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VOCI DA SARAJEVO/ La “pace italiana”

Nella foto, il tenente colonnello Marco Corradini

Nella foto, il tenente colonnello Marco Corradini

I nostri militari impegnati nelle missioni Nato ed Eufor. A colloquio con i tenenti colonnelli Marco Corradini e Gaetano Corasuolo

Marco Corradini, Tenente Colonnello, impegnato in qualità di “Advisor Training Coordination & International Cooperation”,  presso il Ministero della Difesa nella città di Sarajevo, è originario di Roma, città che ha lasciato quando è stato ammesso all’Accademia Militare di Modena, non è qui da molto tempo, ma dimostra di avere un’ampia e dettagliata conoscenza di quel che fu negli anni Novanta un teatro di guerra tra i più cruenti nella storia europea contemporanea. L’assedio di Sarajevo, dal ’92 al ’95, fu lungo abbastanza da far inorridire la comunità internazionale, quegli undicimila morti interrogano direttamente l’Europa per la sua incapacità di impedire i massacri, per l’inettitudine rivelata nella difesa dei diritti umani.

 

La missione che vede impegnati i militari italiani a Sarajevo è passata dalla Nato all’Unione Europea?

 

«Non è esattamente così, sono in atto due attività, una, “Eufor, European Union Force”, ha come leader l’Unione Europea che ha un impiego capillare sul territorio, ma sotto il profilo tecnico-militare, mentre la Nato ha mantenuto con questo Stato Maggiore, con questo comando un profilo politico-militare, tant’è che la maggioranza delle attività svolte dal personale della Nato sono di carattere sia socio-politico che militare, quindi c’è una grossa componente civile in questo comando della Nato, perché si produce anche un sostegno e un supporto allo sviluppo politico della nazione, la nuova Federazione Bosniaca».

 

Promuovete progetti?

 

«Si fanno progetti, sono delle attività di consulenza, di aiuto per incanalare il loro sistema che è abbastanza complesso in una democrazia piena, sotto il lato politico, militare, poi noi abbiamo un team di tecnici, di cui io faccio parte, si chiama “Nat, nate advisor team”, che, invece, sviluppano un lavoro di consulenza e supporto militare ai vertici delle Forze Armate bosniache, per facilitare il loro processo di integrazione nell’ambito della Nato, cioè diamo un supporto tecnico in determinati campi specifici, io in particolare nel training, ossia nell’addestramento, allo scopo di facilitare il passaggio dallo status di partnership, che è la condizione in cui si trovano nei confronti della Nato, a membership cioè fare parte integrante della Nato».

 Lo stato bosniaco ha delle Forze Armate?

« L’unica espressione unitaria dello stato bosniaco sono le Forze Armate, contrariamente a quanto avviene, ad esempio, per la polizia, una per ogni cantone in cui è divisa la Federazione della Bosnia Erzegovina, ogni cantone ha la sua polizia, la sua organizzazione, le sue leggi, che sono simili, ma non uguali. Nell’esercito loro hanno raggiunto questa unitarietà, benché abbiano sempre triplicato le funzioni, nel senso che se in un cantone il capo è di etnia bosniaco-musulmana, i due vice saranno necessariamente uno di etnia serba e l’altro di provenienza croata».

 

Qual è il nome della missione Nato in territorio bosniaco?

 

«L’ultima missione era nominata “Sfor, Stabilisation Force”, missione conclusa nel 2006 con il raggiungimento degli obiettivi che si erano prefissi, la Nato ha poi lasciato, anziché togliere completamente la propria componente, questo Comando, ma non può ritenersi una missione come possiamo immaginarla perché non ci sono più le truppe e non essendoci il contingente non si può chiamare missione».

 

Quale situazione percepisce in Bosnia? Una società composita in cui le forze costitutive sono in comunicazione fra loro, oppure una società in cui le varie comunità presenti sul territorio non interagiscono e sono antagoniste?

 

«C’è una difficoltà di integrazione a causa delle varie etnie, quindi c’è una pregiudiziale perché il fatto di avere subito una guerra civile per diverso tempo è un trauma ancora presente, la guerra ha messo in risalto quelli che erano normali attriti, li ha esagerati, le nuove generazioni con il tempo porteranno via un po’ di questi rancori. La Bosnia, anche grazie alla presenza di questi comandi Nato ed Eufor che hanno fatto molto per emancipare il personale militare, e non solo, ricostruendo scuole ed ospedali, è una nazione che sta provando a nascere di nuovo, partendo da una eredità non proprio favorevole, per una sua locazione geografica e anche per una questione di infrastrutture, ha solo un aeroporto, non ha uno sbocco al mare, nessuna via di transito di grande capacità e autostrade inesistenti».

 

Avverte nella popolazione il desiderio di entrare in Europa?

 

«Io vedo i bosniaci molto attenti ai nostri costumi, avere un’integrazione europea sicuramente porterebbe loro benefici, non solo economici, ma anche culturali i certo non guardano la questione di un futuro ingresso in Europa dal punto di vista della disillusione dell’Euro, che è così evidente nell’attuale crisi finanziaria, credo che loro giudichino con interesse l’Europa sotto il profilo di un’emancipazione culturale, dei costumi, della mentalità». 

 

A suo avviso questa situazione del triumvirato, un governo che si alterna secondo le tre etnie più importanti presenti nel paese, è provvisoria o sarà la scelta politica definitiva del paese?

 

«Non credo che si vada verso una situazione diversa nel futuro, è un vincolo perché lei sa che la Federazione della Bosnia Erzegovina ha al suo interno un’altra componente che è la Repubblica Srpska che è un po’ a macchia di leopardo, ha delle zone, non è un’unità territoriale, ha degli spot più o meno grandi, e mettere all’interno di una Federazione, che già di per sé è una realtà composita, una componente che è ancora più particolare, non è facile, non aiuta. Pertanto noto come ci sia un equilibrio delicato che loro mantengono perché hanno capito che non si può tornare indietro, altrimenti tornerebbero a stare male».

Gaetano Corasuolo, di origini lombarde, presta il suo operato presso la base militare di Camp Butmir, ad una decina di chilometri da Sarajevo, è impegnato in qualità di “Personnel Branch Chief” per la missione Eufor. 

 

Eufor può definirsi una missione?

 

«È una missione, ha sostituito la missione Nato dal 2004, esistono dei mandati Onu che ci assegnano dei precisi incarichi, l’ultimo mandato è del 2010, in cui ci danno precise incombenze, quella di difesa del territorio e di costruzione di “capacity building and training” nei confronti delle Forze Armate bosniache».

 

Quali sono i compiti di Eufor a Sarajevo?

«Un duplice compito, uno è quello di garantire la sicurezza, attraverso l’utilizzo di forze, abbiamo due battaglioni, uno turco e uno austriaco, che sono qui pronti ad intervenire, in più ci sono delle forze di riserva che, in caso di emergenza, possono intervenire, questo è uno dei compiti, assicurare la deterrenza, far capire che noi ci siamo e possiamo aiutare il popolo bosniaco in qualsiasi momento; in secondo luogo il nostro compito è quello di trasferire quelle che sono le nostre capacità, in merito all’insegnamento della materia militare, attraverso il “training” individuale e collettivo, le esercitazioni svolte da diversi contingenti, in una parola costruire le Forze Armate bosniache attraverso le nostre capacità, finalizzate al raggiungimento degli standard europei, perché noi andiamo avanti attraverso un approccio europeista».

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