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Morsi e la lezione democristiana

Mohamed Morsi

Mohamed Morsi

L'Islam politico si interroghi sul suo fallimento in Egitto

   Con la nomina del presidente della Corte Costituzionale Mansour, al vertice dello stato, si chiude la lunga fase di confronto scontro tra i Fratelli Musulmani, rappresentati dall’ex presidente Morsi, e una vasta parte del popolo egiziano. In appena un anno, Morsi e i suoi hanno dilapidato il capitale di fiducia ricevuto alle elezioni, giustificando le apprensioni espresse, all’epoca, non solo in Occidente, sull’adeguatezza dei Fratelli Musulmani a gestire il potere in modo rispettoso delle regole e delle minoranze. Banale osservare che le Forze armate e gli ambienti laici fossero alla finestra, e che non si sono certo rammaricati per l’accaduto. Al tempo stesso sembra di poter dire che le Forze armate siano state leali al presidente Morsi, salvo entrare in campo quando la situazione stava diventando non solo ingovernabile, ma rischiosa per la sicurezza dello stato.

   Una delle evidenze dell’attuale quadro cairota è che la gente abbia accolto con entusiasmo l’entrata in campo delle forze armate, in quanto unico elemento in grado di rimettere sul giusto binario il movimento di popolo che aveva eliminato dalla scena Mubarak, apparentemente deragliato. Il che non significa che la transizione alla nuova Costituzione sarà tranquilla, e neppure che sarà democratica. Pesano, all’orizzonte del ruolo di salvatore imparziale della patria che le forze armate intendono giocare, i privilegi che la classe militare insiste ad attribuirsi, e il  coinvolgimento dei suoi vertici in mezzo secolo di malaffare e autoritarismo, da Nasser a Mubarak.

   Il ridimensionamento dell’islam sunnita, che scaturisce dall’affaire egiziano, ha del clamoroso. Come già in Turchia, il partito che ha preso il potere nel segno del messaggio del Profeta, non riesce ad interpretare i bisogni degli elettori, irrigidendosi in una concezione beghina e settaria della funzione di governo. Ciò che riesce alla shia, assumere il potere in chiave religiosa e mantenerlo anche attraverso la feroce repressione delle opposizioni, non riesce alla componente sunnita dell’islam, in crisi di consenso anche in altre situazioni minori. Così accade anche perché le società a base sunnita sono più aperte e quindi intercettano valori ed esperienze esterne che poi tramutano in rivendicazioni politiche; processi negati dai regimi teocratici che, come in Iran, la shia privilegia. Né si obietti con il caso Iraq, a maggioranza sciita e regime sufficientemente democratico, visto che il paese, sotto il profilo istituzionale, è sotto tutela USA.

   Il carattere più aperto delle società sunnite avrebbe dovuto consigliare ai Fratelli musulmani e a Morsi un comportamento politico simile a quello assunto dalla Democrazia cristiana in Italia nel primo dopoguerra. Pur disponendo di una larga maggioranza di consensi, preferì allearsi con forze minori, al fine di incrementare il supporto numerico parlamentare, ma soprattutto per coinvolgere quanti più ceti e interessi possibili nella funzione di governo e isolare quello che all’epoca risultava l’unico vero nemico, il comunismo di fede sovietica. I Fratelli non hanno aderito a questo schema perché dottrinali, e convinti di godere un supporto sociale che in realtà era stato loro revocato. La verità è che, se a un movimento politico è consentita l’ispirazione religiosa (v. le democrazie cristiane in Europa), è negata la presunzione di detenere il monopolio di una religione, come pure di giustificare su base di precetti religiosi i propri comportamenti politici. Al-Sisi, capo delle Forze Armate egiziane risulta un  pio musulmano, ma questo non gli ha impedito di deporre Morsi.

Questo articolo viene pubblicato anche su Oggi7-America Oggi

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