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ELEZIONI USA/ Tra sospiri di sollievo e illusioni

La reazione delle Nazioni Unite alla rielezione di Obama

Anche nei piani alti del Palazzo di Vetro dell’Onu la notte tra martedí e mercoledí é stato tirato un lungo sospiro di sollievo. La conferma di Barack Obama alla Casa Bianca è stata benvenuta dal Segretario Generale Ban Ki Moon che già la mattina di mercoledí ha rilasciato un comunicato in cui si congratulava col presidente per la sua rielezione, affermando che con lui conta di continuare a lavorare “nello spirito di una partnership duratura tra gli Stati Uniti e le Nazioni Unite”.

Giá, tanto sollievo perché la possibilitá dell’arrivo di una nuova amministrazione repubblicana, deve aver fatto tornare gli incubi sulle tesissime relazioni tra Washington e il Palazzo di Vetro di qualche anno fa, screzi che sfociavano poi in continui ritardi nei pagamenti che il maggiore contribuente dell’Onu deve assicurare ogni anno.

Anche l’amministrazione Obama é condizionata dal Congresso, che ne deve approvare il budget, a centellinare le risorse all’Onu e controllarne gli sprechi burocratici, ma la differenza di collaborazione con l’Onu tra la Casa Bianca di Obama e quella del predecessore Bush negli ultimi quattro anni é stata piú che evidente.

Gli Stati Uniti rimangono il maggiore contribuente dell’Onu fornendo il 22% del budget corrente e il 27% per quello delle missioni di pace, ma per anni questi pagamenti sono arrivati in ritardo rischiando di compromettere molte operazioni dell’Onu. Invece dal 2009, con l’arrivo alla Casa Bianca di Obama, il Congresso é stato convinto ad accettare di pagare tutti gli arretrati dovuti all’Onu senza più ritardi.

Ora, con la riconferma di Obama, è si concretizza anche la possibilitá che l’attuale ambasciatrice Usa all’Onu, Susan Rice, venga scelta dal presidente per sostituire Hillary Clinton, che giá da tempo ha annunciato di voler lasciare il delicato e faticoso incarico di Segretario di Stato. In questi ultimi giorni le chance di Rice sono per la verità diminuite dopo che John Kerry, l’ambizioso senatore del Massachusetts a capo della Commissione esteri del Senato e giá candidato alla Casa Bianca nel 2004, ha fatto intendere di voler il Dipartimento di Stato. E la stella di Susan Rice é stata offuscata anche dagli attacchi dei repubblicani a causa di certe dichiarazioni dell’ambasciatrice all’ONU dopo l’attacco al Consolato Americano di Bengasi, lo scorso settembre, giudicate fuorvianti perché tardarono a riconoscerne la matrice terrorista. Eppure al Palazzo Di Vetro molti funzionari Onu sarebbero entusiasti di un grande salto di Susan Rice a Foggy Bottom, perché ovviamente con l’afroamericana da tempo influente consigliera di politica estera di Barack Obama, l’occhio di riguardo avuto finora dall’amministrazione nei confronti dell’Onu aumenterebbe ulteriormente.

Ban Ki-moon, nel congratularsi per la vittoria di Obama, tramite il suo portavoce ha detto che “Molte sfide attendono, dall’interrompere il bagno di sangue in Siria, al far tornare il processo di pace in Medio Oriente, al promuovere lo sviluppo sostenibile e affrontare le sfide poste dal cambio di clima. Tutte sfide che richiedono una forte cooperazione multilaterale”. E per questo il Segretario Generale delle Nazioni Unite continuerá a contare “sull’attivo coinvolgimento degli Stati Uniti su queste e altre cruciali questioni”. Intanto, a due giorni dalla vittoria di Obama, giovedí si é saputo che l’Autoritá Palestinese ha iniziato a far circolare tra i 193 paesi membri dell’ONU una proposta di risoluzione da essere votata dall’Assemblea Generale con la richiesta di elevare il suo stato di semplice osservatore a “Stato osservatore non membro”, praticamente come lo é adesso il Vaticano. La missione osservatrice palestinese all’Onu ha dichiarato che la data esatta di presentazione all’Assemblea Generale della risoluzione non é stata ancora decisa. Certamente non sará una coincidenza che l’autoritá palestinese abbia aspettato l’epilogo delle elezioni americane per formalizzare una mossa che era stata giá mesi fa annunciata per novembre ma che per concretizzarsi attendeva il responso elettorale Usa. Con Obama riconfermato, ora i palestinesi credono di avere qualche chanche in piú per non subire troppe conseguenze per questa loro sfida all’Onu, a differenza se a vincere fosse stato invece Mitt Romney.

Anche l’amministrazione Obama aveva bollato come controproducente la presentazione di queste risoluzioni ribadendo ai palestinesi che prima di cercare il riconoscimento all’ONU avrebbero dovuto insistere nel processo di pace che puó realizzarsi solo attraverso accordi bilaterali con Israele. Eppure, nel Palazzo di Vetro, i palestinesi sperano, forse illudendosi, che il recente gelo tra il premier israeliano Netanyhau e l’amministrazione Obama abbia aperto degli spiragli di comprensione in piú ¨per la loro causa e che l’amministrazione Obama alla fine non reagirá con troppa durezza, per esempio tagliando gli aiuti economici, quando la risoluzione palestinese sará presentata all’Assemblea Generale.

La risoluzione presentata in un’Assemblea dove nessun paese ha diritto di porre veti e dove la stragrande maggioranza degli Stati membri ha giá riconosciuto lo Stato palestinese, ovviamente è destinata ad essere approvata. E proprio giovedí tra i lavori dell’Assemblea Generale, con la coincidenza della notizia di una imminente risoluzione palestinese, c’era in programma anche il discorso di Filippo Grandi, il Commissario generale dell’UNRWA, la United Nations Relief and Works Agency per i Rifugiati palestinesi. L’alto diplomatico italiano dell’Onu ha detto di essere “estremamente preoccupato” per i 518mila rifugiati palestinesi che da anni vivono in Siria e ora si ritrovano in mezzo al conflitto e quindi si é appellato ad una maggiore protezione da garantire a questi civili nel paese e anche ai funzionari elettodell’UNRWA che rischiano la vita ogni giorno (una insegnate è stata uccisa lunedì a Damasco).

In aggiunta alla situazione in Siria, Grandi ha sottolineato i problemi per l’approviggionamento di cibo per gli 800 mila rifugiati palestinesi della Striscia di Gaza che rimangono vulnerabili a causa del blocco imposto da Israele.

Mentre nel West Bank, dove il 30% della popolazione sono rifugiati dipendenti dagli aiuti dell’UNRWA, Grandi ha ricordato che “la continua espansione degli insediamenti dei coloni israeliani, l’espropriazione delle terre, i divieti alla costruzione di edifici e le demolizioni continue, e la restrizione nei movimenti, stanno creando una situazione insostenibile per tutti i palestinesi creando enormi ostacoli alla pace”.

A questo punto Filippo Grandi ha accusato la comunitá internazionale di essere latitante, condannando la sua mancanza di azione mentre nel West Bank i diritti dei palestinesi vengono negati: “Vengono fatti dei discorsi pubblici di condanna dell’espansione degli insediamenti e di altre violazioni della legge internazionale, ma senza una determinazione politica a fermarli, l’impresa coloniale, che le Nazioni Unite e la comunitá internazionale considera chiaramente illegale, andrá avanti inesorabilmente, nell’impunitá e con potenziali pericolose conseguenze”. Per Grandi, nonostante la Primavera araba, il lavoro dell’UNRWA nel cercare di alleviare le condizioni di cinque milioni di rifugiati sparsi nel Medio Oriente diventa sempre piú difficile. “L’UNRWA é piú necessaria che mai… dateci il vostro supporto, in modo che insieme possiamo assicurare che i rifugiati palestinesi possano condurre una vita produttiva, mentre la dimensione politica del conflitto israelo-palestinese viene affrontata in maniera comprensiva e giusta”.

Grandi ha infine ricordato alla comunitá internazionale che la frustrazione, la marginalizzazione e la “collettiva mancanza di speranza” sentita tra i palestinesi potrebbe avere presto disastrose conseguenze se continuerá ad essere ignorata. “I rifugiati palestinesi potrebbero anche essere una questione politica” ha concluso Grandi, “ma prima di tutto sono delle persone, uomini e donne normali che giustamente insistono a non essere scartati e dimenticati come i relitti galleggianti della storia”. Vediamo cosa ne penserà la seconda amministrazione Obama.

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