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Giovanni Falcone. Quello che (probabilmente) non sarà ricordato

Giovanni Falcone (18 maggio 1939 - 23 maggio 1992)

Giovanni Falcone (18 maggio 1939 - 23 maggio 1992)

Leggeremo e ascolteremo tante cose sul giudice ucciso 21 anni fa, ma molto si preferirà tacerlo, dimenticare, omettere. E si capisce...

 

Si muore generalmente perché si è soli
o perché si è entrati in un gioco troppo
grande. Si muore spesso perché non si
dispone delle necessarie alleanze,
perché si è privi di sostegno. In Sicilia la
mafia colpisce i servitori dello Stato che
lo Stato non è riuscito a proteggere.

(Giovanni Falcone)

 

    Lo celebrano, Giovanni Falcone, ucciso ventun anni fa, assieme alla moglie Francesca Morbillo e alla scorta, all’altezza di Capaci. E si dirà, come s’usa fare in queste occasioni, quanto Falcone era bravo, sagace, “unico”. E’ vero: Falcone era tutto questo, siciliano di quella Sicilia dolente e consapevole che conosce il sugo del sale, a cui tutti dobbiamo gratitudine, ha onorato il nostro paese nel mondo, e il mondo ci ha invidiato. Leggeremo e ascolteremo tante cose di e su Giovanni Falcone. Ma molto si preferirà tacerlo, dimenticare, omettere. E si capisce. 

    …Ninni Cassarà, Emanuele Basile, Rocco Chinnici, Giacomo Ciaccio Montalto, Gaetano Costa, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano, Pio La Torre, Rosario Livatino, Beppe Montana, Cesare Terranova… sono tante le vittime della mafia, impossibile ricordarle tutte: magistrati, carabinieri, politici, lasciati soli, esposti. Come soli erano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

   Tommaso Buscetta, quando decide di pentirsi e raccontare le sue verità, a Falcone: dice “Dottore, l’avverto: cercheranno di distruggerla, fisicamente e professionalmente. Il conto che apre con Cosa Nostra non si chiuderà mai”.

   Cosa Nostra, paziente, aspetta. Aspetta e uccide: fa il vuoto attorno a Falcone. Cade Beppe Montana, capo della sezione latitanti; cade Ninni Cassarà vice-dirigente della squadra mobile… Per paura di nuovi attentati Falcone, Paolo Borsellino e le famiglie vengono trasferiti all’Asinara; lì come carcerati, unico svago qualche bagno di sole, concludono l’istruttoria del maxiprocesso. Alla fine lo Stato presenta il conto: 415mila 800 lire a testa per il pernottamento, 12.600 lire al giorno. 

   Il maxiprocesso si conclude con 360 condanne. Quando il capo dell’Ufficio istruzione di Palermo Antonino Caponnetto considera finita la sua missione e va in pensione, sembra naturale che al suo posto sia nominato Falcone. Ma la maggioranza del Consiglio Superiore della Magistratura fa valere il criterio dell’anzianità e non della competenza, e nomina Antonino Meli, magistrato con scarsissima esperienza di mafia. Meli, appena insediato, smantella il pool, teorizza che tutti si devono occupare di tutto. Falcone si deve occupare di indagini su scippi, borseggi, assegni a vuoto. Borsellino, l’amico fraterno, si ribella, lancia accuse di fuoco. Finisce a sua volta sul banco degli accusati, costretto a doversi difendere al CSM.

   Falcone è sempre più solo. Si candida ad Alto Commissario per la lotta antimafia, viene bocciato. Si candida al CSM, i suoi stessi colleghi lo bocciano. E’ la stagione delle lettere anonime del “corvo”: è accusato di gestione discutibile e disinvolta del “pentito” Salvatore Contorno. Il culmine si raggiunge quando Leoluca Orlando e altri leader della Rete, lo accusano di tenere nei cassetti la verità sui delitti eccellenti. E’ costretto a una umiliante difesa al CSM. Alla fine accetta la proposta del ministro della Giustizia Claudio Martelli di dirigere gli Affari penali a Roma. Lo accusano di diserzione. 

   Infine la procura nazionale antimafia: nasce da un’idea dello stesso Falcone, un organismo con il compito di coordinare le inchieste contro Cosa Nostra. Lui è il naturale candidato, il CSM lo boccia ancora una volta. Gli viene preferito Agostino Cordova, procuratore capo di Palmi, uno di quei magistrati che aveva firmato un documento, assieme ad altri decine di colleghi, in cui si individua la Procura Antimafia come un pericolo per l’operato e l’indipendenza dei magistrati. Alessandro Pizzorusso, componente “laico” del CSM designato dall’allora PCI, firma sull’“Unità” un articolo che grida vendetta: in pratica si dice che Falcone non è affidabile, sarebbe “governativo”, avrebbe perso le sue caratteristiche di indipendenza.

   Quando, il 23 maggio viene ucciso, anche Borsellino, l’amico di sempre capisce che anche per lui il tempo è scaduto. Il 13 luglio rivela: “So che è arrivato il tritolo per me”. A due colleghi magistrati confida, in lacrime: “Non posso credere che un amico mi abbia potuto tradire”. Il 19 luglio, due minuti prima delle 17 un’autobomba lo uccide a via D’Amelio assieme ai cinque uomini della scorta. Andava a trovare la madre. 

   Diceva Falcone: “Abbiamo poco tempo per sfruttare le conoscenze acquisite; poco tempo per riprendere il lavoro di gruppo, poco tempo per riaffermare la nostra professionalità. Dopodichè tutto verrà dimenticato. Di nuovo scenderà la nebbia. Perché le informazioni invecchiano e i metodi devono essere continuamente aggiornati”. Palermo è davvero la città irredimibile di cui parlano Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino? C’è una frase di Falcone che invita ciascuno a fare il proprio dovere, la prima resistenza contro il potere e la violenza mafiosa.

   Sciascia con largo anticipo aveva compreso come stavano le cose, e indicato una strada. Eppure per qualcuno lo scrittore coltiva l’idea che la mafia non fosse “quell’organizzazione pericolosa che Falcone aveva scoperto”. Davvero? Proprio Falcone non era d’accordo: intervistato da Mario Pirani per “La Repubblica” nell’ottobre del 1991, il magistrato dice di aver sempre considerato Sciascia un grande siciliano, profondamente onesto. In altre occasioni sostiene di essersi formato anche attraverso i suoi libri. Quel Falcone che una volta morto tutti celebrano, e che quand’era vivo veniva accusato di aver “disertato”, di aver lasciato il palazzo di Giustizia di Palermo per un “comodo” posto di Direttore agli Affari Penali a Roma, di essersi venduto ai socialisti.

   Un momento di grande polemica si ha con la pubblicazione, sul “Corriere della Sera” del 10 gennaio 1987, il famoso articolo sui “professionisti dell’antimafia”, poi compreso nella raccolta “A futura memoria”. Al di là dei casi specifici, Sciascia pone una questione di metodo. Le polemiche divampano furibonde. Sciascia viene bollato come “quaquaraquà”.

   In proposito è consigliabile e utile la lettura di un brano del libro “I disarmati” di Luca Rossi. Riporta una cruda “riflessione” ad alta voce di Giovanni Falcone: “…Il fatto è che il sedere di Falcone ha fatto comodo a tutti. Anche a quelli che volevano cavalcare la lotta antimafia. Per me, invece, meno si parla, meglio è. Ne ho i coglioni pieni di gente che giostra con il mio culo. La molla che comprime, la differenza: lo dicono loro, non io. Non siamo un’epopea, non siamo superuomini; e altri lo sono molto meno di me. Sciascia aveva perfettamente ragione: non mi riferisco agli esempi che faceva in concreto, ma più in generale. Questi personaggi, prima si lamentano perché ho fatto carriera; poi se mi presento per il posto di procuratore, cominciano a vedere chissà quali manovre. Gente che occupa i quattro quinti del suo tempo a discutere in corridoio. Se lavorassero, sarebbe molto meglio. Nel momento in cui non t’impegni, hai il tempo di criticare: guarda che cazzate fa quello, guarda quello lì che è passato al PCI, e via dicendo. Basta, questo non è serio. Lo so di essere estremamente impopolare, ma la verità è questa…”.

   Lo ricorderanno Giovanni Falcone. Ma tutto questo, lo ricorderanno?

 

 

   

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