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Un pensiero per Domenico Quirico

Il giornalista Domenico Quirico

Il giornalista Domenico Quirico

Il giornalista de La Stampa rapito in Siria lo scorso aprile ha sempre avuto una visione lucida ma priva di cinismo o rassegnazione sui conflitti e sulle responsabilità dell'Occidente 

Ho un piccolo ricordo di Domenico Quirico, l’inviato del quotidiano La Stampa rapito in Siria il 9 aprile scorso e di cui recentemente sono arrivati, dopo un lungo black out, dei segnali che fanno sperare in una sua prossima – speriamo – liberazione. Un ricordo scaturito da un ritaglio di giornale che è capitato in mano oggi, sgomberando una cantina, e rovistando fra vecchi raccoglitori in cui archiviavo, in passato — un passato che sembra ormai preistoria — gli articoli cartacei che mi interessavano.

Nel 2001 ho partecipato ad un’iniziativa di “diplomazia popolare” organizzata nella Repubblica democratica del Congo da tre organizzazioni italiane, Beati i Costruttori di Pace, Operazione Colomba e Chiama l’Africa. La meta era Butembo, una città nella provincia del Nord Kivu – confinante con l’Uganda – che all’epoca costituiva uno degli epicentri della guerra che stava devastano quel paese (“la prima guerra mondiale africana”, la definì l’allora sottosegretario Usa agli esteri Madeleine Albright, riferendosi all’alto numero di attori coinvolti, una decina solo gli stati africani interessati a spartirsi il boccone prelibato dell’ex-Zaire).

Era un’iniziativa, diciamolo pure, un po’ temeraria, nello stile dei Beati i Costruttori di Pace, associazione di Padova che durante la guerra nella ex-Jugoslavia aveva organizzato la famosa spedizione nella Sarajevo assediata, mostrando al mondo che il pacifismo poteva essere più di uno slogan, poteva essere intervento, anche se limitato, nei teatri di guerra, poteva essere azione. In Congo ci andammo in 300, in gran parte italiani (ma c’era anche una consistente delegazione spagnola e persino alcuni americani). Ci rimanemmo 3 giorni, durante i quali venne organizzato un Simposio per la pace, a cui presero parte le diverse fazioni che si combattevano nella regione, compreso il famigerato signore della guerra Jean Pierre Bemba, poi arrestato nel 2008 su mandato della Corte penale internazionale. Per l’occasione le parti in conflitto decretarono un provvisorio cessate il fuoco, assicurando ai vari delegati la possibilità di raggiungere in sicurezza Butembo e di lasciarla alla fine della manifestazione. Non fu, naturalmente, l’inizio della pace. La guerra in Kivu è poi proseguita a fasi alterne e anche oggi la regione, ricchissima di risorse naturali, è caratterizzata da una forte instabilità politica. Fu però un altro segnale che indicava una strada possibile. Anche chi, come il sottoscritto, aveva aderito più per curiosità che per una reale convinzione riguardo all’efficacia di azioni del genere – azioni che non sono sempre andate a buon fine; a Mostar, ad esempio, sempre durante il conflitto balcanico, un pacifista italiano ci lasciò la vita – non poteva rimanere indifferente alla portata della cosa. Assuefatti come siamo all’idea che i conflitti si “curino” solo con le armi, che la democrazia la esportino in primis gli eserciti, in queste occasioni, che in genere i media ignorano se non ci scappa il morto, vediamo emergere un’altra modalità di intervento. Faticosamente, certo: i 300 di Butembo non erano militari di carriera, non avevano una preparazione specifica se non quella fornita dai Beati prima della partenza, in un paio di stages a Bologna, e per partecipare avevano consumato le loro ferie e speso i loro soldi. E tuttavia, un seme di speranza, in quelle terre lacerate, l’avevano piantato. Il retropensiero, dunque era il seguente: se 300 sono riusciti a fare questo, cosa potrebbero fare se fossero 3.000? E se fossero 30.000?

Quella vicenda venne seguita anche da alcuni giornalisti delle testate nazionali italiane. Uno di essi era Domenico Quirico. Il 5 marzo 2001, pubblicò sulla Stampa un intervento, Il coraggio della verità, il ritaglio che mi sono ritrovato fra le mani. In esso scriveva: “Nel Kivu travolto dal turbine maligno di eserciti stranieri e di bande criminali, teatro della prima guerra mondiale africana, hanno trasformato subito in una esercitazione di democrazia la cristallina provocazione dei 300 italiani arrivati qui rispondendo all’appello di Beati i Costruttori di pace, Operazione Colomba e Chiama l’Africa. Una azione non violenta coraggiosa, perfino temeraria per invocare la fine della guerra; perché ha dovuto sfidare l’ostilità dei regimi ufficiali che fino all’ultimo hanno cercato di bloccarla o di sfruttarla a loro vantaggio. Ci vuole coraggio per gridare in piazza, nel Kivu dei massacri, a fianco dei rappresentanti delle organizzazione della società civile e dei religiosi, verità che qui costano la vita: in questo scrigno dell’Africa il colonialismo non è mai finito, nuovi gruppi stanno continuando, nell’indifferenza e con la complicità internazionale, il saccheggio”.

Furono le parole più belle e più nette che vennero scritte in quei giorni nei giornali italiani. Le parole di un giornalista che certamente ingenuo non era, avendone già viste di cotte e di crude, e che tuttavia non si rassegnava al cinismo, alla disillusione, al senso di impotenza che a volte provano coloro che si cimentano troppo a lungo con le sofferenze inflitte dall’uomo sull’uomo. Il mondo ha bisogno ancora di testimoni così, ne ha bisogno in primo luogo la Siria. Anche per questo ci auguriamo che Quirico possa essere al più presto liberato.

 

 

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