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Ai piedi della città, armati di machete

Tra le canne e i rifiuti del fiume Oreto

Tra le canne e i rifiuti del fiume Oreto

Continua la risalita dell'Oreto, un fiume che attraversa Palermo, diventato ricettacolo di rifiuti. Un viaggio ai confini di una civiltà incivile, una nuova frontiera dell'avventura urbana 

 

 

Dopo aver lasciato la zona della foce, ci addentriamo in città. Davanti al cimitero del S. Orsola, i canneti sono alti e le cime si inarcano, piegate dal vento,  fino a formare una cupola d'intrecci, che va da sponda a sponda. Impossibile passare senza lavorare di machete. So che può sembrare assurdo, in questo contesto,  usare un attrezzo attribuito alle esplorazioni nella foresta amazzonica, ma che siano canne o liane o cespugli, il problema da risolvere è identico. 

Quando le canne vecchie si spezzano e cadono in acqua, formano vere e proprie dighe tra le anse del fiume, che diventano un filtro che trattiene l’inimmaginabile. Camminare su uno di questi "castelli di carte" è piuttosto rischioso e bisogna necessariamente aggirare l’ostacolo.
Le prime volte infatti mi capita di mettere un piede su un mucchio di steli che sembrano solidi, ma essi si spezzano appena faccio pressione con tutto il peso del corpo, facendomi sprofondare o cadere malamente.
La situazione può diventare, oltre che sgradevole, veramente pericolosa. Non ci sono appigli saldi intorno, non abbiamo corde con noi, ed è come nelle sabbie mobili, più ti agiti e più sprofondi, rischiando anche di infilzarti. Non puoi nuotare perchè ci sono troppi rifiuti e rischi di ferirti con pezzi di metallo arrugginito. In una di queste situazioni è provvidenziale l’aiuto del mio compagno Giuseppe Battaglia, al quale riesco a lanciare lo zaino con la telecamera prima di sprofondare nell’acqua nera. Riuscirò a venirne fuori solo dopo alcuni minuti di delicati movimenti tra rami  e lavatrici. Faccio tesoro dei miei errori perché quando sarò da solo non potrò più permettermi di sbagliare.

Più ci si avvicina al ponte Corleone più l’acqua si fa maleodorante e scura. Vi è infatti l'apporto dell'affluente Gabriele che porta i liquami dal sud della città e si riversa nell'Oreto come una cascata di rifiuti.

Sebbene in certi momenti sembri di essere in aperta campagna, è facile capire quanto sia forte l’urbanizzazione attorno. Ogni tanto si intravede un palazzo, un magazzino, un deposito di qualcosa, e pochi metri dopo ti ritrovi nel loro scarico fognario. Ora siamo in una gola scavata dal fiume nei secoli, profonda circa quaranta metri. Sopra di noi scorre la vita della città e ci sono interi quartieri, ma è come se ci trovassimo in un luogo sospeso nel tempo e nello spazio. Un non-luogo appunto, che è accanto a casa nostra, ma sembra non esistere. Questo in particolare è un dimenticatoio, dove la gente ripone ciò che non serve più.  Vi è lo scarto della società civile. Che siano proprio queste dimensioni parallele le frontiere della nuova avventura urbana? Tra queste geometrie disordinate e pilastri di cemento che sorgono tra i canneti c'è  un'atmosfera davvero unica, ti senti quasi "l'uomo del giorno dopo".

All’altezza del Villaggio Santa Rosalia è impossibile procedere in acqua e dobbiamo entrare in un terreno che sembra abbandonato. Ci sono campi coltivati ad aranci e limoni, superstiti della Conca d’Oro. I frutti maturi sono ancora attaccati agli alberi o a marcire sotto di essi. È una foresta di  erbacce e ortiche, senza machete sarebbe molto difficile aprirsi un varco.
Capiamo poi che l’attività dei proprietari è l’allevamento di cavalli. Non c’è nessuno in zona, ma la stalla sembra ben tenuta e i mezzi posteggiati non sono là da molto. I cani da guardia stanno dormendo, poi il cellulare del mio amico suona e cominciano ad abbaiare. Per fortuna non attaccano, anche se avrebbero tutti i buoni motivi per farlo. Piano piano, senza fare movimenti bruschi, camminiamo per una stradina sterrata e troviamo l’uscita. Il cancello del terreno però è chiuso e veniamo scoperti da due ragazzi del quartiere che chiamano i proprietari. 
Dopo una buona mezz’ora di interrogatorio da parte di due omaccioni inviati dal “padrone”, veniamo liberati. “Abbiamo i cavalli, dovevamo accertarci che non siete venuti a dare fastidio…” è stata l’ultima frase prima di serrare di nuovo il cancello alle nostre spalle. Diversa sarebbe stata la storia se avessero scoperto la telecamera nel mio zaino…
Dalla prossima volta sarò da solo per vivere meglio il mio fiume, un organismo dinamico e imprevedibile.

 

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