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Oltre le prigioni della vergogna

Galere italiane e carceri-impresa: poter fare in patria quello che esportiamo in Africa

Di respirare la stessa aria di un secondino non mi va, ed ora ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà. Se c’è qualcosa da spartire tra un prigioniero e il suo piantone che non sia l’area di quel cortile, voglio soltanto che sia prigione.

Sono parole, quelle di Fabrizio De Andrè (Nella mia ora di libertà, Storia di un impiegato, 1973) che sarebbero perfette per descrivere, oggi, il dramma delle carceri italiane, l’ultimo anello, il più devastato, del sistema della giustizia in Italia. Pochi e precisi numeri spiegano le condizioni disumane delle patrie galere. Che spingono persone in attesa di giudizio o che scontano la loro pena a rinunciare alla loro ora di libertà. A protestare. A fare scioperi della fame e della sete nel migliore dei casi. Ad incontrare la droga ed uccidersi in quelli peggiori. Affidando magari al suicidio l’ultimo grido di dolore e disperazione.

Il tasso di affollamento delle nostre carceri è solo di poco sotto la Serbia. 66.685 detenuti a fronte di una capienza di poco più di 45.000: il 40% di loro è in attesa di giudizio. A far riflettere è anche il fatto che almeno 13.000 di questi verranno riconosciuti innocenti o estranei ai fatti di cui sono accusati. L'Europa, quell’Europa che spesso ci appare pura costruzione finanziaria e burocratica, conserva ancora, in ambiti purtroppo poco noti, una qualche nobilità. Quella di avere la forza di denunciare le nostre inadempienze, la nostra strage quotidiana di diritto. Il bel paese è lo stato europeo con il maggior numero di condanne per violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Oltre duemila sentenze sono lì a denunciare la durata infinita dei nostri processi. Un sistema che blocca la vita delle persone. E un economia già in ginocchio. 6 milioni di processi civili arretrati che costano all’Italia 96 miliardi di euro in termini di mancata ricchezza. E qualche punto di prodotto interno lordo.

Ma torniamo alle carceri. Ci sono centinaia di detenuti che lo Stato tortura quotidianamente e che è chiamato – e sarà chiamato – a risarcire per danni materiali e fisici.  Non solo. Le nostre prigioni sono diventate, negli ultimi decenni, palestra alla vita criminale. Porta d’accesso ad un’illegalità percepita come orizzonte unico dell’agire individuale. Prima, durante e dopo l’esperienza “dietro le sbarre”. Altro che rieducazione del condannato, ovvero reintegrazione nella vita sociale. Come imporrebbe l’articolo 27 della Costituzione repubblicana.  

Ad aggravare il tutto c’hanno pensato, in questi ultimi anni, miopie conclamate di legislatori che saranno ricordati per l’eternità. E per la loro stronzaggine. Ci perdoni la Boldrini, per l’insulto agli onorevoli. Ci riferiamo a quel monumento di repressione della legge Fini-Giovanardi ed alla sua folle equiparazione tra droghe leggere e pesanti. A quell’ossessiva criminalizzazione del consumo di sostanze stupefacenti che oggi, basti pensare all’uso di cocaina, costringerebbe alla galera un buon terzo della classe dirigente italiana (Stiamo approssimando per difetto). O ancora, pensiamo all’inumana Bossi-Fini – l’ex presidente della Camera ne ha fatti di capolavori – che attribuì la qualifica di reato alla “condotta” non violenta, figlia di disperazione, dell’immigrazione clandestina. Strumenti che hanno contribuito a riempire le carceri. E che ora rischiano di farle esplodere. È  questa la triste fotografia di una realtà di cui parlano solo i radicali in Italia.

Certo, qualche volte il papa. Più raramente il presidente Giorgio Napolitano. Che solo negli ultimi mesi sembra essersi interessato al tema, preferendosi dedicare ad atti assai meno costituzionali – nomine di saggi, benedizione delle larghe intese, indicazioni di governi a scadenza – rispetto ad un più doveroso messaggio alle Camere, capace forse di mettere con le spalle al muro il Parlamento, da oltre un decennio muto, sordo e cieco rispetto al dramma delle carceri.  

Nel trinomio Italia-carceri-giustizia, c’è un grande paradosso che sconvolge. E che dà però qualche speranza in più, oltre a quella offertaci dell’ennesima battaglia dei referendum radicali (la nuova campagna sarà lanciata a Napoli nei prossimi giorni). Ci riferiamo alla notizia di un progetto ambizioso e straordinario della cooperazione italiana allo sviluppo. Ancora viva, nonostante i tagli imposti dai governi che si sono succeduti sino ad oggi. A Mekallè, nel nord dell’Etiopia, i nostri cooperanti stanno lavorando ad un progetto che in pochi anni ha creato un carcere modello, da cui i detenuti non vogliono scappare. Alla lettera, applicchiamo laggiù quel principio della pena come rieducazione che, salvo pochissime eccezioni, è quotidianamente ignorato ed umiliato in patria. I detenuti di Makallè imparano un mestiere, frequentano corsi d’impresa, coltivano frutti, lavorano tessuti. Sono sostenuti da imprese autogestite ed hanno un conto corrente presso banche di microcredito. Progetti simili a Mekellé sono stati avviati dall’Italia in Afghanistan e in Libano. Se solo un po’ dell’umanità che ha ispirato iniziative come quelle di Mekellé riuscisse a fare breccia nella nostra classe politica, avremmo forse meno bisogno di quei quattro gatti dei radicali italiani. E i nostri detenuti sarebbero finalmente capaci di respirare nella loro ora di libertà. Immaginando, magari, una vita diversa. Da cittadini. E non da criminali.

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