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PRIMO PIANO/ Il Bel Paese a Sarajevo

L’Ambasciata d’Italia a Sarajevo

L’Ambasciata d’Italia a Sarajevo

Vent’anni fa l’ultimo conflitto europeo e l’assedio più lungo nella storia moderna. Della nostra “voce” in Bosnia e della difficile ricostruzione ci parla Daniele Onori (Ufficio Cultura dell’Ambasciata d’Italia)

Prima del lungo assedio, 1395 giorni, che strinse la città in una morsa di sangue, fame, dolore, sofferenza infinita e morte, si calcolano 11.541 vittime, Sarajevo era stata un modello di integrazione multietnica, nel 1984 aveva ospitato le Olimpiadi Invernali, ciò che mostrava era crescita e sviluppo, i suoi popoli convivevano pacificamente, fu l’assedio a portare divisione tra la gente. Il 1° marzo del ’92 c’era stato un referendum che aveva decretato l’indipendenza della Bosnia Erzegovina, i serbi si erano astenuti, la guerra imperversava già nella ex Jugoslavia, le forze che si contendevano il territorio erano quelle del governo bosniaco che aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, contro l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache che auspicavano la distruzione del nuovo stato di Bosnia-Erzegovina, a vantaggio della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.

Delle innumerevoli atrocità commesse, prevalentemente da parte dei serbi, nel conflitto europeo più atroce del dopoguerra, se ne sta occupando il Tribunale penale dell’Aja, l’accordo di Dayton, siglato nel novembre ’95, segnò la fine della guerra, ma radicalizzò le divisioni su base etnica, chi ha potuto ha lasciato la Bosnia durante la guerra e non tornerà, un milione di bosniaci vive all’estero, centomila hanno abbandonato Sarajevo. Quel che si decise a Dayton, la divisione in due entità, la Repubblica Sprska e la Federazione croato-bosniaca, politicamente espresse da un sistema di rotazione delle cariche pubbliche fra le tre comunità, non consente alcun progetto di crescita economica, ufficializzando la separazione delle scuole su base etnica, mentre la gente vorrebbe e saprebbe convivere, indifferente e refrattaria a quell’odio delle differenze generato e nutrito dalla politica.

Daniele Onori (nella foto), responsabile dell’ufficio cultura presso l’Ambasciata italiana a Sarajevo, nonché docente universitario e lettore di lingua italiana nel locale ateneo, è in Bosnia da sei anni, lo incontro in Ambasciata in occasione della XII settimana della lingua italiana nel mondo “L’Italia dei territori – L’Italia del futuro”.

 

Il processo di ricostruzione nel paese era già avviato quando Lei arrivò a Sarajevo?

«Sarajevo in questi sei anni è molto cambiata, il grosso lavoro di ricostruzione è stato fatto negli anni immediatamente successivi alla guerra, nella seconda metà degli anni Novanta, ma la trasformazione e la ricostruzione continuano, la città appare come una città moderna, un viaggiatore, un turista che capiti qui non ritroverà prevalenti le testimonianze del conflitto, a prevalere sono i segni della modernità e della ricostruzione».

 

Per quanto riguarda la composizione etnica, crede possa ritenersi avviata una fase di nuova integrazione tra le varie componenti della popolazione?

 

«La cosa più complicata è ricostruire il tessuto sociale della città e di tutto il paese, fortemente compromesso, ma non voglio essere così pessimista da pensare che non sia possibile ancora rivedere la Bosnia Erzegovina nella sua multiculturalità, nella sua diversità e nell’orgoglio di questa diversità così come era negli anni precedenti la guerra, certamente la società della Bosnia Erzegovina e di Sarajevo è molto più divisa per religione, per tradizioni familiari, per identità nazionale rispetto a come era prima della guerra. La guerra è molto ricorrente nei discorsi della gente, è stata un vero spartiacque storico, culturale, sociale, non si può paragonare nel sentire comune la vita che c’era prima del ’92 alla vita dopo il ’95, nessuna famiglia nella città di Sarajevo è stata immune da eventi luttuosi, dal disastro delle perdite umane e materiali. C’è stato un grosso rimescolamento tra profughi ed esuli, la Sarajevo di oggi è molto diversa nella sua composizione rispetto alla Sarajevo di venti anni fa, oggi è una città sicura, tranquilla e in pace, ma è difficile capire cosa cova sotto la cenere, certamente la Bosnia Erzegovina è un paese diviso perché purtroppo la logica di divisione etnica scaturita dagli accordi di Dayton ha vinto, ha trionfato, pertanto i popoli costituenti, vale a dire i croato bosniaci, i serbo bosniaci e i bosniacchi, ossia i bosniaci musulmani, sono, tranne rare eccezioni, popoli divisi che sembrano vivere percorsi paralleli all’interno di un unico paese».

 

Veniamo all’ambito propriamente culturale: lo studio della lingua italiana suscita interesse a Sarajevo e in tutta la Bosnia?

 

«C’è un’utenza giovanile molto interessa ta alla lingua e alla cultura italiana, l’italiano è la seconda lingua maggiormente studiata in Bosnia dopo l’inglese, nelle due università di Sarajevo e di Banja Luka ci sono centinaia di iscritti».

 

Il Festival della Poesia, che si teneva a Sarajevo da molti anni, quest’anno non ha avuto luogo per via dei pesanti tagli alla cultura decisi dal governo Monti.

 

«Il Festival della Poesia, organizzato per dieci anni consecutivi, dal 2002 al 2011, è stato il fiore all’occhiello dell’attività della nostra Ambasciata, questi incontri internazionali, dedicati al grande poeta di Sarajevo Izet Sarajli, vedevano sempre un grande afflusso di pubblico, tutto ebbe inizio pochi mesi dopo la morte del poeta, avvenuta il 2 maggio 2002, per ricordare il suo nome, per far venire a Sarajevo i poeti suoi amici, ma anche i poeti che lo avevano conosciuto attraverso i suoi libri».

 

La settimana della lingua italiana di quest’anno per la prima volta è organizzata con l’Ambasciata svizzera?

 

«E’ un esempio di collaborazione tra le due Ambasciate che continua da molti anni, la Svizzera organizza con l’Italia la settimana della lingua italiana nel mondo in tutto il mondo, ove vi siano le condizioni per cui le due Ambasciate possano collaborare».

 

L’Europa è vista come un traguardo dagli studenti di Sarajevo e della Bosnia? Appartenere all’Unione Europea è un obiettivo prioritario per loro?

 

«Dal punto di vista politico è chiaro che la Bosnia Erzegovina si trova in un momento di particolare difficoltà per ottemperare a quanto l’Unione Europea chiede agli stati per divenirne membri, ma vorrei sottolineare che Sarajevo e la Bosnia Erzegovina non solo non sono geograficamente fuori dall’Europa, non lo sono nemmeno culturalmente, né storicamente, Sarajevo è Europa, indipendentemente dalla situazione politica.

 

L’Europa, però, non sempre è stata generosa nei confronti della Bosnia Erzegovina, la comunità internazionale e in particolare i paesi dell’Unione Europea non sempre hanno capito i problemi della Bosnia Erzegovina, soprattutto durante gli anni della guerra sono state numerose le contraddizioni, i gravi errori di valutazione su quanto stava succedendo, dunque da un lato interessa la Bosnia Erzegovina è Europa e i suoi cittadini si sentono a pieno titolo cittadini europei, dall’altro lato molto spesso l’Europa non ha considerato tali i cittadini di Sarajevo e di tutta la Bosnia. Nei giovani di questo paese c’è un grandissimo desiderio di fare quello che i giovani europei fanno, cioè viaggiare e scambiare esperienze, l’entrata in Europa favorirebbe questo processo, inoltre la cancellazione due anni fa del regime dei visti di uscita e di ingresso dalla Bosnia Erzegovina va proprio in tal senso, ma l’altissima disoccupazione e la conseguente povertà stanno spegnendo i sogni di tutta una generazione».

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