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ISTITUTO DI CULTURA DI NEW YORK/ La “Salvemini Lecture” di Romano Prodi. In attesa della Super Europa

Per il quarto appuntamento con la "Gaetano Salvemini Honorary Lecture", il direttore dell’Istituto italiano di Cultura di New York Riccardo Viale ha voluto Romano Prodi. L’ex premier italiano, che come inviato speciale del segretario generale dell’Onu per il Sahel e la crisi in Mali si trovava a New York per dei colloqui al Palazzo di Vetro, venerdí sera all’Istituto di Park Avenue non veniva per dibattere delle guerre in Africa ma per ribadire la sua opinione sul futuro dell’Europa. Il titolo della "Lezione Salvemini", come ha detto il console generale Natalia Quintavalle, non poteva essere più "timing", più puntuale: "Where Does Europe Stand Among the US and China?". Già, dove si posiziona l’Ue tra i due giganti? La sala dell’Istituto era strapiena in attesa dell’opinione di chi è stato presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2005.

Ad introdurre la lezione di Prodi è stato chiamato Ian Bremmer, fondatore e presidente di Eurasia Group, tra le più importanti società di consulenza e ricerca di "global political risk". E Bremmer, nel provocare Prodi, ha riproposto così la domanda del titolo: "Ma l’Europa regge un confronto con gli Stati Uniti e la Cina?". Bremmer ha detto che nelle conferenze in cui partecipa in Asia, l’Europa appare irrilevante e ha fatto notare che nel dibattito per le presidenziali tra Obama e Romney dedicato alla politica estera "l’Europa non è stata menzionata nemmeno una volta! Peggio dell’essere irrilevanti c’è solo non essere menzionati". Tra quattro anni, ricorda Bremmer, "la Cina diventerà l’economia più grande del mondo" e se anche con Obama gli Usa cercano di inglobare tutti, per la Cina, dice Bremmer, è diverso: "Si capisce subito chi gli interessa e chi no. Quando le delegazioni cinesi vanno in Europa non visitano Bruxelles ma la Germania". A sua volta Berlino non perde le occasioni offerte dal mercato cinese: "Durante la recente crisi tra Cina e Giappone per le isole contestate", ha detto il presidente di Eurasia, "le vendite Nissan e Toyota sono diminuite del 50%, mentre i concessionari Volkswagen nelle città cinesi issavano la scritta ‘noi siamo a favore della posizione cinese’".

Ma cosa farà l’Europa? E ci sarà ancora l’Europa? Per la risposta non c’è meglio di Prodi: "Professore specializzato in economia industriale che oltre a essere stato due volte premier in Italia e presidente della commissione europea, ora insegna a Shangai e Brown University," ecco secondo Bremmer, "non vedo chi meglio di lui possa farci capire dove andrà l’Europa". Bremmer ha concluso citando una frase di Prodi del febbraio 2001: "Ascoltate bene il Prodi di undici anni fa: ‘E’ chiaro a tutti che vogliamo costruire qualcosa che aspira a diventare una potenza mondiale? Non solo quindi blocco commerciale ma un’istituzione politica? Ci rendiamo conto che i nostri stati nazionali faticherebbero molto di più ad affermare la loro esistenza e la loro identità nel mondo?"

Prodi al microfono, per sua stessa ammissione, non poteva avere lo stile scintillante di Bremmer e per circa tre quarti d’ora il pubblico ha faticato nel cercare di seguirlo sullo spinoso argomento delle chance europee di tenere il confronto con le economie di Usa e Cina. Secondo l’ex premier "i due giganti non sono e non saranno nemici, ma sono e saranno dei competitori accaniti". La Cina intensificherà la lotta "contro la corruzione e questo consentirà una più profonda integrazione nell’economia globale". Prodi dice che il sistema politico cinese non cambierà altrettanto velocemente, ma la crescita economica cinese "è un rinascimento, che non è una esagerazione se si pensa che dall’avere il 5% della crescita mondiale negli anni Ottanta, la Cina ora è passata ad averne un terzo!".

Prodi ha parlato di evoluzione della politica estera cinese, prima inesistente: "Si diceva: ogni volta che c’è da affrontare un problema nel mondo la Cina non c’è. Adesso la Cina c’è da protagonista perché è l’unico Paese nella storia umana che contemporaneamente esporta merci, persone, capitali e tecnologia".

Prodi ha ripetuto quanto i cinesi siano affascinati dall’America e viceversa. "Nel suo primo discorso da presidente, Obama non parlò dell’Europa. Era la prima volta che accadeva ad un presidente Americano."

Per Prodi la potenza economica dell’Europa è incontestabile: l’Ue con i suoi 496 milioni di abitanti è "numero uno nella produzione industriale, numero uno nei redditi procapite rispetto al Gdp e il deficit di bilancio non è come quello Usa…" E’ dalla pace di Westfalia, ricorda Prodi, "che bisogna avere con l’esercito anche la moneta unica per essere una grande Potenza".  L’Europa ha fatto l’unione monetaria ma non ha completato l’Unione politica.  Prodi si rammarica che proprio adesso che dovrebbe accelerare per raggiungere l’obiettivo "siamo passati dagli anni della speranza a quelli della paura. Paura della Cina, della disoccupazione, dell’immigrazione….". "Ci abbiamo messo 50 anni per fare l’Europa che c’è, non aspettiamoci che tutto possa avvenire domani".  Eppure ci contestano proprio questo, dice Prodi,  l’Europa incompiuta: "Abbiamo fatto l’Unione economica senza quella politica ma eravamo coscienti del rischio. Ricordo quando lo dicevo ad Helmut Kohl e lui rispondeva che neanche Roma è stata costruita in un giorno".

Prodi teme la salita del populismo antieuropeo che potrebbe non dare il tempo necessario all’Europa. "Continui sondaggi, siamo sempre sotto elezioni, locali, regionali, nazionali… Anche il problema della Grecia si è ingigantito quando poteva essere risolto subito, bastavano all’inizio 40 miliardi di euro, ma c’erano le elezioni regionali in Germania e si persero mesi. Poi sono diventati 300 miliardi di euro".

Parlando a braccio, Prodi finalmente si è chiesto: "Cosa penso accadrà? Già, anche gli studenti cinesi mi chiedono: ma l’Europa sarà un laboratorio o un museo?"

Nonostante tutto, Prodi è ottimista: "Il peggio è passato". Ma lancia l’allarme su certe evoluzioni dell’Ue per fermare le speculazioni: "Adesso certe misure sono controllate da istituzione tecniche e non politiche, come la Banca centrale europea. Questo può essere pericoloso". Chissà se a Mario Draghi avranno fischiato le orecchie.

Ma quando l’Europa politica si rimetterà in marcia? Per Prodi "niente di notevole potrà accadere prima delle elezioni tedesche". Perché le decisioni "non sono più nelle mani della commissione europea ma dei governi. Questa è la volontà dei popoli europei".

Per Prodi si profila l’Europa a due velocità, forse anche a tre. "I Paesi che staranno dentro l’euro e quelli che resteranno fuori".  Secondo Prodi, Londra si illude di poter così contare di più. "Ricordo che Obama prima di Londra ormai chiama Berlino".

Prodi è ottimista: anche se lentamente, l’Europa procederà verso l’unione politica, ma è preoccupato che con le "esistenti divisioni, qualche incidente possa succedere a causa di questa crisi che non finisce mai". Sono le differenze sociali, soprattutto quelle sui redditi, la disoccupazione con le previsioni inquietanti sul futuro  giovanile, che delineano la situazione a rischio. Ma l’Europa può farcela dice Prodi anche se "tutto questo non cambia la visione della Cina o degli Usa sull’Ue. Perché per loro l’Europa resta una potenza economica che ha finora perso l’occasione di trasformarsi in potenza politica.  Ci ha messo 50 anni per arrivare fin qui. Sono preoccupato del tempo che ci vorrà per aggiustare questa crisi".

Quando il pubblico con un applauso saluta la fine della lezione, Prodi riprende il microfono e confessa altre priorità: "Sono africano ormai, mi devo preoccupare piú di cosa accade lì. La scorsa settimana sono stato in Etiopia, Egitto, Algeria, Nigeria… Domani sarò in Marocco.  Insomma il mio orizzonte è cambiato, ora guardo all’Africa".

 

"Il Mali? Sono un po’ meno pessimista

NEW YORK. Romano Prodi è da circa un mese l’inviato speciale del segretario dell’Onu Ban Ki-moon per il Sahel e la crisi del Mali. Il Consiglio di Sicurezza ha già dato il via libera agli Stati africani di organizzare una spedizione militare per liberare il Nord del Mali dall’occupazione di forze islamiste vicine ad al Qaeda che da mesi controllano Timbuktu e tutto il nord del Paese africano. Lo scontro militare sembra inevitabile, ma Prodi tenta ancora la via della mediazione, riunire il Mali senza spargimenti di sangue.

Alla fine della sua lezione sull’Europa all’Istituto Italiano di Cultura di New York, abbiamo avvicinato l’ex premier italiano per saperne di più.

La pace in Africa si può ancora vincere con Prodi?

"Prodi fa quello che può. Il problema è talmente complicato, ci sono tali incrostrazioni di tensioni, tale odi che è un lavoro molto complesso. Lì bisogna mettersi semplicemente a disposizione e fare quello che si può"

Ma dopo i suoi incontri in Africa e poi al Palazzo di Vetro e a Washington, non è più ottimista?

"Sono un po’ meno pessimista, me lo lasci dire in questo modo. Nel senso che c’è una comune paura del terrorismo e che le cose scappino di mano. E questo fa sì che ci si anche un minimo di saggezza per discutere di certi problemi. Però il passato pesa molto, purtroppo". SV

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