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Pescecani a Manhattan

La prima volta che venni negli USA mi ricordo di una nuotata nell'Oceano pensando agli squali. Poi quando quella stessa sera visitai d'urgenza un ospedale del West Village...

La prima volta che sono venuto negli Stati Uniti è stato durante un afosissimo agosto alla fine degli anni Ottanta. Solo chi non c’è mai stato prima può pensare di recarsi a New York in pieno agosto.

Asfissiato dal caldo soffocante della città, decido di accettare l’invito di alcuni amici a trascorrere un fine settimana in una località balneare del Connecticut, alla disperata ricerca di un po’ di refrigerio. Arrivo in spiaggia e mi tuffo subito per una bella nuotata.

Dopo una ventina di minuti tuttavia, mi accorgo che a riva deve essere accaduto qualcosa perchè c’è un mucchio di gente che si sbraccia facendo grossi gesti verso noi bagnanti. C’è anche un tizio in braghe rosse, che ricordavo vagamente di aver visto prima di scendere in acqua e di aver riconosciuto come un bagnino, che soffia disperatamente in un fischietto, manco fosse l’arbitro di un derby a San Siro.

L’unica volta, in vita mia, che mi era capitato di vedere una scena come questa era stata al cinema, nel film di Steven Spielberg “Lo Squalo”.

“Oh!..- penso tra me e me – è possibile che non ho neanche messo piede in America e già mi ritrovo nel bel mezzo di un film hollywoodiano!” mi dico mentre, sempre più allarmato mi guardo nervosamente intorno alla ricerca di una pinna che emerga dall’acqua puntando inesorabilmente verso di me.

In preda al panico, mi dirigo verso la terraferma e, man mano che mi avvicino, mi accorgo che quelli a riva si spostano nella mia direzione, mi seguono, mi attendono.

“Ma questi ce l’hanno proprio con me!” mi dico, iniziando automaticamente a pensare a tutte le possibili ragioni che possano spiegare quello che sta accadendo. Giunto a terra, vengo circondato da un paio di individui esagitati e attaccato verbalmente dal bagnino, la cui faccia è diventata, ormai dello stesso colore delle braghe per il gran soffiare nel fischietto.

In un primo momento non capisco bene di cosa stiano parlando ma dopo un po’ appare chiaro che il crimine di cui mi sono macchiato, è stato di essermi spinto troppo al largo nel corso della mia nuotata, ben oltre la linea di galleggianti che, come poi ho capito, erano li a delimitare lo specchio d'acqua all’interno del quale è consentito sguazzare.

“Ma siete impazziti!?… – mi sono infuriato – Tutta questa cagnara per una nuotata a cento metri dalla riva? Non ho mica sei anni! – ho urlato rivolto al bagnino – E poi chi sarai mai? Mio padre?!…”

Al ritorno in città, discorrendo dell’accaduto, i miei amici mi spiegavano che la sicurezza è considerata una cosa molto seria qui in America e che quelli in spiaggia in realtà si preoccupavano solo della mia incolumità e, infine, che tanta premura contribuisce a far sentire il cittadino americano al sicuro, ben protetto dall’autorità pubblica. “Sarà… – ho risposto ancora irritato – ma non è un buon motivo per spaventare a morte le persone…”.

Quella sera stessa, mentre si era in procinto di preparare la cena, in uno sfoggio troppo disinvolto di arti culinarie, mi sono inflitto un profondo taglio ad un dito. Dal momento che la ferita continuava a sanguinare copiosamente, si è deciso di fare un salto in pronto soccorso nel caso fosse necessario applicare qualche punto di sutura. Ora, noi italiani abbiamo la tendenza a considerare i nostri ospedali come dei templi del disservizio e dell'inefficienza; come veri e propri manifesti del degrado burocratico e dello spreco di risorse, lontani mille anni luce dall’organizzazione e dall’efficienza delle strutture sanitarie degli altri Paesi occidentali. Perciò quando la mia attesa per una visita al St. Vincent Hospital di Manhattan ha superato le due ore e mezza, mi sono compiaciuto del fatto che questo genere di disservizi non fosse una prerogativa esclusiva italiana.

Con il dito finalmente ricucito, mi sono avviato verso l’uscita, solo per essere fermato dall’infermiera di turno che mi avvisava che c’erano un paio di formalità da completare.

“Cerchi di tenere il dito asciutto – mi ha detto in tono cattedratico – e non si preoccupi dei punti: si dissolveranno da soli. Quale forma di pagamento preferisce? Contante o carta di credito?” “Come dice scusi?” le faccio io tra l’incuriosito e il preoccupato. “No dicevo, per il pagamento del conto…” replica lei con nonchalance. “Il conto?… Ma dove siamo al ristorante?”

”No vede Mr. Cristo, questo accade spesso con gli stranieri che sono qui negli Usa per la prima volta – mi spiega – Il fatto è che qui in America l’assistenza sanitaria è privata e, a meno che lei non abbia un’assicurazione, c’è da pagare…”. “Ma senti questa…Vabbè quanto…?” le chiedo incredulo. “285 dollari…”. “285!?…Per un paio di punti ad un dito dopo tre ore di attesa? E quelli che finiscono sotto un camion che fanno?” “Be’ per incidenti più gravi o per operazioni complicate – mi risponde cortese ma spazientita – il conto può arrivare a molte centinaia di migliaia di dollari.Ecco perchè è importante avere un’assicurazione”. “E quelli che non se la possono permettere?” “Be’ per quelli la situazione è più difficile…” mi fa lei generica, con una scrollata di spalle che sottindende un bel “si arrangiano…”.

La sera, a casa, non riuscivo a riconciliare i due eventi della giornata: “Dunque – pensavo tra me e me – da una parte gli americani si preoccupano della sicurezza dei cittadini al punto di rasentare l’isteria. Dall’altra, non considerano l’assistenza sanitaria come un diritto universale ma bensì come un privilegio che bisogna potersi permettere”. Moltissimi infatti, come ho scoperto in seguito, proprio per questo motivo l’assicurazione non ce l'hanno, al contrario di quanto accade per le automobili, che invece devono essere tutte assicurate per legge. Una contraddizione? “Altro che contraddizione – ho concluso – questa è ipocrisia bella e buona. E io che temevo di incontrare gli squali nelle acque dell’Atlantico, invece li ho ritrovati in piena Manhattan”.

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