafi, dalla Bosnia al Ruanda: l’Europa s’interroga con Claudio Magris e Ian McEwan

Per una volta “Pordenonelegge” si è rivelata palcoscenico ideale e prolifico d’incontri, confronti e affreschi degni di essere annoverati tra i migliori che animano il dibattito culturale italiano, in un clima di rinnovato, crescente interesse per la lettura, a cui non è estraneo il bisogno di rintracciare sentieri di comprensione, laddove le scuole alte dell’economia finanziaria e della politica manifestano tutto il loro disagio, l’incapacità di dare risposte.
E’ appena uscito un preziosissimo volume nei Meridiani Mondadori che raccoglie l’opera del maestro con una bellissima introduzione per cui è possibile ripercorrere le varie stagioni della scrittura di Claudio Magris, critico letterario e scrittore, ma sempre scrittore critico anche quando al centro del suo interesse c’era da comprendere una cultura, più che la creazione letteraria. Magris appare sul palco, di fronte al Teatro Verdi gremito, per ragionare a voce alta su quale sia il vero tema di un libro, cioè che cosa succede nella pratica di uno scrittore quando comincia a scrivere una cosa e magari focalizza una mira, gli viene un personaggio e poi lavorando spesso decide diversamente o addirittura durante il lavoro viene in luce quella che era la vera via iniziale, è così che si entra nell’officina dello scrittore.
«Potrei partire da una domanda che sempre imbarazza molto -, esordisce -, tante volte a gente che scribacchia, come faccio io, si chiede cosa sta scrivendo ed è sempre un momento di disagio, non solo e non tanto per scaramanzia o per paura, anche perché è vero che tante cose che si cominciano, tante idee che si hanno, poi muoiono per strada, tanti progetti si rivelano inconsistenti, ma perché molto spesso, almeno nel mio caso, non si sa bene che cosa si vuole veramente scrivere, all’inizio di qualche cosa che poi diverrà un libro, quando c’era prima neanche l’idea, il primo germinare, la prima inquietudine».
Come quando, suggerisce il triestino Magris, si vede un po’ di venticello e si dice: “Ma chissà, verrà pioggia, verrà bora, passerà?” «C’è come una specie di musica, in basso continuo, c’è qualche figura che viene in mente, qualche sentimento insistente di gioia, di sgomento, di malinconia, sappiamo benissimo -, ci fa sapere -, che tante di queste cose, come dire il momento germinale, tante volte continua, tante volte si perde per strada, ma è difficile determinarlo».

            

Ian McEwan                                                                  Claudio Magris

Per rendere ancor più esplicativa la sua esposizione, lo scrittore ricorre ad una poetica similitudine: «E’, in qualche modo, come qualche cosa che sentiamo emergere in noi, qualche volta emerge e poi si sviluppa e qualche volta, invece, succede quello che è successo a quell’isoletta di origine vulcanica a largo dell’Islanda che improvvisamente in un fine settembre emerse, subito alcune potenze litigarono per assicurarsene il possesso e quando arrivò, un paio di settimane dopo, la flotta danese per piantarvi la bandiera, l’isoletta era già risprofondata, sparita per sempre negli abissi e questo succede anche con tante cose che accadono nella scrittura. Questa incertezza, o meglio questo determinarsi del tema che tanto è intorno all’opera, caratterizza, – ci fa sapere Magris -, un genere letterario che non è meno creativo del romanzo o della poesia, il saggio, per definizione, come dice la parola, un’opera assolutamente creativa, come scrivere un romanzo, che procede “saggiando,” per questo si chiama saggio, proprio perché saggia, tasta, si avvia in varie direzioni, una scrittura che crea un “detto” di cui si parlerà cercandolo, prendendo qualche cosa a pretesto per parlare d’altro». A tal proposito Magris cita uno splendido saggio di “saggio” scritto dal giovane Lukàcs un secolo fa, in cui egli riprendeva l’immagine platonica del “saggio” come tentativo di dire quell’indicibile che sta dietro l’immagine, ma sapendo che in esso è possibile fare allusione rimandare a qualche cosa di non ancora definito e di mai completamente definibile che è dietro ad ogni immagine. Ian McEwan, a cui è stato conferito il premio “FriulAdria – La storia in un romanzo”, rappresenta una delle voci della letteratura contemporanea più alte e interessanti, recita la motivazione del riconoscimento, per l’ineccepibile rigore della scrittura, la capacità descrittiva nitida, la solida architettura narrativa, McEwan, maestro riconosciuto della letteratura contemporanea, con le sue opere ci rammenta, davanti a chi lamenta la morte del genere “romanzo”, come questo sia, invece, vivo e vitale, capace di sollecitare magistralmente la stretta relazione tra letteratura e vita e letteratura e storia. Alla domanda se il nostro destino, anche storico, sia quello di non riuscire a far convivere queste due nature, il mito e la ragione, Mc Ewan risponde affermativamente, la storia da una parte con una mano ci dà qualcosa e con l’altra prende.
Se lo si interroga sull’evento storico più pregnante del nostro tempo, egli evoca il crollo dell’Unione Sovietica che con una metafora esprimiamo come la Caduta del Muro di Berlino, ma c’è molto di più, naturalmente, dietro a quegli eventi, mentre se guardiamo a fatti più recenti, per esempio, a quanto è avvenuto in Libia, vediamo che quando cadono i regimi totalitari, sicuramente vi sono motivi per festeggiare, ma nel vuoto che nasce quando viene distrutta una società civile, poi accorrono forze di ogni genere e trascorrono due o tre generazioni prima che si ritrovi una dimensione per una società civile.
«Non dovremmo essere così delusi, almeno non così presto, che la società sognata, agognata così tanto in Libia, non sia ancora stata costruita -, dice lo scrittore inglese -, di fronte a questi scenari, noi cerchiamo di mediare tramite la ragione, ma la ragione stessa può diventare un veleno a volte; il lavoro del romanziere e dello storico è proprio quello di filtrare, di mediare tra queste dimensioni». del romanzo «Cani Neri», Ian McEwan fa dire a uno dei protagonisti, Bernard, in merito alla festa che segue al crollo storico e materiale del Muro di Berlino: “Se sapessi di poter condurre alla pace e alla g i u s t i z i a , cosa sarebbe la morte di poche persone in confronto al benessere di milioni?”
«In quel passaggio, – spiega -, si affronta la questione del rischio legato a qualsiasi gruppo di pensiero, utopico, qualsiasi tipo di ideologia di questo genere, in altre parole il rischio che nasce quando qualcuno pensa di avere la risposta su come debba essere organizzata la società. Se incontrate qualcuno che non ha dubbi, a proposito di questi temi, fate attenzione, declama con voce ferma, perché se qualcuno ritiene di avere la chiave per la felicità degli esseri umani, dell’organizzazione della società, questo diventa anche una giustificazione per uccidere milioni di persone».
Un’argomentazione sostenuta dal famoso filosofo Isaiah Berlin, fondamentale per mettere in dubbio le prese di posizione basate su una fede, per parlare di flessibilità piuttosto che di rigidità e in questo senso, la sede migliore, organizzata nel modo più vero di questa ricerca di un equilibrio tra questi aspetti, è la scienza, quella che io definirei, ammette, anche una curiosità organizzata o un dubbio mantenuto, sostenuto nel tempo; quando si spinge, invece, ai margini di questo tipo di approccio con una semplificazione eccessiva, si corrono dei rischi molto gravi, ammonisce. McEwan è maestro nell’intrecciare le vite individuali dei personaggi con i grandi movimenti della storia, i suoi personaggi vengono mossi, come ha detto Alberto Garlini, da forze che non sono solamente loro, ma sono forze storiche. Lo scrittore racconta a tale proposito un episodio che può illustrare tutto ciò, egli stava passeggiando con un amico nel Sud della Francia, in una zona rurale dove il villaggio più vicino era quindici chilometri di distanza rispetto al punto in cui si trovavano e sul loro cammino, che era in discesa, videro due enormi cani neri che addirittura da lontano, proprio perché così grandi, erano sembrati loro degli asini.
«Entrambi ci sentivamo due persone molto razionali, – confessa lo scrittore -, ma, forse perché eravamo anche esausti dopo diversi giorni di camminate, abbiamo entrambi concordato di fare una deviazione molto ampia pur di evitare quei cani e, in seguito ci siamo confessati a vicenda di essere stati proprio aggrediti, travolti da una paura irrazionale che ci è costata molto, tre ore di cammino, perché non siamo riusciti a contrastare questa nostra tendenza a creare dei miti, a raccontarci delle storie, qualcosa di primordiale si era impadronito di noi. In seguito, – continua McEwan -, esattamente un anno dopo, quando stavo riflettendo sulla Caduta del Muro di Berlino, questo momento così oscuro, così cupo si è ripresentato in un altro luogo e questi due cani sono diventati, invece, figure immaginarie che correvano verso est, verso l’ex Iugoslavia, dove, appunto, quelli che, fino a quel momento, erano stati uomini civili, hanno cominciato a massacrarsi a vicenda, come in Ruanda, ad esempio, quando la gente comune viene poi ad un certo punto travolta da questo vortice della crudeltà, del sangue».
Il romanzo si chiude con la riflessione, in un certo senso profetica, che vede in questi cani neri il simbolo del male assoluto che attraversa la storia. Diventano macchie nere su una montagna, svaniscono, ma solo per poi tornare a tormentarci ancora in qualche angolo d’Europa e del mondo, in Bosnia, in Ruanda e anche adesso, come mostrano eventi recenti, con questo ritorno dell’imperialismo islamico che crea sempre chiusure del corpo.

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