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Il giorno che lo Stato processa se stesso

L'ex ministro degli Interni Nicola Mancino

L'ex ministro degli Interni Nicola Mancino

Il 27 maggio 2013 diventa una data storica per l'Italia: inizia il processo sulla trattativa tra le istituzioni e Cosa Nostra che sarebbe avvenuta tra il 1992-93. Alla sbarra gli uomini dello Stato che, secondo la Procura di Palermo, hanno ceduto alle minacce della mafia per evitare altre stragi o per salvarsi la vita

 

Oggi, lunedì 27 maggio 2013, rischia di essere un giorno storico. Una di quelle date che tra qualche anno magari troveremo sui libri di scuola. Il giorno che lo Stato iniziò a processare lo Stato. Ma è davvero così? O è solo un gioco di specchi? Quale stato viene processato, quali complicità inconfessabili sono state svelate? Vediamo.

Oggi lunedì 27 maggio è il giorno di apertura del processo sulla trattativa tra le istituzioni e Cosa Nostra, avviata secondo la ricostruzione della procura di Palermo nella primavera del 1992 subito dopo l'omicidio di Salvo Lima e conclusa col misterioso attentato a Roma, per fortuna fallito, ad un autobus dei carabinieri  il 31 ottobre del 1993. In  mezzo ci furono le bombe di Capaci e via D'Amelio contro Falcone e Borsellino, gli attentati di via dei Georgofili a Firenze, quelli di Milano e Roma, la bomba contro Maurizio Costanzo, l'uccisione a Palermo di padre Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio proclamato beato sabato scorso. Dopo, c'è stato un solo evento. Ma fondamentale. La cattura dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss di Brancaccio e considerati tra gli ideatori della strategia stragista, arrestati a Milano poche settimane dopo il fallito attentato di Roma. All'improvviso vennero catturati dai carabinieri mentre cenavano tranquilli al ristorante "Il cacciatore". Qualcuno li aveva venduti.

La tesi dei pm palermitani è che lo Stato di allora, per intenderci l'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il ministro dell'Interno Nicola Mancino e quello della Giustizia Giovanni Conso, si adoperarono in gran segreto per contattare tramite alcuni investigatori del Ros dei carabinieri i capi di Cosa Nostra. Niente più carcere duro, in cambio della fine degli attentati. Ed a seguire leggi contro i pentiti ed i sequestri patrimoniali, perfino nuove norme per rendere il reato di 416 bis, ovvero l'associazione mafiosa, impossibile da applicare.  Per l'accusa lo scambio ci fu, almeno la prima parte della trattativa venne conclusa ed il primo provvedimento fu la sospensione del 41 bis per centinaia di mafiosi, un provvedimento che l'ex ministro della Giustizia, Conso ha ammesso di avere firmato, ma "in completa solitudine".

Il processo che si è aperto oggi a Palermo si propone di fare luce su uno dei periodi più oscuri della Repubblica italiana, evidenziando tutte le complicità nella catena delle decisioni, prese dai più alti vertici dello Stato. Messa in questo modo è davvero un processo allo Stato. Ma un processo è sempre contro imputati precisi e in questo caso chi sono gli imputati? Quali uomini delle istituzioni sono saliti sul banco degli imputati? Il nome più famoso è quello di Nicola Mancino, politico della Prima e Seconda Repubblica, e magari della Terza, se non avesse parlato troppo a telefono. Ma Mancino attenzione, risponde "solo" di un reato satellite, in genere punito con pochi mesi di carcere, sempre con pena sospesa se non si è pregiudicati: la falsa testimonianza. Per la procura ha omesso di raccontare tanti particolari su quella stagione, ad iniziare dagli interrogatori che i Ros facevano a Vito Ciancimino. La falsa testimonianza non è un attentato alle istituzioni, non è alto tradimento. Soprattutto non indica chi davvero iniziò la trattativa e poi la condusse. Di questo invece rispondono altri due politici, non proprio uomini delle istituzioni. Calogero Mannino, che ha scelto il rito abbreviato, prima arrestato, poi processato, condannato e infine assolto per associazione mafiosa. E Marcello Dell'Utri che da vent'anni a questa parte entra ed esce dal palazzo di giustizia di Palermo ed ha rimediato una pesante condanna in appello. 

E gli altri politici che fine hanno fatto? Alcuni sono morti, come Scalfaro, fortemente sospettato dai pm palermitani di avere avallato la trattativa per evitare altre stragi. Altri non sono mai stati identificati. Poi ci sono i carabinieri. Il generale Subranni e il prefetto Mario Mori, quest'ultimo pluri-indagato da anni a Palermo e sotto processo per avere fatto scappare Bernardo Provenzano. E infine  ci sono i mafiosi, personaggi come Leoluca Bagarella, il cui certificato penale è più lungo di un dizionario. Tra i banchi degli imputati non figurano quelli che per anni hanno brigato per nascondere la verità ed hanno tramato per conservare un segreto inconfessabile. Lo stesso per il quale probabilmente morì Paolo Borsellino, che sapeva della trattativa, si era opposto e per questo venne eliminato in fretta e furia.

Vivo è invece rimasto l’ex ministro Mannino che, sostiene l'accusa, era il secondo della lista nera dei mafiosi, dopo Salvo Lima. Sarebbe stato lui ad iniziare la trattativa, per un motivo semplicissimo: salvarsi la vita.

Vedremo nel corso del processo se queste presunte verità saranno provate, se emergeranno altri indizi, nuove chiavi di lettura. Se insomma questa scommessa sarà vinta, o se finirà come al solito. Come la strage di piazza Fontana, ancora impunita.

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