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Giulio, nel bene e nel male, “puparo” della nostra storia

George Bush e Giulio Andreotti

George Bush e Giulio Andreotti

È morto a 94 anni Giulio Andreotti, sette volte primo ministro della Repubblica degli italiani. Se un politico diventa sette volte capo del governo e più volte ancora ministro (Interni, Esteri, Difesa, Tesoro, Finanze, Bilancio….) significa che durante gli anni di strapotere della DC, forse quella Repubblica spesso è stata più sua che degli italiani. Lo hanno soprannominato in tanti modi diversi: Belzebù, il Divo, il Divino Giulio… per chi scrive il nome più calzante resta il “puparo”, il burattinaio. Ma non era Mangiafuoco di Pinocchio, per intenderci.

Il “puparo” Giulio non era “cattivo” o "malvagio". Andreotti, sospettiamo, come uomo di potere della cattolica DC fece anche il male pensando che solo così potesse arrivare il bene. E così facendo potrebbe essersi dannato credendo comunque che lassú qualcuno ora lo perdonerà. Se non lo avete ancora visto, guardate immediatamente il film di Paolo Sorrentino “Il Divo” (sulla Voce di NY riproponiamo la mia intervista con il regista realizzata a New York nel 2009). Qui Andreotti, interpretato da un magnifico Toni Servillo, rappresenta l’essenza del potere.

Nel film Adreotti viene come “assolto”, perchè non è lui un “malvagio” assetato di potere, ma è quello che in parte diceva anche lui: il potere logora chi non c’è l’ha, ma sicuramente corrompe sempre chi lo detiene. Adreotti, soprattutto con quei suoi sensi di colpa per non aver salvato Aldo Moro, con le sue ”vasate” (baci) veri o sognati con i boss di mafia, con le sue trame e controricatti con chi a sua volta provava a farlo cadere e a ricattarlo, appare come lo statista “che per fare il bene, deve fare il male”.

Ad una nostra domanda sulla “fede” di Andreotti, Sorrentino rispose: «Certo, è anche una sua accezione religiosa quella espiazione. Sicuramente è una caratteristica del potere quella di fare il male per voler portare il bene, ed è anche indipendente dalle qualità e malvagità degli uomini. Cioè io penso, e sottolineo penso da comune mortale quale sono, che a certi livelli di potere inevitabilmente ci si imbatte nella frequentazione del male».

Corse voce che quando il senatore a vita vide il film di Sorrentino non si arrabbiò più di tanto. Anzi, senza sbandierarlo in giro, pare che al sette volte Premier quella pellicola non solo era andata giù, ma essendo lui un uomo di cultura (ciò che lo addolorò di più durante i processi di mafia fu il non essere più riconfermato alla presidenza della società degli studi ciceroniani), non aveva problemi a riconoscere l’innegabile talento artistico mostrato dal regista del film. E poi, Andreotti, con a fianco la preziosissima moglie Livia Danese –soprannominata anche “la marescialla”- , in quel film non ci è apparso sicuramente peggio di chi gli sta attorno. Soltanto che avendo lui più potere degli altri, toccherà sempre a lui far più male (per fare il bene?).

All’estero, non sempre capirono la superpotenza di Andreotti. Si dice però che quando finalmente la compresero, gli americani fecero di tutto per sbarazzarsene. Qualcuno crede, infatti, che i “mandanti” o “preparatori” dell’operazione “Mani Pulite” per togliere di mezzo Andreotti e Craxi, furono loro, gli yankee. Soprattutto per vendicarsi dopo che in Medio Oriente “il gatto e la volpe” avevano continuato una politica anti Atlantica e troppo filo araba.

È rimasto nella memoria di chi scrive queste righe un episodio personale, molto eloquente di quanto non sempre si capiva all’estero la super potenza del “divino” Giulio. Una giovane studentessa americana, che si era appena laureata in giornalismo dalla Università del Massachusetts, per cercare di restare in Italia dove aveva incontrato l’amore, a metà degli anni Ottanta andò a Roma cercando lavoro come assistente dei corrispondenti dei maggiori giornali e riviste americane. Uno di questi sembrava che fosse molto interessato ad assumere nel suo ufficio quella giovane e inesperta, ma molto curiosa neo-laureata. Alla fine del colloquio arrivò la domanda finale e decisiva per il lavoro, con il corrispondente che chiese alla giovane aspirante giornalista: chi è secondo te il politico più influente d’Italia? La studentessa, che era stata ben “preparata” dal suo amico italiano, disse senza esitare: “Giulio Andreotti!”. Ma il giornalista americano replicò: “Ma no, no, è Craxi, Andreotti ormai esce di scena…”. Per la brava neo-laureata di Boston quel posto da giornalista a Roma rimase un miraggio, ma intanto Giulio tornava poco dopo a Palazzo Chigi.

Fu salvato più volte Andreotti. Anche dai comunisti. Questo perchè “il puparo” si dice avesse un grande archivio, con tanti segreti. E adesso che Giulio non c’è più, che fine faranno tutte queste “mine vaganti”? Andreotti non è stasto mai spericolato, e in vita come in morte tiene ancora famiglia. Avrà fatto in modo che i segreti più importanti, quelli che servivano al “bene anche se hanno fatto il male”, possano mantenere il suo controllo sull’incerto scorrere degli eventi della nostra Repubblica anche dopo la sua scomparsa. Almeno per gli anni necessari affinchè si capisca meglio, perchè fosse così importante per Giulio “il puparo” esserne il custode. Un uomo dell’intelligenza di Andreotti, insomma, non si sarà lasciato soprendere da una banalità ben prevista come la morte.

Grazie anche alla sua longevità, non c’è stata quindi nella vicenda della Repubblica degli italiani, un uomo che ha fatto di più per plasmarne la storia. La storia siamo noi, cantava De Gregori. Qui siamo convinti che tra il 1950 (dopo la morte di Salvatore Giuliano, Adreotti avrà incarichi sempre più delicati e diventerà ministro degli Interni) e almeno il 1992 (stragi Falcone Borsellino, Andreotti ultima volta premier) la storia della Repubblica più che nostra è stata soprattutto di Giulio. Ma che lui abbia fatto la nostra storia, cosa significa? Come lo si intuisce nello straordinario film “Il Divo”, non solo fare il male per fare il bene. Significa essere stato l’uomo, lui allievo di De Gasperi, senza il quale la nostra storia, quella degli italiani usciti in ginocchio dalla Seconda Guerra mondiale e poi diventati sesta potenza economica mondiale, sarebbe stata molto diversa. Nel male come, bisogna ammetterlo, anche nel bene. Ora Giulio non c’è più. Ma le decisioni come i segreti del “puparo”, chissà ancora per quanti anni conviveranno con tutti noi.

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