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Diritti tv, i giudici: “Berlusconi gestì il sistema anche da premier Impossibile concedere attenuanti”

Il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, in tribunale a Milano risponde alle domande dei giornalisti al termine delle sue dichiarazioni spontanee nel processo d’appello sul caso Mediaset, lo scorso 1 marzo

Il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, in tribunale a Milano risponde alle domande dei giornalisti al termine delle sue dichiarazioni spontanee nel processo d’appello sul caso Mediaset, lo scorso 1 marzo

Le motivazioni della condanna a quattro anni nel processo Mediaset: «Il Cavaliere se ne occupava in prima persona.  Costi d’acquisto rialzati incomprensibili per l’azienda»

Era Silvio Berlusconi a occuparsi in prima persona della gestione dei diritti tv di Mediaset e ha continuato a farlo anche «nonostante i ruoli pubblici assunti» e «condotto in posizione di assoluto vertice» . Lo mettono nero su bianco i giudici della seconda corte d’Appello di Milano che hanno condannato l’ex capo del governo a 4 anni per frode fiscale nel processo di secondo grado sui diritti tv di Mediaset. Nelle motivazioni della sentenza, il collegio presieduto da Alessandra Galli scrive che «almeno fino al 1998 vi erano state le riunioni per decidere le strategie del gruppo, riunioni con il proprietario Silvio Berlusconi». Proprio per questo «era assolutamente ovvio – puntualizzano ancora i giudici milanesi – che la gestione dei diritti, il principale costo sostenuto dal gruppo, fosse una questione strategica e quindi fosse di interesse della proprietà, di una proprietà che appunto, rimaneva interessata e coinvolta nelle scelte gestionali, pur abbandonando l’operatività giornaliera». In particolare, alla luce del fatto che Silvio Berlusconi ha continuato per anni a gestire il gruppo Mediaset anche una volta impegnato in politica e «in relazione alla oggettiva gravità del reato (frode fiscale, ndr) è ben chiara l’impossibilità di concedere le attenuanti generiche».  
 

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