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L’INTERVISTA/ Pietro Grasso:

Dopo la conferenza della Stony Brook University su Falcone, il Procuratore Nazionale Antimafia esprime la sua opinione sulla "memoria" della Procura di Palermo depositata al processo sulla presunta "trattativa stato-mafia" e aggiunge: la strage doveva impressionare il mondo... si deduce che la strategia della tensione del 92-93 non é ascrivibile soltanto alla mafia...

Il Procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, terminato il suo racconto di Giovanni Falcone alla conferenza dedicata al magistrato ucciso dalla mafia 20 anni fa – un simposio internazionale che si è tenuto sabato alla Stony Brook University dello Stato di New York – ci ha concesso questa intervista.

Perché è importante raccontare Falcone anche qui negli Stati Uniti?

"A vent'anni dalla strage di Capaci questo non poteva che essere uno appuntamento importante che ci deve fare cogliere tutte le occasioni per ricordare Giovanni Falcone, che per me è stato un collega ma soprattutto un amico che ho perso. Ogni volta che devo parlare di lui devo dire che mi emoziono. Proprio perché rivivo tutti i successi che ha avuto nella prima parte e tutte le accuse e le delegittimazioni e gli attacchi che ha avuto nell'ultima parte della sua vita fino ad arrivare alla strage. Alle volte penso che abbia sofferto di piu' nell'ultimo periodo della sua vita e che la morte sia stata una liberazione. Anche se il modo con cui e' avvenuta lascia intravedere degli scenari che non sono quelli di un attacco normale da parte della mafia così come è abituata la mafia a fare".

Lei ha detto infatti alla fine del suo intervento che Falcone e anche Borsellino non muoiono soltanto perché la mafia li vuole morti…

"Ma io ho desunto da fatti e quindi ho potuto registrare delle intuizioni che purtroppo non si possono ancora dimostrare, quindi non possono diventare verità giudiziaria e nemmeno fare iniziare delle indagini più approfondite. Però non c'è dubbio che ci sono delle cose che lasciano pensare. Il fatto che Falcone dovesse essere ucciso prima a Roma in una maniera tradizionale e poi invece viene ucciso con 500 chili di esplosivo in quella maniera eclatante, sembra quasi che ci sia un movente che si sia aggiunto a quello dell'interesse di Cosa Nostra a vendicarsi del nemico numero uno e a bloccare quelle che erano le sue iniziative future. Come se ci fosse un momento più eversivo, una strage che doveva impressionare il mondo e questo è avvenuto".

E questo ulteriore movente era pur sempre mafioso, della mafia o era il movente di qualcun altro?

"Chiaramente la mafia assume questa strategia eversiva e poi la continua con l'accelerazione della strage di Via D'Amelio contro Paolo Borsellino e poi con tutta una serie di altre attività di tipo sicuramente eversivo. Io alludo all'ottobre del '92 con il proiettile di artiglieria lasciato nel giardino dei boboli a Firenze per poi proseguire con l'attentato a Maurizio Costanzo, con la strage di Via dei Gergofili, con le stragi di Roma e Milano, insomma una strategia della tensione che non è mai stata tipica della mafia e che si inserisce in un anno, il '93, in cui ci sono tanti altri segnali di questa strategia. Certamente non ascrivibile alla mafia".

A questo punto la domanda è d'obbligo. A Palermo la Procura ha tre settimane fa depositato la memoria del processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia. Lei dopo averla letta, che ne pensa?

"Penso che certamente si è arrivati ad un punto e quanto accertato diventerà storia. Storia giudiziaria però, ma la verità è qualcos'altro che forse bisogna accertare in tutta la sua completezza".

Lei tra non molto terminerà il suo mandato di Procuratore nazionale antimafia. Si era parlato di una suo possibile futuro in politica in occasione delle ultime elezioni regionali in Sicilia. Lei cosa vorrà fare dopo la magistratura?

"Veramente io potrei continuare a fare il magistrato fino a 75 anni e ancora c'è tanto tempo. Voglio crearmi qualche attività autonoma, sto pensando a questo. E poi vediamo, posso anche andare a portare il mio nipotino a passeggio al giardino". 

 

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