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I misteri dell’operazione Ablyazov. Le strane visite dei kazaki al Viminale

di Carlo Bonini - La Repubblica

La ricostruzione del quotidiano La Repubblica sull'espulsione di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente e sui cinque giorni di pressioni e omissioni che imbarazzano l'Italia

ROMA – Come è stato possibile? Chi lo ha reso possibile? E perché? Repubblica ha avuto accesso ai documenti amministrativi e giudiziari del caso Ablyazov. Ha raccolto le testimonianze di chi ha avuto parte diretta in questa vicenda.

Sono dodici diverse fonti – inquirenti, legali, ministeriali e di polizia – che consentono una prima ricostruzione di dettaglio di quanto accaduto tra la mattina del 27 maggio e la sera del 31, quando, all'aeroporto di Ciampino, Alma Shalabayeva, moglie del dissidente, sale insieme alla figlia Alua sulla scaletta dell'aereo che l'indomani mattina la riporterà ad Astana.

28 Maggio. Kazaki in Questura
Il 28 maggio, dunque. La storia comincia da qui. Quel martedì mattina, i due kazaki che si presentano in Questura nell'ufficio del capo della Squadra Mobile Renato Cortese, non stanno nella pelle. Sono Andrian Yelemessov, l'ambasciatore in Italia, e il suo primo consigliere Nurlan Zhalgasbayev. L'agenzia privata di investigazioni Syra, che ha i suoi uffici a Roma, per un compenso di cinquemila euro, ha individuato per conto del Regime di Astana la casa in via di Casal Palocco 3 dove si rifugerebbe il dissidente Mukhtar Ablyazov.

I kazaki prospettano a Cortese "un colpaccio". L'arresto di un uomo che dipingono come un pezzo da 90. "Tra i più pericolosi ricercati dall'Interpol". I due, per suonare ancora più convincenti, agitano pezzi di carta che vendono come proprie informazioni di intelligence e polizia e che dipingono l'uomo come "pericolosissimo". Abituato "a girare armato". "Fiancheggiatore e finanziatore del terrorismo".
Cortese non sa chi diavolo sia Ablyazov. Spiega ai kazaki che nel nostro Paese si può arrestare qualcuno in forza di un provvedimento legittimo. Non di una soffiata. Consulta la banca dati della Polizia in cui quel nome non compare. Una ricerca internet potrebbe dire qualcosa di più su colui che, dal 2001, ha assunto il ruolo di oppositore del presidente Nazarbaev.

Ma il Capo della Mobile, su insistenza dei kazaki, chiama la nostra divisione Interpol al Viminale. Il funzionario dall'altro capo del telefono lo conforta. Nella loro banca dati, quel Mukhtar "ha il bollino rosso". Sulla sua testa, pende un mandato di cattura internazionale kazako per appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato. E la telefonata deve confortare Cortese se è vero che, nel pomeriggio, proprio dall'ufficio Interpol arriva un fax che certifica e sollecita alla Mobile l'ordine di cattura internazionale. Del suo status di rifugiato politico ottenuto a Londra non una sola menzione. La circostanza non è burocraticamente presente nella banca dati dell'Interpol, dunque "non esiste".
 

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