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La nostra fortuna è nella loro mediocrità

L'immagine di una scena del film

L'immagine di una scena del film

La "luciditá" di Luigi Preiti, l'uomo che voleva sparare ai politici e invece ha mirato contro i carabinieri

Viene definito “”lucido”, Luigi Preiti, l’uomo che, mentre i ministri del Governo Letta prestavano giuramento, si è messo a sparare nella piazza davanti palazzo Chigi. Voleva, ha detto, uccidere qualche politico; e ha colpito due carabinieri.

   Lucido, certo e determinato. Si procura una pistola, prende un treno a Vibo Valentia, un viaggio di 4-5 ore; si aggira nella piazza attorno al “Palazzo”, come per studiare il luogo, infine fa fuoco. Non è un raptus: quel “pensiero fisso” lo accompagna per ore e giorni, ed è spia di una instabilità mentale, ma non è incompatibile con la lucidità. Non si dice forse: “Lucida follia”?

    Ha sparato per uccidere, le fotografie lo documentano in modo indiscutibile. Basta per dire che Preiti è un tiratore scelto? Ha esploso sette colpi, due soli messi a segno, a distanza ravvicinatissima; curioso tiratore scelto. Non spiega né come né dove si è procurato l’arma; questo giustifica qualche interrogativo. Da qui però a ipotizzare machiavellici piani e strategie, ce ne corre. Ma c’è chi si è avventurato in questo tipo di congetture.

    Un anno fa, a Brindisi, un ordigno rudimentale esplose davanti all’Istituto Falcone e Morvillo uccidese una ragazzina, ne ferì altre cinque; per giorni ci si sbizzarrì, sostenendo che si poteva trattare dell’intimidazione violenta della mafia, o di qualche occulto centro di potere, per oscuri scopi destabilizzanti. A dire il vero in Italia gli attentati hanno sempre “stabilizzato”, mai destabilizzato, comunque, per quanto suggestiva potesse apparire la dietrologia, sfuggiva il movente. Infatti si è poi scoperto che l’attentato era frutto anch’esso di “semplice” lucida follia.

   Nel 1971 Leonardo Sciascia pubblicò “Il contesto”, un romanzo che comincia a scrivere con divertimento, e finitolo non si divertiva più: la realtà sopranzava l’immaginazione. Francesco Rosi poi ne ha ricavato uno dei suoi più bei film, “Cadaveri eccellenti”. Si comincia con il delitto di un magistrato, ne seguono molti altri. L’ispettore Rogas ne afferra il nesso, il movente: affonda anch’esso in una “lucida follia”. Il Potere, però, la piega al suo interesse: “…il mio partito”, dice il ministro dell’Interno, “che malgoverna da trent’anni, ha avuto ora la rivelazione che malgovernerebbe meglio insieme al Partito Rivoluzionario…”. Rogas lo capirà troppo tardi, e paga tragicamente il suo non aver saputo esser “realista”.

   Già, ma oggi? Di personaggi come Cres, il farmacista immaginato da Sciascia, se ne trovano in quantità. Sono i ministri dell’Interno come quelli raccontati da Sciascia che difettano. Forse ce ne sono stati, ma non di questi tempi; e certo non lo è Angelino Alfano, mediocre ministro della Giustizia, mediocre segretario del PdL; e si appresta ora a essere mediocre ministro dell’Interno. Lui, e la classe politica, che ci tocca patire. Capacissimi di “malgovernare”, ma non nel senso lumeggiato dal ministro del “Contesto”. È amaro che la nostra fortuna sia affidata a questa loro grande mediocrità.

 

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